
A margine della sagra delle arance di Rodi Garganico
A margine della sagra delle arance con cui Rodi G.co ha reso omaggio sabato 3 alla sua Oasi Agrumaria, abbiamo recuperato un illuminante scritto di Terry Rauzino. Ve lo proponiamo con l’intento di contribuire ad assegnare il giusto valore a certe manifestazioni.
«Tempo fa RaiUno si è collegata con Rodi Garganico: una carrellata dal cuore dell’Oasi Agrumaria, alla riscoperta di profumi, sapori e cultura.
Un’attenzione che premia l’impegno di tutti coloro che stanno sostenendo fortemente, in collaborazione con Italia Nostra e il Parco Nazionale del Gargano, il recupero di questa storica realtà produttiva, curandone la promozione con convegni sull’agrumicoltura sostenibile e la creazione di originali percorsi turistici.
“A tavola con le arance”, slow food proposto per la prima volta in occasione della diretta televisiva, è un percorso dal gusto invitante, ricco del suadente profumo di zagare, e dei sapori freschi dell’arancia e del limone.
Se verrà riproposto, come raffinato menu, dai ristoratori non solo di Rodi, ma di tutta l’area protetta, meraviglierà il turista più disincantato, alla ricerca di proposte nuove, oltre la scontata offerta sole-mare-spiagge pulite.
Al pari dell’itinerario segreto “A passeggio tra gli agrumeti”, svela la vera identità del territorio rodiano, di cui i “giardini” sono un importante tassello.
Un percorso del gusto per rivivere, o far vivere per la prima volta, sensazioni antiche ormai dimenticate.
I nomi di Ciampa & Sons, De Felice, Ricucci, Ruggero, Del Giudice, Pacifico, Russo, Ognissanti, Gramigna, Carnevale, Giovannelli, oggi poco o niente ci dicono. Eppure, singolarmente o uniti nella “Società Agrumaria di Rodi”, erano “premiate ditte”, che partecipavano con successo alle fiere internazionali di Paris, London e New York già dalla fine dell’Ottocento.
Le suggestive, coloratissime locandine in inglese, con in primo piano procaci “bellezze al bagno”, raccolte oggi nel catalogo “Rodi for ever”, ne costituirono gli accattivanti “promo”.
I pubblicizzati limoni, arance e cedri, trasportati in Dalmazia e a Trieste da otto trabaccoli e da numerosi barconi, venivano smistati in Germania, Austria, Jugoslavia, Ungheria.
Nel 1870 Isidoro Tomas aprì un canale commerciale transoceanico con gli Stati Uniti d’America. Col succo dei limoni i Tomas e i Coston fabbricavano a Rodi il rinomato estratto di “poncio”, molto richiesto in Germania.
Gli oli essenziali erano ricercati dai profumieri per le loro fragranze. Ma ricostruiamo ancora una volta la storia dell’Oasi. Si racconta che Melo da Bari, quando incontrò i Normanni nella Basilica dell’Arcangelo Michele a Monte, per invogliarli alla conquista della Puglia, donò loro i “pomi citrini” del Gargano.
Fino al 1500 il “melangolo”, un arancio amaro, era l’unica qualità di agrume coltivata in Europa. L’arancio dolce introdotto in Portogallo nel 1520, fu impiantato sul Gargano alla fine del Seicento. Nel Settecento i “giardini” fecero la fortuna di Rodi: un continuo traffico commerciale vide impegnati gli abitanti con i Veneziani e gli Schiavoni, che vi approdavano ogni giorno a caricare vini, arance, limoni.
La piccola oasi produttiva di circa mille ettari, per gli avanzati metodi colturali adottati, rappresentò un perfetto modello d’arboricoltura intensiva: secondo Serafino Gatti, era il tesoro dei paesi della costa. Nel 1848 vi si coltivavano diverse specie di agrumi: Francesco La Martora ne elenca nove.
Tra le varietà di “Portogallo” ricorda l’Arancia acre e l’Arancia dolce; tra quelle di “Limone”, la Limoncella, il Limone dolce, il Bergamotto, la Lima di Spagna, il Barberino; tra quelle di “Cedro”, il Bulsino e il Belvedere.
I “giardini” producevano 100 milioni di frutti all’anno, circa 150mila quintali. Una vera e propria “divisione del lavoro” impegnava operai specializzati: dai raccoglitori ai ragazzini che, con “sporte” e “cuffine” trasportavano il prodotto al “muntone”, alle “scapatrici” che con i calibri (“ferritte”) separavano i frutti a seconda della pezzatura, alle “incartatrici” che, sulla filiera del “canalone”, prima di riporli nelle cassette di legno di faggio, avvolgevano gli agrumi in preziose veline, con i “logo” delle ditte.
