Uriatinon

Vuoi seguirmi in un viaggio virtuale? Partendo dal Gargano, scoprirai tutta la Capitanata. In un mix tra cultura, tradizioni, microstorie dimenticate ...
venerdì, 16 maggio 2008

Convegno Internazionale
"Riti Mediterranei"

Cerisdi, Palermo - 28, 29, 30 maggio 2008

Alla luce dei brillanti risultati conseguiti dal convegno "Miti Mediterranei" (Palermo-Terrasini, 4,5, 6 ottobre 2007) e delle istanze giunte dai relatori intervenuti, dai partecipanti e dalle Istituzioni pubbliche, la Fondazione Buttitta, in collaborazione con il Centro Ricerche e Studi Direzionali (CERISDI) e con il Dipartimento Città e Territorio dell'Università di Palermo, intende ulteriormente sviluppare le relazioni con studiosi, italiani e stranieri, di Antropologia, Sociologia, Storia e Storia delle religioni proponendo un convegno dal titolo di "Riti mediterranei". Il Convegno prevede di approfondire la conoscenza delle molteplici forme rituali e del simbolismo cerimoniale dei Paesi del Mediterraneo e di rintracciarne le radici comuni e le specificità culturali, allo scopo di rimarcare il ruolo centrale del Mediterraneo negli ininterrotti rapporti culturali tra Oriente e Occidente. Il Convegno sarà realizzato presso Castello Utveggio, Palermo, dal 28 al 30 maggio.

MERCOLEDÌ 28 MAGGIO

ore 9.00

Saluti inaugurali

Introduzione ai lavori

Prof. Tullio De Mauro, Presidente della Fondazione Ignazio Buttitta Avv. Raffaele Bonsignore, Vice Presidente del CERISDI

Presiede Vincenzo Guarrasi

Marino Niola, Università "Suor Orsola Benincasa", Napoli

L'invenzione del Mediterraneo. Archeologia, allegoria, antropologia

Giulio Angioni, Università di Cagliari

Il "bando" della danza nella ritualità cristiana

Gianluigi Bravo, Università di Torino/Piercarlo Grimaldi, Università del Piemonte Orientale

Le vicende della danza delle spade e la sua concentrazione in Piemonte

Isidoro Moreno Navarro, Università di Siviglia

La activación de los rituales religiosos en Andalucía: globalización e identidades colectivas

Elsa Guggino, Università di Palermo

Rituali magicoterapeutici in Sicilia

ore 15.00

Presiede Maurizio Carta

Domenico Scafoglio, Università di Salerno

Le Amazzoni contadine. Il mito delle brigantesse dell'Italia postunitaria

Valerio Petrarca, Università "Federico II", Napoli

Il folklore religioso tra paganesimo e cristianesimo

Laura Faranda, Università "La Sapienza", Roma

Confini contesi: Divagazioni antropologiche su due Madonne nere e le loro gemelle

Francesco Faeta, Università di Messina

Visione, memoria, somiglianza. Simulacri e contesti rituali

Salvatore D'Onofrio, Università di Palermo

Non è santo che suda

Stefano Montes, Università di Palermo

Micro-antropologie del quotidiano e riti mediterranei

GIOVEDÌ 29 MAGGIO

ore 9.00

Presiede Salvatore Nicosia

Jean Cuisenier, Centre de Ethnologie français

Héros épiques, héros tragiques et marins d'aujourd'hui: la figure du devin et la pronostication du temps

Piero Bartoloni, Università di Sassari

Nuovi dati sul rito del tofet

Sebastiano Tusa, Soprintendenza del Mare

Riti e miti del mare nell'antichità mediterranea

Alberto Borghini, Politecnico di Torino

Negli intorni simbolici dell'Artemide Efesia: la quercia e la ghianda in ambito antico