Una confezione accurata che meravigliò i Savoia per la bella immagine che conferiva al prodotto. Il ministro Ponzio Vaglia nel 1905 si complimentò con la premiata ditta Ricucci che aveva inviato in dono alla famiglia reale i suoi fragranti e profumati frutti.
Quale futuro per la moderna Oasi Agrumaria?
Oggi si stanno rilanciando, con i “Presìdi”, i prodotti tipici, di cui le arance “durette”, le “bionde” e il limone “femminello” del Gargano, sono la punta di diamante.
Le aziende Ricucci, Saggese, Damiani, Budrago al “Salone del gusto” di Torino hanno riproposto gli agrumi negli incarti tradizionali, registrando un successo che non ha sorpreso chi da anni apprezza la qualità organolettica del loro prodotto biologico.
Interesse ha riscosso anche l’accurata trasformazione, di cui Fausta Munno è un’originale interprete, con il delicatissimo liquore di zagare e l’ambrosia d’arancio.
Gli agrumi garganici sono presenti sul mercato, oltre che nei mesi invernali, nel periodo estivo in cui le altre varietà, nazionali e internazionali, mancano.
E’ questa la carta vincente che potrebbe assicurare quote importanti di mercato e il giusto incentivo a chi deciderà di curare i “giardini”, quasi abbandonati, che occupano una superficie di 400 ettari.
Oggi, la rivalutazione delle produzioni agricole è legata alla tipicità e alla biodiversità. Il marchio IGP, importante traguardo per il “Consorzio di Tutela degli agrumi del Gargano”, ha contribuito a dare l’abbrivo al ripristino di una produttiva Oasi Agrumaria e al lancio di una qualificata occupazione giovanile nel settore.
La memoria degli “Splendori di un passato” non poteva essere perduta per la necessità di ritessere quel filo cosmopolita che, nei secoli scorsi, consentì alla popolazione di quest’area di portare per il mondo i suoi gustosi prodotti con originale fantasia promozionale e arditezza imprenditoriale!»
Una sagra in cui l’hanna fatta da padroni assoluti arance e limoni dell’Oasi Agrumaria
SABATO 3 MAGGIO:
RODI RENDE OMAGGIO
ALLA PROPRIA RICCHEZZA
di PIERO GIANNINI

Dal pomeriggio del 3 maggio a sera inoltrata, vi hanno partecipato tutti: singoli privati e operatori turistici, imprenditori addetti ai lavori e scolaresche. Una festa di colori, suoni, giochi, profumi, balli, canti e danze (giovanissimi ballerini si sono esibiti in una sfrenata pizzica carpinese ossequiando le tradizioni dei padri).

Tra banchetti addobbati (uno allestito persino dal “glorioso” URIATINON… Cos’è? Scopritelo da soli, se siete capaci!) e imbanditi in concorrenza con tavolate da pranzo natalizio o matrimoniale e artisti di strada lanciati nelle loro funamboliche acrobazie, si sono sviluppati orgoglio e passione di chi ha voluto riportare agli antichi fasti, nelle loro più diversificate utilizzazioni, frutti che hanno colmato i mercati di mezza Europa osando perfino varcare gli oceani. Erano i primi anni del Novecento, certo, ma sono ritornati, o almeno stanno ritornando a farsi rispettare.
Le foto parlano da sole, ha suggerito con la solita modestia l’autrice (Terry Rauzino), che proprio per questo non ha voluto stendere un rigo di commento. E sono talmente tante che non abbiamo resistito a sceglierne una trentina e farne addirittura tre pagine da pubblicare su questo sito. Godetevele tutte! …

Dimenticavamo la consueta sollecitazione quando si tratta di… politici. LETTERINA - Esimio signor Carmine D’Anelli, sindaco di Rodi, cerchiamo di fare in modo che certe manifestazioni non si esauriscano per inedia. Non ci faccia dire altro, perché entrambi sappiamo (noi forse più di lei!), cosa s’intenda per inedia. Sono così ricche di fascino, turbamento, retaggio, malìa, magìa, che vedersele sfumare sotto gli occhi farebbe male al cuore. A buon intenditor… FINE DELLA LETTERINA
PIERO GIANNINI (su www.puntodistella.it )
L'intero album fotografico della sagra delle arance è visionabile sul blog di Terry Rauzino:
http://rauzino.spaces.live.com/

Belle donne, merletti e tramonti:
il successo delle
arance del Gargano
Le scelte che resero irresistibili le réclame delle ditte agrumarie

Finalmente il Parco Nazionale, Italia Nostra e il Consorzio “Gargano Agrumi” hanno ottenuto il marchio IGP, oltre che per il limone “Femminello”, anche per “l’Arancia del Gargano” nelle varietà “bionda” e “duretta” tipiche dell’Oasi Agrumaria di Rodi, Vico e Ischitella.
A convincere la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati alla stesura del primo disciplinare IGP fu la visione di un dossier che aveva il suo punto di forza nell’album fotografico bilingue (in italiano-inglese): Rodi Garganico. Splendori di un passato, curato dal prof. Filippo Fiorentino e don Matteo Troiano. Illustrava le pubblicità delle Società Agrumarie operanti a Rodi Garganico nel primo Novecento.
Da una prima lettura dei manifesti, bigliettini, incarti, presenti nell’album suddetto, si evidenziano i filoni ricorrenti, le scelte iconografiche del prodotto pubblicizzato. I temi preferiti dai creativi delle Società Agrumarie rodiane spaziano a 360 gradi. I più frequenti fanno perno su immagini simboliche (The Fortune si incarna in una bellissima donna discinta, rincorsa dalla Morte e da un cavaliere che travolgono nella loro folle corsa chiunque si trovi sulla loro strada) e mitiche (Il Colosso di Rodi-Atlante regge il mondo; Nettuno-Sirene-Aquila reale sono abbinati a strumenti essenziali per la navigazione come la bussola, il timone e l’ancora).
Dall’analisi iconografica si desumono informazioni sul periodo storico di realizzazione dei manifesti: fine Ottocento, Belle Époque, Ventennio fascista. Le immagini fanno riferimento alla Regina Margherita; alla Lupa con Romolo e Remo; alle Repubbliche marinare (Pisa, Genova, Amalfi e Venezia); alle sfilate oceanico-coreografiche di Villa Borghese. Quelle interculturali mostrano nazioni solidali (Italia e America impersonate da due floride ragazze in costumi tipici che si stringono una mano, in segno di amicizia, tenendo in pugno saldamente, nell’altra mano, le rispettive bandiere) ed immagini esotiche (la diversità del Giappone con i paesi occidentali è marcata dall’abbigliamento femminile e dai modi dell’abitare).
I testimonial sono personaggi storici del Nuovo Mondo: Cristoforo Colombo, George Washington, le Indios del Far West.
Osservando i paesaggi, le figure umane ed i caratteri di scrittura utilizzati dai grafici pubblicitari, cui le ditte rodiane affidarono la creazione dei “logo”, si evincono altre particolarità.
Le locandine della Società Agrumaria De Felice differiscono dalle altre sia per le visioni paesaggistiche, sia per i caratteri grafici utilizzati. I temi pubblicitari sono riferibili ad un topos paesaggistico-romantico estremamente rarefatti, che supera la contingenza reale. I colori sfumati visualizzano elementi tendenti a creare suggestioni (i tramonti; la luna; la laguna; il porto; scenari di divertissement alto-borghesi con signore e signori elegantemente vestiti secondo la moda Belle Époque, che si divertono a tirare con l’arco, in un paesaggio stilizzato). Si avverte la finalità della Ditta De Felice di assumere una dimensione planetaria, internazionale; la sua tensione (sottesa alle scelte grafiche) di distaccarsi il più possibile dal contesto locale.
Le pubblicità della Società Agrumaria Vincenzo Russo focalizzano, al contrario, scorci di vita reale, tradizioni popolari sinonimo di genuinità. Esplicito il riferimento alle tipiche attività delle donne del Gargano. Merletti e carte pizzo testimoniano la consuetudine femminile dell’arte del merletto: la sensibilità muliebre si esprime nei ricami del corredo. Si nota la cura nella presentazione del prodotto agrumario, l’attenzione per il lavoro di confezionamento. Riguardo ai caratteri scrittori utilizzati nei testi, l’uso è variegato. Si va dalla scrittura in corsivo al gotico più ricercato, con presenza di elementi decorativi decisamente elaborati.
Nei manifesti della Società Agrumaria Ciampa & Sons ci sorridono prosperose figure femminili e una venditrice di arance e limoni in abiti d’epoca. Affianco si intravedono cassette di legno di faggio, su cui è impressa la stessa immagine pubblicitaria. I tipi di bellezza muliebre sono riferibili soprattutto alla tradizione garganica, napoletana e siciliana, ma anche a tutte le altre regioni dell’Italia (in un ampio ventaglio appaiono ragazze con i costumi tipici delle varie province). Emergono i canoni estetici del tempo, che esprimono il massimo nelle gote colorate e nei seni prorompenti. La simbologia della fecondità è ripresa dalla presenza di arance giganti poste vicino alle donne. Sullo sfondo di una carta-sipario, appare la collina verdeggiante di Rodi Garganico, con gli agrumeti ed frangivento; lungo la spiaggia si nota la presenza dei “baracconi”, gli stabilimenti di lavorazione e di confezionamento delle varie ditte (in primo piano quello con la dicitura Ciampa & Sons). Il porto è caratterizzato dalla presenza di numerosi barconi a vela e di “trabaccoli”.