Rosalia Marino, Università di Palermo

Il Mito di Venere-Afrodite in Sicilia tra politica e cultura

Attilio Mastino, Paola Ruggeri, Università di Sassari

Miti e riti tra Sardegna e Sicilia in età antica

Nicola Cusumano, Daniela Bonanno, Università di Palermo

"E l'altro dietro a lui parlando sputa". Pratiche rituali in Grecia

ore 15.00

Presiede Attilio Mastino

Amalia Signorelli, Università "Federico II", Napoli

Case mediterranee. Miti, riti, sogni, desideri intorno a un oggetto molto materiale

Luigi M. Lombardi Satriani, Università "La Sapienza", Roma

Il linguaggio del sangue tra "murmuru" e nuovi silenzi

Mauro Geraci, Università di Messina

Albania, un mare di libri. Scritture, editorie, poetiche della "transizione"

Caterina Pasqualino, Fondation Maison des Sciences de l'homme

Il richiamo dei morti

Maria Solimini, Università di Bari

I riti della terra madre

Paolo Sibilla, Università di Torino

Diffusione, permanenza e destini di un culto tardo antico. I martiri della Legione Tebea nelle costruzioni culturali e nelle pratiche rituali alpine

Vincenzo Matera, Università "La Bicocca", Milano

Epistemologia e pratiche etnografiche contemporanee: la lamentazione funebre e il paradigma dell'incorporazione

VENERDÌ 30 MAGGIO

ore 9.00

Presiede Silvana Miceli

Vincenzo M. Spera, Università del Molise

Grano tagliato e bianchi lini. Su due riti popolari rilevati a Cipro

Letizia Bindi, Università del Molise

Volatili misteri. Festa e città a Campobasso

Rosa Parisi, Università di Foggia

Simboli, memoria e politica. La festa di San Bernardino e le narrazioni della storia cittadina

Maria Margherita Satta, Università di Sassari

Riti propiziatori e giostre equestri in Sardegna

Maurizio Del Ninno, Università "Carlo Bo", Urbino

I Ceri di Gubbio e i Candelieri sardi. Il caso di Ploaghe

Mario Bolognari, Università di Messina

La festa di San Pancrazio a Taormina

Ignazio E. Buttitta, Università di Sassari/Rosario Perricone, Folkstudio, Palermo

Il circu della vita e della morte

ore 15.00

Presiede Antonino Buttitta

Patrizia Resta, Università di Foggia

Costruire l'immagine di sé. Eventi festivi nel promontorio del Gargano

José Antonio González Alcantud, Università di Granada

Dragones que mueven a risa: Las Tarascas del Mediterraneo de Tarascon a Granada

Sergio Bonanzinga, Università di Palermo

Il tarantismo in Sicilia

Antonello Ricci, Università "La Sapienza", Roma

Suono e rito. Pratiche sonore e orizzonti dell'immaginario

Ottavio Cavalcanti, Università della Calabria

Persefone rivisitata

Fatima Giallombardo, Università di Palermo

Una corsa per i santi

ore 19.00

U Cuntu, "Carlotto contro Polinoro" di Gaetano Celano

Fondazione Ignazio Buttitta

 

http://www.fondazionebuttitta.it
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categorie: eventi, convegni, le feste, identità, la storia e la memoria
martedì, 06 maggio 2008

A margine della sagra delle arance di Rodi Garganico

A margine della sagra delle arance con cui Rodi G.co ha reso omaggio sabato 3 alla sua Oasi Agrumaria, abbiamo recuperato un illuminante scritto di Terry Rauzino. Ve lo proponiamo con l’intento di contribuire ad assegnare il giusto valore a certe manifestazioni.

«Tempo fa RaiUno si è collegata con Rodi Garganico: una carrellata dal cuore dell’Oasi Agrumaria, alla riscoperta di profumi, sapori e cultura.

Un’attenzione che premia l’impegno di tutti coloro che stanno sostenendo fortemente, in collaborazione con Italia Nostra e il Parco Nazionale del Gargano, il recupero di questa storica realtà produttiva, curandone la promozione con convegni sull’agrumicoltura sostenibile e la creazione di originali percorsi turistici.

“A tavola con le arance”, slow food proposto per la prima volta in occasione della diretta televisiva, è un percorso dal gusto invitante, ricco del suadente profumo di zagare, e dei sapori freschi dell’arancia e del limone.

Se verrà riproposto, come raffinato menu, dai ristoratori non solo di Rodi, ma di tutta l’area protetta, meraviglierà il turista più disincantato, alla ricerca di proposte nuove, oltre la scontata offerta sole-mare-spiagge pulite.

Al pari dell’itinerario segreto “A passeggio tra gli agrumeti”, svela la vera identità del territorio rodiano, di cui i “giardini” sono un importante tassello.

Un percorso del gusto per rivivere, o far vivere per la prima volta, sensazioni antiche ormai dimenticate.

I nomi di Ciampa & Sons, De Felice, Ricucci, Ruggero, Del Giudice, Pacifico, Russo, Ognissanti, Gramigna, Carnevale, Giovannelli, oggi poco o niente ci dicono. Eppure, singolarmente o uniti nella “Società Agrumaria di Rodi”, erano “premiate ditte”, che partecipavano con successo alle fiere internazionali di Paris, London e New York già dalla fine dell’Ottocento.

Le suggestive, coloratissime locandine in inglese, con in primo piano procaci “bellezze al bagno”, raccolte oggi nel catalogo “Rodi for ever”, ne costituirono gli accattivanti “promo”.

I pubblicizzati limoni, arance e cedri, trasportati in Dalmazia e a Trieste da otto trabaccoli e da numerosi barconi, venivano smistati in Germania, Austria, Jugoslavia, Ungheria.

Nel 1870 Isidoro Tomas aprì un canale commerciale transoceanico con gli Stati Uniti d’America. Col succo dei limoni i Tomas e i Coston fabbricavano a Rodi il rinomato estratto di “poncio”, molto richiesto in Germania.

Gli oli essenziali erano ricercati dai profumieri per le loro fragranze. Ma ricostruiamo ancora una volta la storia dell’Oasi. Si racconta che Melo da Bari, quando incontrò i Normanni nella Basilica dell’Arcangelo Michele a Monte, per invogliarli alla conquista della Puglia, donò loro i “pomi citrini” del Gargano.

Fino al 1500 il “melangolo”, un arancio amaro, era l’unica qualità di agrume coltivata in Europa. L’arancio dolce introdotto in Portogallo nel 1520, fu impiantato sul Gargano alla fine del Seicento. Nel Settecento i “giardini” fecero la fortuna di Rodi: un continuo traffico commerciale vide impegnati gli abitanti con i Veneziani e gli Schiavoni, che vi approdavano ogni giorno a caricare vini, arance, limoni.

La piccola oasi produttiva di circa mille ettari, per gli avanzati metodi colturali adottati, rappresentò un perfetto modello d’arboricoltura intensiva: secondo Serafino Gatti, era il tesoro dei paesi della costa. Nel 1848 vi si coltivavano diverse specie di agrumi: Francesco La Martora ne elenca nove.

Tra le varietà di “Portogallo” ricorda l’Arancia acre e l’Arancia dolce; tra quelle di “Limone”, la Limoncella, il Limone dolce, il Bergamotto, la Lima di Spagna, il Barberino; tra quelle di “Cedro”, il Bulsino e il Belvedere.

I “giardini” producevano 100 milioni di frutti all’anno, circa 150mila quintali. Una vera e propria “divisione del lavoro” impegnava operai specializzati: dai raccoglitori ai ragazzini che, con “sporte” e “cuffine” trasportavano il prodotto al “muntone”, alle “scapatrici” che con i calibri (“ferritte”) separavano i frutti a seconda della pezzatura, alle “incartatrici” che, sulla filiera del “canalone”, prima di riporli nelle cassette di legno di faggio, avvolgevano gli agrumi in preziose veline, con i “logo” delle ditte.

Una confezione accurata che meravigliò i Savoia per la bella immagine che conferiva al prodotto. Il ministro Ponzio Vaglia nel 1905 si complimentò con la premiata ditta Ricucci che aveva inviato in dono alla famiglia reale i suoi fragranti e profumati frutti.

Quale futuro per la moderna Oasi Agrumaria?