In altre locandine campeggiano, con una frase-spot riferibile alla qualità/sicurezza organolettica delle arance rodiane, altre figure-simbolo: un tamburino batte a fatica il suo strumento (Drummerboy hard to beat - dura da battere!); in un manifesto della Società Agrumaria preparato per l’esposizione di Parigi del 1889 una bimba protegge le cassette di agrumi dall’assalto delle mosche, facendo scudo con il suo corpo (There are no flues on me – non ci sono mosche su di me!); un raccoglitore di agrumi in abito tipico (molto simile alla maschera napoletana di Pulcinella) mostra una bella arancia (Good all the year round – buona tutto l’anno!), evidenziando il suo punto di forza: la presenza del prodotto sul mercato mondiale per dodici mesi all’anno. mentre le arance provenienti dalla penisola sorrentina o dalla Sicilia maturano soltanto in determinati periodi.
Riguardo agli sfondi utilizzati nelle locandine, la Società Ciampa & Sons presenta il Golfo di Napoli con il Vesuvio lumeggiante sullo sfondo. I colori sono forti e appariscenti: rosso, ocra, verde, blu di Prussia, giallo; la Ditta De Felice utilizza colori evanescenti sul grigio azzurro, verde tenue, a simboleggiare una sorta di rarefazione del dato contingente, la mirata proiezione del prodotto agrumario sul mercato planetario. Gli agrumi sono assenti. La pubblicizzazione tende a staccarli dalla banalità utilitaristica del commercio. C’è la ricerca di un target di mercato diverso.
Gli slogan della Ditta Ciampa & Sons fanno perno su similitudini ovvie come frutta-salute, frutta-abbondanza, ma anche su abbinamenti inediti come frutta-felicità e frutta-pace.
È ampio l’uso del linguaggio figurato: le figure retoriche spaziano dall’allegoria al paradosso, alla metafora. Alcune richiamano il doppio senso: «The Triump of Neptune» (Il trionfo di Nettuno), indica il primato marittimo dei “trabaccoli” rodiani che trasportano il prodotto agli imbarchi mitteleuropei o alle stazioni ferroviarie dirette a Napoli per l’imbarco sui bastimenti americani; «The Pride of Rodi» (L’orgoglio di Rodi) fa leva sull’ambiguità della donna/arancia; il riferimento ad una delle Sette Meraviglie del mondo antico, il Colosso di Rodi, attesta la duratura potenza commerciale delle Società Agrumarie rodiane («Rodi For Ever». Rodi per sempre).
Parole chiave dell’economia rodiana, fatte proprie dalla Società Agrumaria Ricucci, sono commercio, navigazione, industria. Sopra il globo terrestre, sovrastato da un’aquila con gli agrumi tra gli artigli, campeggia il cartiglio con la scritta «L’union fait la force».
Slogan che potrebbero ispirare i grafici del Terzo millennio, con le tecniche della moderna comunicazione visiva, a produrre pubblicità efficaci per il rilancio degli agrumi del Gargano, nel solco della tradizione delle ditte rodiane che lanciarono il loro prodotto nelle fiere di Londra e Parigi....
©2007 Teresa Maria Rauzino. L'articolo è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 14 settembre 2007. Le immagini sono tratte dall'album fotografico Rodi Garganico. Splendori di un passato a cura di don Matteo Troiano, Edizioni Parrocchia San Nicola, Bologna 1999.
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Dall'una all'altra sponda. Il libro di D'Amaro in edicola con la «Gazzetta».
Il nostro Adriatico (e il loro)
Da domani il nostro lettore potrà richiedere insieme al quotidiano (con un costo suppletivo di soli 2 euro) il volume «Il nostro Adriatico. Dall'una all'altra sponda» di Sergio D'Amaro. Il libro è il quarto titolo della collana «Ori del Gargano», curata da Giuseppe Cassieri per Schena editore, e in collaborazione con
Enrico Fraccacreta su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 23/09/2006
Il nostro Adriatico
Dall’una all’altra sponda
Esce in 10 mila copie con la ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ un saggio di Sergio D’Amaro
Il libro sarà in edicola il prossimo 24 settembre come quarto numero della collana “Ori del Gargano”, diretta dallo scrittore Giuseppe Cassieri per l’editore Schena di Fasano. Sono quasi cento pagine dedicate interamente alla piccola grande epopea del commercio agrumario, che vide le opposte sponde dell’Adriatico dialogare intensamente tra il Settecento e la prima metà del Novecento in uno stretto rapporto non solo economico, ma anche di culture, di tradizioni, di lingue.
D’Amaro, forte di una lunga esperienza letteraria e giornalistica (ha, tra l’altro, pubblicato la biografia di Carlo Levi), traccia le avvincenti avventure dei trabaccoli, piccole navi adibite al trasporto di arance, limoni, bacche di lauro, manna, prodotti picei, che partendo dai porticcioli di Rodi e San Menaio, diffusero l’economia garganica, attraverso le zone costiere, fino alle città più importanti della Dalmazia e dell’Europa (Trieste, Venezia, Vienna, Budapest, Praga, Mosca). Verso la fine dell’800 il commercio agrumario, grazie alle navi oceaniche, arrivò fino agli Stati Uniti, dove Rodi e i paesi circonvicini spopolarono con locandine pubblicitarie che riuscirono a conquistare anche il west più lontano.
Proprio sul Gargano, da qualche anno si continua a parlare di salvaguardia di pomi citrini. L’IGP (Indicazione Geografica Protetta) è stata riconosciuta all’arancia ‘Biondo’, all’arancia “Duretta’ e al limone ‘Femminello’. Si tratta di specie antichissime, provenienti da terre orientali e che molto probabilmente risalgono all’alba del Mille, quando monaci benedettini seppero trasformare il seme amaro in una splendida varietà di ‘portogallo’. Il libro di Sergio D’Amaro rinnova la memoria di un’epopea e l’invito a non smettere una tradizione di grande valore alimentare e simbolico.
Un po’ di storia ...
L’oasi agrumaria del Gargano
Scriveva l’agronomo vichese Giuseppe Nardini : “La costa settentrionale che va da Rodi a Vieste si eleva dal mare per una serie di dolci colline verdeggianti. E’ questa la parte più deliziosa ed incantevole del Gargano; quivi fiorisce l’arancio che riempie di fragranza le ampie vallate e i ridenti colli ricoperti di un perenne manto di smeraldo trapunto di innumerevoli casini”.
Trionfo di arance (foto GiulioGiovannelli)
Dal 1870 al 1900 le ditte agrumarie attive a Rodi erano Ciampa, De Felice, Ricucci, Ruggero, Del Giudice, Pacifico, Russo, Ognissanti, Gramigna e Carnevale. A San Menaio operavano: Pirandello e Baller; nel 1893 subentrarono Mastrovalerio, Gargiulo e Santovito.
Nell'oasi c’era una vera e propria divisione del lavoro...
La raccolta
Negli agrumeti operavano “compagnie”costituite ognuna da 18 persone:
1. un capociurma del “giardino”;
2. un capociurma “du mntòne”, cioè del mucchio dei frutti raccolti;
3. sei ragazzi addetti al trasporto di “sporte” e “cuffine”;
4. tre taglia-“pedicine” (peduncoli),
5. un addetto alla conta;
6. tre “scapatrici” che con i “firitte” (calibri) selezionavano i frutti;
7. tre “ncartatrice-’ncassatrice” che li avvolgevano in carte veline e li riponevano nelle casse.
Le casse venivano trasportate a dorso di mulo nelle “barracche”, magazzini di lavorazione ubicati sulla spiaggia.
La confezione
Nei baracconi circa 60 persone procedevano sul “filatorio” (bancone), ad una seconda selezione e alla confezione della “casse d’r’mballete”(casse di esportazione).
L’imbarco
La compagnia dei “facchini” di mare provvedeva a trasferire il prodotto dai magazzini alle imbarcazioni in partenza per Trieste.
“Or a Vico, ed a Rodi, i giardini degli agrumi sono pressoché tutti esposti al Greco, il quale essendo un vento di mare, è freddissimo insieme ed umido. Ed ecco perché spesso perisce colà la maggior parte de’ limoni, e de’ portogalli. La stagione, che ad essi è fatale, è quando dopo le piogge, e i venti caldi, vengono tutto un tempo dei freddi umidi.”
Questo particolare vento, come dice il nome stesso, proviene da nord-est; “sorprende e spaventa” chi non lo conosce per il suo “orrendo romore” che si amplifica quando si frange sulle scogliere. Qui solleva una polvere di acqua e vapore, il cosiddetto polverino.
Gli agrumicoltori di Vico e di Rodi riparavano i giardini da questo “polverino” salato, che faceva avvizzire le piante, con siepi di leccio o lentisco o di alloro, ma questo accorgimento si rivelava spesso insufficiente, perché a malapena proteggeva gli alberi più vicini. E così i contadini dividevano il giardino in tanti “quadri” e tra l’uno e l’altro, sul perimetro dei medesimi, vi piantavano delle canne. Ma se i terreni erano ubicati in collina, molte volte anche questo non bastava!
“In tai luoghi le siepi de’ quadri atte non sono a ripararli interamente dal Greco: ed ecco perché al gelo sono più soggetti i giardini delle colline, che quelli delle valli”.
Il Manicone spiega il perché il limone si ghiaccia di più del “Portogallo”, e il “Portogallo” si ghiacci prima dell’arancio forte: la pianta del limone riesce ad assorbire più rapidamente l’acqua e prima delle altre piante di agrumi, e quindi vi circola più vischio. Ecco perché con i primi geli viene colpita subito.