Oggi si stanno rilanciando, con i “Presìdi”, i prodotti tipici, di cui le arance “durette”, le “bionde” e il limone “femminello” del Gargano, sono la punta di diamante.

Le aziende Ricucci, Saggese, Damiani, Budrago al “Salone del gusto” di Torino hanno riproposto gli agrumi negli incarti tradizionali, registrando un successo che non ha sorpreso chi da anni apprezza la qualità organolettica del loro prodotto biologico.

Interesse ha riscosso anche l’accurata trasformazione, di cui Fausta Munno è un’originale interprete, con il delicatissimo liquore di zagare e l’ambrosia d’arancio.

Gli agrumi garganici sono presenti sul mercato, oltre che nei mesi invernali, nel periodo estivo in cui le altre varietà, nazionali e internazionali, mancano.

E’ questa la carta vincente che potrebbe assicurare quote importanti di mercato e il giusto incentivo a chi deciderà di curare i “giardini”, quasi abbandonati, che occupano una superficie di 400 ettari.

Oggi, la rivalutazione delle produzioni agricole è legata alla tipicità e alla biodiversità. Il marchio IGP, importante traguardo per il “Consorzio di Tutela degli agrumi del Gargano”, ha contribuito a dare l’abbrivo al ripristino di una produttiva Oasi Agrumaria e al lancio di una qualificata occupazione giovanile nel settore.

La memoria degli “Splendori di un passato” non poteva essere perduta per la necessità di ritessere quel filo cosmopolita che, nei secoli scorsi, consentì alla popolazione di quest’area di portare per il mondo i suoi gustosi prodotti con originale fantasia promozionale e arditezza imprenditoriale!»

da www.puntodistella.it

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categorie: identità, canti popolari, oasi agrumaria, la storia e la memoria
domenica, 04 maggio 2008

Una sagra in cui l’hanna fatta da padroni assoluti arance e limoni dell’Oasi Agrumaria  

SABATO 3 MAGGIO:

RODI RENDE OMAGGIO

ALLA PROPRIA RICCHEZZA

di PIERO GIANNINI

 

 

Dal pomeriggio del 3 maggio a sera inoltrata, vi hanno partecipato tutti: singoli privati e operatori turistici, imprenditori addetti ai lavori e scolaresche. Una festa di colori, suoni, giochi, profumi, balli, canti e danze (giovanissimi ballerini si sono esibiti in una sfrenata pizzica carpinese ossequiando le tradizioni dei padri).

 

 

 

Tra banchetti addobbati (uno allestito persino dal “glorioso” URIATINON… Cos’è? Scopritelo da soli, se siete capaci!) e imbanditi in concorrenza con tavolate da pranzo natalizio o matrimoniale e artisti di strada lanciati nelle loro funamboliche acrobazie, si sono sviluppati orgoglio e passione di chi ha voluto riportare agli antichi fasti, nelle loro più diversificate utilizzazioni, frutti che hanno colmato i mercati di mezza Europa osando perfino varcare gli oceani. Erano i primi anni del Novecento, certo, ma sono ritornati, o almeno stanno ritornando a farsi rispettare.

 

Le foto parlano da sole, ha suggerito con la solita modestia l’autrice (Terry Rauzino), che proprio per questo non ha voluto stendere un rigo di commento. E sono talmente tante che non abbiamo resistito a sceglierne una trentina e farne addirittura tre pagine da pubblicare su questo sito. Godetevele tutte! …

 

 

Dimenticavamo la consueta sollecitazione quando si tratta di… politici. LETTERINA - Esimio signor Carmine D’Anelli, sindaco di Rodi, cerchiamo di fare in modo che certe manifestazioni non si esauriscano per inedia. Non ci faccia dire altro, perché entrambi sappiamo (noi forse più di lei!), cosa s’intenda per inedia. Sono così ricche di fascino, turbamento, retaggio, malìa, magìa, che vedersele sfumare sotto gli occhi farebbe male al cuore. A buon intenditor… FINE DELLA LETTERINA

 

PIERO GIANNINI (su www.puntodistella.it )

 

 

L'intero album fotografico della sagra delle arance è visionabile sul blog di Terry Rauzino:

 

http://rauzino.spaces.live.com/

 

 

  

 


 


 


 


 


domenica, 27 aprile 2008

 


Sei in: Mondi medievali ® La memoria dimenticata. Microstorie

 

sito a cura di Teresa Maria Rauzino

AGGIORNAMENTO SITO MICROSTORIE MAGGIO 2008:


TERESA MARIA RAUZINO:
Quando a Peschici gli slavi ...erano di casa


VIAGGIO VIRTUALE PESCHICI-DUBROVNIK

ALLA SCOPERTA DELLE RADICI CROATE


ANTONIO VIGILANTE: La singolare storia di Donato Manduzio e degli ebrei garganici


LEONARDA CRISETTI: La formazione culturale ed umana di Pietro Giannone


LUCIA LOPRIORE, Ausculum nelle testimonianze epigrafiche


LABORATORIO STORICO ISTITUTO SUPERIORE "MAURO DEL GIUDICE", Il Convento di Rodi Garganico racconta un'antica storia...


ULTIMISSIME


DICONO DI NOI SU PUNTO DI STELLA


RECENSIONE ATTACCO



PIERO GIANNINI, KALENA, IN ATTESA DI UN RAGGIO CHE ILLUMINI LE MENTI


IL POWER POINT "KALENA, LUOGO DEL CUORE", COMMENTATO DA PIERO GIANNINI E' SCARICABILE QUI.







L'abbazia di Kàlena in agro di Peschici in una suggestiva immagine di Romano Conversano




Il sito web è collegato a
STORIA MEDIEVALE DAI CASTELLI AI MONSTRA, iniziativa culturale e didattica a cura del prof. RAFFAELE LICINIO (ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bari).

Webmaster/Editore:
prof.ssa TERESA MARIA RAUZINO

giovedì, 20 marzo 2008

LA PASQUA AD ISCHITELLA E CARPINO, AL TEMPO DEI NOSTRI NONNI

 

 

 

 AD ISCHITELLA

 

 

Tecchete à palme e facim pace

 

non è temp d stà lite

 

sonne e turche e fanne a pace

 

tecchete a palme e facime pace!”.

 

 

 

Eccoti la palma: facciamo pace

 

Non è tempo di stare in disaccordo

 

Persino i Turchi fanno pace

 

Eccoti la palma: facciamo pace!

 

 

Queste erano le parole che si pronunciavano quando si scambiavano le palme, in quanto la festa era, ed è ritenuta, un giorno di pace e di scambi. Donare il rametto d’ulivo benedetto significava far regnare la pace. La sera del sabato, tutti i contadini tornavano dalle campagne con fasci di rami d’ulivo, e la domenica mattina i bambini, con i rametti sulle spalle, si recavano in Chiesa per farli benedire dal sacerdote. Questo rito voleva ricordare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ma il significato del rito non era compreso dai bambini per i quali il senso immediato era quello di “spartire” le palme per avere in cambio dei soldi o dei dolcetti. Infatti era un giorno di grossi “guadagni” perché in ogni casa in cui si recavano, ricevevano regali. Il giorno seguente, i contadini riportavano i rami benedetti nella campagna e li piantavano simbolicamente, per propiziarsi il futuro raccolto, tra gli ulivi e tra il grano in erba.

 

Oggi i bambini non vanno più per le case, ma si scambiano solo il rametto d’ulivo.

 

La festa religiosa, detta “settimana santa”, di solito, veniva seguita con spirito di fede dagli adulti e larga partecipazione dei piccoli: erano giorni d’attesa prima della grande festa primaverile. Sin dal giorno delle Ceneri, ci si preparava alla Pasqua seguendo funzioni religiose quotidiane. L’arciprete invitava dei predicatori che, con le loro belle parole, attiravano in Chiesa tutta la comunità cristiana.