La gelatura di molti alberi di limone è causata anche da una pratica colturale poco accorta: i contadini, prima che inizi la stagione fredda, mettono del letame sotto gli alberi come fertilizzante. Questo in un primo momento tiene calda la linfa , ma poi, quando l’effetto svanisce, la pianta soffre di colpo il freddo e quindi si gela.
E anche qui il Manicone dà un prezioso consiglio. Rifacendosi ad un metodo usato dai genovesi, dice che il letame deve essere sparso all’inizio della stagione calda e così la pianta lo assorbirà meglio; quando arriverà il freddo, lo soffrirà gradualmente, e quindi non si gelerà.
A salvare gli agrumi dalle gelate ci pensava soprattutto San Valentino
Un “sonetto” cantato durante la raccolta degli agrumi
In una ricerca effettuata a Carpino, abbiamo raccolto un sonetto che si riferisce a un tema amoroso-agrumario.
Come dice Bennato, in questo paese dell’entroterra garganico il folklore “zampilla vivo” e forse questo canto è riuscito a conservarsi ancora oggi nella tradizione orale, perché gli operai specializzati che scendevano a lavorare nei “giardini”o nei baracconi rodiani o di san Menaio, l’hanno importato a Carpino, fuori dall’area di origine.
Il tema è a “dispetto”.
L’innamorato, respinto dalla sua bella, vuole vendicarsi del grave affronto subito. La paragona ad a un limone avvizzito, la rimprovera di andare in giro a vantarsi di non averlo voluto. Ma lui nel suo “giardino” ormai c’è entrato, l’ha “passato” tutto; ne ha “assaporato” la migliore arancia, si è “scelto” il limone migliore. Nel giardino c’era anche una rosa, e lui si è inebriato del suo profumo, ma ne ha lasciato il “vaso” scoperto.
Adesso, chi vuole “entrarvi”, può farlo liberamente. Per quel che lo riguarda, lui ne è “uscito” per sempre. Il guaio è della ragazza: ormai “violata” nella sua purezza, è diventata una “scorza” di limone ingiallito, che ha perso definitivamente la sua freschezza, il suo delicato profumo.
Trascriviamo il sonetto , affinché non vada definitivamente perduto.
Faccia di limungell ngiallanut
t’và vantann che non m’ha v’lut
inta li toi giardin ci songh stat
pizz p’ pizz l’hai cammin'at
la megghia purtagall m’ l’ei magnat
lu meggh limmuncell m’ l’ei capat
All’ut'm c’ stav na ros e l’lei ddurat
lu vas l’ei rumast pur sturat
chi vo trascì che trasch ii song sciut
faccia di limungell ngiallanut!
Ricette a base di agrumi
di Celeste Ottaviano
Acciughe in olio e limone
(Lic’, ogh’e pu K’mun)
Prendere delle acciughe freschissime, non tanto grandi. Liberarle dalle teste e disiliscarle, lavare “in varie acque”, asciugarle ed adagiarle su un piatto. Aggiungere olio d’oliva, succo di limone, sale e pepe q.b. Tenerle in fusione per circa un’ ora prima di servirle.
Agostinelle in olio e limone
(Iust’nedd’, ogh’ e k’mun)
Dalla fine di agosto a tutto ottobre si possono trovare delle triglie minute, chiamate agostinelle. Questo pesce dal sapore molto delicato, viene attentamente diliscato e preparato con la stessa ricetta delle accinge con il limone.
Liquori
Arancino
Ingredienti: 800 g. di zucchero, 1 litro di acqua, 1 litro di alcool.
Preparazione: sbucciare le arance, mettere le bucce e l’alcol in un barattolo da un litro di capacità chiudendolo ermeticamente e lasciare macerare per 8 giorni avendo cura di agitare il contenitore tutti i giorni. Far bollire l’acqua e sciogliere lo zucchero. Versare lo sciroppo di zucchero raffreddato, filtrare con una tela la miscela ed imbottigliare.
Limoncino
Ingredienti
6 limoni verdi, 600 g. di zucchero, 1 litro d’acqua, 1 litro d’acqua.
Preparazione
sbucciare i limoni, mettere le bucce e l’alcol da un barattolo di 1 litro di capacità chiudendolo ermeticamente e lasciare macerare per 8 giorni avendo cura di agitare il contenitore tutti i giorni. Far bollire l’acqua e sciogliere lo zucchero. Versare lo sciroppo di zucchero raffreddato, filtrare con una tela la miscela ed imbottigliare.
Un casino nell'oasi agrumaria di Rodi (foto Giulio Giovannelli)
Fiori di limoni (F.to Giovannelli)
Fotogrammi ...
dall’ oasi di Rodi
fra sacro e profano
di TERESA MARIA RAUZINO
Rodi giace su di una scoscesa prominenza al lido del mare maestosamente aperto; questa città è circondata non già da nudi scogli, ma da folti e ridenti boschi di agrumi, in cui serpeggiano con placido mormorio argentei ruscelli d’acque dolci.