 

Per tutta la Quaresima non si mangiava la carne e le “guiccerie” (macellerie) restavano chiuse fino al sabato santo, giorno in cui si esponevano gli agnelli e le persone potevano andare a comprare la carne per il giorno di Pasqua e per la Pasquetta. Durante la settimana santa, in ogni casa le donne erano impegnate nella preparazione di dolci pasquali che si sarebbero consumati dopo la cerimonia della Resurrezione. Si preparavano ciambelle, friselle (taralli con farina, zucchero e anice e i cacciandoli (taralli a treccia con uovo intero sopra ). Erano questi i dolci che il giorno di Pasqua i bambini portavano orgogliosi, infilati al braccio, in Chiesa, per poi assaporarli dopo la benedizione. Oggi non si fanno più perché sono stati sostituiti dalle uova di cioccolato.

 

Oltre a questi dolci, la cosa più buona che si preparava era “ù cavicione”, una pizza rustica ripiena che sarebbe servita come pranzo per il venerdì santo, giorno in cui solitamente non si cucinava in segno di lutto per la morte del Signore. 

 

I ragazzi intanto avevano già pronti i “turr”, cioè le “tocchere” costruite da loro stessi per annunciare le funzioni sacre al posto delle campane legate dal giovedì santo fino al sabato mattina.

 

La sera del giovedì, c’era la visita ai sepolcri: ci si andava in tutte le chiese, procedendo in assoluto silenzio e in pieno raccoglimento.

 

Il venerdì santo, dopo le funzioni religiose della Chiesa Madre, c’era una commovente processione con due cortei: quello delle donne dietro alla statua dell’Addolorata che girava per l’antica via della “ Sottana” e l’altro degli uomini per il corso del “Ponte” dietro a Cristo Morto, e alla luce delle fiaccole. In piazza c’era l’incontro dei due cortei e poi insieme si tornava in Chiesa con molta commozione di tutti i partecipanti.

 

Il Sabato Santo, sciolte le campane, esplodeva la gioia e si potevano mangiare la carne e i dolci.

 

La Domenica di Pasqua, si gustavano la pasta fatta in casa, l’agnello con le patate al forno (ù rote).

 

La Pasquetta veniva vissuta in modo molto diverso da oggi. Un’evasione in campagna, da trascorrere con tanta allegria: la ricorrenza era comunemente indicata come il “giorno della frittata” (a frettate) perché essa costituiva la componente  principale del cibo che ognuno si portava dietro.

 

  

Girolama D’Avolio

 

  

La domenica delle Palme era una festa che si aspettava con ansia. La domenica mattina dopo che le palme venivano benedette si andavano distribuendo a tutti i parenti, i quali ricambiavano il dono con i dolci o con i soldi. A mezzogiorno si pranzava tutti insieme; poi la sera si faceva la Via Crucis per tutte le vie del paese.

 

Durante la settimana Santa venivano preparati i dolci tipici del paese come: i  “cavicioni” venivano portati al forno grande; per infornarli si aspettava la notte.

 

Dal lunedì santo fino al sabato santo, le campane venivano legate e si facevano anche dei fioretti come quello di digiunare, evitando di mangiare la carne.

 

Il giovedì santo si aspettava che Gesù venisse deposto nel sepolcro e tutta la gente del paese si recava in Chiesa a sentire la messa; la sera tardi si visitavano  tutte e quattro le Chiese del paese. Invece la sera del venerdì santo si svolgeva la processione di Gesù morto e della Madonna Addolorata.

 

Il sabato santo, a mezzogiorno, venivano sciolte le campane e nelle case si faceva rumore, battendo sulle porte e sui tavoli “per scacciare il demonio”.

 

Il giorno successivo, il parroco del paese andava benedicendo tutte le case del paese.

La mattina di Pasqua si andava a messa, e poi a mezzogiorno ci si riuniva tutti in famiglia, a mangiare e bere.

E per finire, il giorno della Pasquetta: tutti in campagna, per festeggiare insieme a parenti e amici; si mangiava, si beveva e si giocava fino a tarda sera.