La descrizione risale a circa 200 anni fa, è di Michelangelo Manicone che, rivolgendosi agli amici rodiani, continua:
Voi avete un lido incantatore; voi avete colli sempre verdeggianti, e casini biancheggianti, che il verde interrompono. Sì, se un poeta vedesse i vostri giardini di agrumi ... non potrebbe astenersi di parlarne in versi.
L’elogio non gli impedisce, da buon illuminista, di elencare le cause “accidentali” di inquinamento dell’epoca: strade strette e sporche, il cimitero dentro l’abitato, l’antigienica sepoltura dei morti nelle chiese.
Tutte le citazioni dei viaggiatori italiani e stranieri elogiano, comunque, “l’incantamento” esercitato da questo tratto di costa garganica, una terra ricca di profumi e di colori. Il Catasto Onciario del 1742 attesta la diffusione di colture pregiate ed il relativo benessere degli abitanti, che emerge solo dal confronto con i censiti di altri centri del Gargano e della Capitanata: Rodi si distingue per la congrua presenza di contribuenti minori, il cui reddito supera di poco le 15 once: sono “bracciali” (braccianti), massari (detti anche “lavoratori”), “vaticali”, artigiani, ma anche operai specializzati: “putatori, coglitori e scartatori di frutti”.
Il possesso degli agrumeti era una prerogativa, anche se non esclusiva, dei professionisti. Purtroppo, l’estensione dei terreni coltivati a “citrangoli, limongelli, e portogalli” ed il loro valore non sono indicati.
Fiori d'arancio(f.to.Giovannelli)
A quel tempo “i giardini” fecero la fortuna di Rodi: un continuo traffico commerciale vide impegnati gli abitanti con i Veneziani e gli Schiavoni, che vi approdavano ogni giorno a caricare vini, arance, limoni.
La produzione ebbe il periodo di massimo splendore nella seconda metà dell’Ottocento. L’inchiesta agraria di Stefano Jacini, promossa nel 1877 dal Parlamento del Regno d’Italia per conoscere le condizioni economiche del Sud, sottolinea il valore e la positività per l’economia garganica (Rodi e Vico in particolare), di questa coltivazione.
I giardini producevano 100 milioni di frutti all’anno, circa 150 mila quintali.
Una vera e propria “divisione del lavoro” impegnava gli operai specializzati.
Le incartatrici, sulla filiera del Canalone, prima di riporre gli agrumi nelle cassette di legno di faggio, li avvolgevano in preziose veline e carta-pizzo.
Quando si preparavano le cassette, gli agrumi non si pesavano, ma si contavano “a manate di cinque ciascuna, ed ogni centocinque di esse van numerate per cento, perchè da tempo immemorabile si da l’abbuono del cinque per cento al compratore”.
Spesso però i negozianti pretesero ed ottennero un abbuono del dieci per cento sui limoni per tutto il corso dell’anno, e per le arance fino al 14 febbraio, giorno di S. Valentino.
Le veline e le carte pizzo avevano, già da allora, i logo delle ditte ...
Una confezione accurata, che meravigliò i Savoia per la bella immagine del prodotto. Il ministro Ponzio Vaglia nel 1905 si complimentò, a nome della famiglia reale, con la premiata ditta Ricucci che aveva inviato loro in dono i suoi fragranti e profumati frutti.
Agrumi Ricucci
Coltivare terreni fertili, ma accidentati, non era affatto semplice: bisogna convogliare le acque sorgive in canalette, proteggere i terreni con parapetti in muro a secco e difendere i giardini dai venti con vere e proprie barriere frangivento.
Michelangelo Manicone, ne “La Fisica Appula” (1806-1807), ricercando le cause che provocavano le frequenti “gelate” degli agrumeti, individuò la principale nel pungente vento “grecale”. Questo vento, frangendosi sulle scogliere del Gargano nord, sollevava una polvere di acqua e vapore, il cosiddetto “polverino”, che faceva avvizzire le piante.
A Vico e a Rodi riparavano i giardini da questa salsedine vaporizzata con siepi di leccio o lentisco o di alloro, ma questo accorgimento si rivelava spesso insufficiente, perché a malapena proteggeva gli alberi più vicini. E così i contadini dividevano il giardino in tanti “quadri” e tra l’uno e l’altro, sul perimetro dei medesimi, vi piantavano delle canne.
“Ogni quattro, cinque, sei anni si verificava la «gelata»: a due gradi partivano i limoni e a tre gradi sotto zero marcivano le più superbe arance, con fallimento non solo del raccolto in atto, ma pregiudizio per più anni per le piante ferite nel tronco (G.Cassieri)”.
A determinare una quasi irreversibile crisi agrumaria fu, comunque, la perdita del mercato statunitense.
Una tariffa protezionistica, la Dingley, disposta per difendere gli agrumi della California e della Florida dalla concorrenza straniera, determinò pesanti conseguenze.
La popolazione rodiana crollò nei primi anni del secolo da 6400 a 4900 abitanti, decimata da un’emigrazione che si rivolse verso l’America, verso l’area suburbana di New York. Là dove un tempo si esportavano arance, si esportarono intere famiglie.
Gli ex voto della marineria rodiana
Fino a tutta la seconda metà dell’Ottocento, il prodotto venne smistato per varie destinazioni estere. Da Rodi raggiungeva su dei barconi Manfredonia o Pescara da dove veniva caricato su carretti o sul treno per Napoli, per poi navigare alla volta degli Stati Uniti d’America. L’altro centro di smistamento dei trabaccoli rodiani e vichesi carichi di agrumi era il porto di Trieste, il più importante dell’Adriatico. Le “cassette” proseguivano il viaggio in ferrovia per raggiungere i paesi del Nord Europa e dell’Est e addirittura per la lontana Russia.
Per le popolazioni costiere del Gargano il rapporto con il mare fu essenziale: un rapporto di vita ma anche di costante pericolo di morte. San Nicola di Mira oltre ad avere una funzione di culto, aveva un’utilità pratica. La sua torrie campanaria svettava sulle costruzioni di Rodi a segnalare il pericolo turco e costituiva un punti di riferimento e di orientamento importante per i pescatori ed i naviganti.
La costruzione del santuario fu portata a termine con offerte più o meno ricche a seconda dell’annata, nulle negli anni delle “gelate”. Spesso accadeva che uno si addormentava ricco ed il giorno dopo si svegliava povero.
Quelli che ne risentivano maggiormente erano i rodiani, i quali, non avendo un territorio esteso da coltivare, fondavano quasi tutta la speranza loro sugli agrumi. Il gelo, negli inverni del 1891 e del 1895 fece svanire il sogno di ricchezza di molte famiglie ...
Ed “il paese radunava le sue lacrime e le sue preci dietro il manto della Vergine della Libera portata in processione dal Santuario al Belvedere, nella speranza, - mai assecondata, a detta dei memorialisti - che le falde di neve si posassero impunemente sull’aurea scorza (G. Cassieri)”.
Venuta dal mare, la Madonna della Libera accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane di traffici sul mare. Il santuario reca sul frontale la dicitura:”A devozione dei naviganti”.
Il sacro quadro
Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia ed il raccolto veniva preservato dal flagello delle gelate, ci si riversava a pregare e a sciogliere voti nel tempio alla periferia del paese. Il soggetto delle tavolette votive è prevalentemente il naufragio (14 tavolette su 24). Secondo Annamaria Tripputi, che le ha accuratamente catalogate, esse costituiscono un documento importante della vita del popolo, in tutti i suoi aspetti. Dalla rassegna dei naufragi, infatti, si potrebbe trarre una breve ma accurata storia dell’imbarcazione da pesca, del costume dei marinai, delle attrezzature.
Nelle imbarcazioni a tre alberi e tre vele, ciascun albero è rappresentato minuziosamente, dalle funi alle piattaforme alle coffe, e altrettanto cura il pittore dedica alla rappresentazione dei boccaporti e delle vele gonfie di vento; la divisa indossata dai marinai è costituita da una giubba rossa o azzurra ed un ampio cappello scuro.
L’equipaggio miracolato, stretto lungo la fiancata dell’imbarcazione, è ritratto nelle pose più svariate: c’è chi leva le braccia in alto, chi si mette le mani nei capelli. Il timoniere impavido al suo posto di manovra regge, con sforzo immane, il timone rotto. Scene vive, drammatiche, in cui il senso della tragedia viene rappresentato dai colori vitrei del cielo e del mare.
Il vero protagonista è il mare, scuro, minaccioso, che s’incurva letteralmente in onde dalle creste spumose bianchissime che all’orizzonte, là dove mare e cielo si confondono, si disfano in una patina chiara. Alle curve delle onde corrispondono, in alto, le rotondità delle nubi, in un cielo che da scurissimo diventa sempre chiaro verso l’apparizione della Vergine.
Il culto del sacro quadro della “Madonna della Colomba”, negli ultimi decenni dell’Ottocento, dal Gargano fu portato a Melìa, un paesino di origini greche in provincia di Messina, legato a un movimento migratorio stagionale.
Gli agrumeti richiamarono infatti sulla riviera industriosi commercianti siciliani, Pirandello, Baller, Gargiulo, che fecero affluire dalla Sicilia orientale manodopera specializzata nella lavorazione del prodotto agrumario. Qualcuno di questi operai, ritornando a casa, portò con sé una stampa dell’icona miracolosa.