  

Maria Consiglia Coco Piccolo  2 B Igea

 

  

Nel mio paese, la Pasqua era una festa molto attesa soprattutto dai bambini più piccoli. Essa era svolta seguendo le tradizioni del paese. Questa tradizione oggi per fortuna esiste ancora perché si è tramandata di generazione in generazione. Era una festa in cui tutta la famiglia si riuniva e festeggiava insieme.

 

La domenica delle Palme era una giornata molto attesa. I nostri nonni la mattina portavano a benedire le palme che avevano raccolto la sera prima nelle loro campagne, dopo quel momento si andava ad ascoltare la Santa Messa. Poi i bambini portavano i rametti di palma ai parenti per dare gli auguri e in cambio ricevevano delle caramelle o soldi. Si festeggiava con tutta la famiglia mangiando cibi di tradizione pasquale: cozze, polpette ripiene di carne e formaggio.

 

La sera usciva la cosiddetta Via Crucis, prima si andava ad ascoltare la Santa Messa, e poi si partecipava alla processione, e per il paese venivano esposte delle coperte sui balconi delle proprie case.

 

I nostri nonni durante la settimana Santa si preparavano per la Pasqua. Era una settimana molto intensa, di dolore e gioia. In questa settimana si faceva il “fioretto” che consisteva nel non mangiare carne per tutta la settimana Santa, come per tutti i venerdì nel periodo di tutta la Quaresima.

 

I nostri nonni preparavano dei cibi pasquali: “u cavcion” con cipolle, uvetta passa e acciughe, ciambelle, friselle e taralli con uova.

 

La sera del giovedì Santo si ascoltava la santa Messa e poi si andavano a visitare i Sepolcri in ogni Chiesa.

 

Il venerdì Santo era una giornata molto triste, la sera prima si ascoltava la Santa Messa, poi si partecipava alla processione di Gesù Morto con la Madonna Addolorata e si girava per tutte le vie del paese.

 

Nella giornata del sabato Santo, a mezzogiorno si scioglievano le campane e nelle case si faceva rumore, battendo sui tavoli e sulle porte per scacciare il demonio.  

La sera si ascoltava la “Veglia Pasquale”, e solo dopo si potevano mangiare tutti i dolci e i cibi pasquali preparati durante la settimana.

 

Pasqua era il giorno più bello, più importante, e tanto atteso da tutti. I bambini indossavano i vestiti nuovi o riciclati dai loro fratelli più grandi. La mattina si andava ad ascoltare la Santa Messa di Gesù Risorto insieme a tutta la famiglia. Nelle case si festeggiava questa giornata con gran gioia; si mangiavano maccheroni al sugo con carne d’agnello e i dolci preparati durante la settimana. Tutta la famiglia festeggiava, divertendosi molto.

La Pasquetta era la giornata più bella, e non solo per i bambini. Le grandi famiglie si riunivano con i propri amici nelle campagne per festeggiare, si mangiavano frittata con asparagi, carne arrostita e vari cibi pasquali. Era una giornata di grande divertimento.

 

 

Giulia Cataneo

 

 

 

A CARPINO

 

 

A Carpino, la Pasqua una volta era molto più sentita di oggi. Nel periodo della Quaresima si facevano dei piccoli fioretti, ad esempio il venerdì non si mangiava la carne, ecc…

 

Una settimana prima di Pasqua, il venerdì si svolgeva una Via Crucis per le vie cittadine. La Domenica delle Palme si portavano dei ramoscelli di olivo in chiesa per farli benedire. I ramoscelli si benedivano nella Chiesa di San Cirillo e dopo con una processione si andava nell’altra Chiesa, cioè la Chiesa di San Nicola di Mira. Far benedire quei ramoscelli (palme) significava far regnare la pace nel proprio paese. I bambini poi li regalavano alla gente, ricevendo in cambio dei soldi oppure dei dolci…

 

Arrivata la settimana santa, si legavano le campane, cosi non potevano suonare nel periodo di lutto per la morte di Gesù.

 

Il Giovedì Santo si andava a messa per la celebrazione dell’ultima cena di Gesù Cristo. Dopo la messa, si andava a visitare il sepolcro dove era posto Gesù morto e si faceva la veglia leggendo i Vangeli.

 

Il Venerdì Santo si faceva una processione per le vie del paese dove gli uomini portavano (sulle spalle) i Santi e le donne cantando gli andavano dietro…

 

Il Sabato Santo, per onorare la Pasqua, si ammazzava un agnellino e si preparavano dei dolci pasquali, ad esempio “friselle”, ciambelle, ecc…  La sera si svolgeva una Veglia Pasquale e allo scoccare della mezzanotte toglievano il lenzuolo che copriva la statua di Gesù risorto.

 

La Pasqua si festeggiava con tutta la famiglia riunita (nonni, zii,ecc..) mangiando l’agnello.

 

Il giorno di Pasquetta si andava in campagna e si faceva un picnic che si svolgeva per tutta la giornata, con amici e parenti. Per i bambini era un gran divertimento perché potevano giocare liberamente…

 

 

Basile Rosalba

 

 

 

 UNA RICETTA DI PASQUA

 

Ciambelle di Pasqua cu naspre (con la glassa)

 

 Ingredienti:

 

8 uova, 8 cucchiai di olio extravergine, 8 cucchiai di zucchero, un po’ di liquore di anice, la scorza grattugiata di un limone, 1 kg di farina (q.b.)

 

Guarnizione: albume e zucchero a velo

 

In una ciotola rompere le uova, aggiungere lo zucchero, l’olio, il limone grattugiato, poi un po’ alla volta la farina fino a quando l’impasto avrà una consistenza non troppo morbida né troppo dura. Aggiungere l’anice solo quando si è già iniziato ad impastare la farina. Lavorare l’impasto per qualche minuto, quindi dividerlo in tanti rotolini, dando loro la forma di ciambelle. Lessarle in una pentola di acqua bollente per almeno otto minuti, rigirandole da ambo i lati. Delicatamente, con una schiumarola, toglierle  dall’acqua e metterle a scolare su un canovaccio. Quando saranno asciutte, inciderle lateralmente per tutta la circonferenza. Infornarle quindi per quaranta minuti a 180°C. Saranno pronte quando assumeranno la loro forma caratteristica e saranno ben dorate.  

Servirle al naturale o ricoperte dalla glassa bianca.

 

 

 

L'articolo, pubblicato sull'Attacco del 20 marzo 2008, è uno stralcio di una ricerca  sul campo sulle tradizioni popolari garganiche, effettuata dalla classe II B Igea dell’Istituto “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico e coordinata dalla prof.ssa Teresa Rauzino.

 

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categorie: eventi, pasqua, identità, planctus mariae, la storia e la memoria
venerdì, 14 marzo 2008

 

Il Centro Studi Martella e  Italia Nostra scrivono a Ciro Pignatelli, Commissario del Parco del Gargano

Quale futuro per l'Abbazia di Kàlena?

 

                    L'abbazia di Kàlena  in una suggestiva immagine di Romano Conversano

 

Gent.mo Commissario,

Da qualche decennio le associazioni "Centro Studi Martella" e Italia Nostra, insieme e studiosi, medievisti, storici dell'arte intellettuali e cittadini di tutto il mondo, si battono per far restaurare e restituire ad una pubblica fruizione l'antica abbazia di Kàlena (in agro di Peschici), risalente all'872 d.C,  che con le sue due chiese  rappresenta un gioiello di architettura medievale unico sul territorio pugliese.

L'abbazia, in mano a privati che l'hanno abbandonata da oltre due secoli a un destino di progressiva decadenza con l'uso improprio  di azienda agricola, il 7 dicembre 2007 è stata vincolata "integralmente" dalla Direzione regionale dei beni culturali della Puglia, in quanto ritenuto un bene culturale di grande valenza  storico-archeologico-architettonica.

Una richiesta in tal senso fu inviata delle due associazioni scriventi, coadiuvate del Centro di Studi normanno svevi, da vari enti provinciali e regionali, dal Parco Nazionale del Gargano, dall'Università di Foggia e  dalla Diocesi di Manfredonia