Una sagra in cui l’hanna fatta da padroni assoluti arance e limoni dell’Oasi Agrumaria
SABATO 3 MAGGIO:
RODI RENDE OMAGGIO
ALLA PROPRIA RICCHEZZA
di PIERO GIANNINI

Dal pomeriggio del 3 maggio a sera inoltrata, vi hanno partecipato tutti: singoli privati e operatori turistici, imprenditori addetti ai lavori e scolaresche. Una festa di colori, suoni, giochi, profumi, balli, canti e danze (giovanissimi ballerini si sono esibiti in una sfrenata pizzica carpinese ossequiando le tradizioni dei padri).

Tra banchetti addobbati (uno allestito persino dal “glorioso” URIATINON… Cos’è? Scopritelo da soli, se siete capaci!) e imbanditi in concorrenza con tavolate da pranzo natalizio o matrimoniale e artisti di strada lanciati nelle loro funamboliche acrobazie, si sono sviluppati orgoglio e passione di chi ha voluto riportare agli antichi fasti, nelle loro più diversificate utilizzazioni, frutti che hanno colmato i mercati di mezza Europa osando perfino varcare gli oceani. Erano i primi anni del Novecento, certo, ma sono ritornati, o almeno stanno ritornando a farsi rispettare.
Le foto parlano da sole, ha suggerito con la solita modestia l’autrice (Terry Rauzino), che proprio per questo non ha voluto stendere un rigo di commento. E sono talmente tante che non abbiamo resistito a sceglierne una trentina e farne addirittura tre pagine da pubblicare su questo sito. Godetevele tutte! …

Dimenticavamo la consueta sollecitazione quando si tratta di… politici. LETTERINA - Esimio signor Carmine D’Anelli, sindaco di Rodi, cerchiamo di fare in modo che certe manifestazioni non si esauriscano per inedia. Non ci faccia dire altro, perché entrambi sappiamo (noi forse più di lei!), cosa s’intenda per inedia. Sono così ricche di fascino, turbamento, retaggio, malìa, magìa, che vedersele sfumare sotto gli occhi farebbe male al cuore. A buon intenditor… FINE DELLA LETTERINA
PIERO GIANNINI (su www.puntodistella.it )
L'intero album fotografico della sagra delle arance è visionabile sul blog di Terry Rauzino:
http://rauzino.spaces.live.com/

Sbarca sul web “E llarjulà”
di TERESA MARIA RAUZINO
«Siamo i diavoli alle chitarre; quelli svegli fino al mattino. Siamo "gli angeli che ballano intorno"; la musica che nasce nei paesi. Siamo l'eco delle piazze. Siamo i ragazzi con cui hai suonato a Scapoli, le ragazze che hai baciato a Carpino. Siamo la gioia che hai vissuto a Melpignano, le birre che hai bevuto a Bergolo. Siamo quelli che amano "questa donna", che hanno costruito giardini con "ori fini e acqua sorgentiva". Siamo quelli a cui da piccola hai rubato il cuore, quelli che non ti hanno mai detto una "parola a mmale". Siamo quelli che se non ti volevano bene non sarebbero venuti a cantarti. Siamo i cinque che con lo zoppo Fraccacchione sono andati a rubare le pere. Siamo gli "amanti ritornati", quelli per cui suonano le campane. Siamo le due zitelle che ballano. Siamo quelli mozzicati dalla Taranta. Siamo la “Tarantella del Gargano”.
Si presentano così, nel loro spazio web www.myspace.com/capitannemo, rivendicando fortemente e orgogliosamente la loro identità (Sime de Monte e tenime la chepa toste! ), i componenti del gruppo di musica popolare “Tarantella del Gargano”.
Sono Matteo Rignanese alias capitan Nemo (canto e chitarra); Pinuccio Ciliberti detto a cavaripa (canto). Ci sono anche “quei pazzi dei Sud Folk”: Angela Bisceglia (voce). Bernardo Bisceglia (mandola e voce); Peppe di Iasio (chitarra a basso e voce); Michele Cotugno (chitarra battente); Domenico Prencipe (chitarra acustica); Michelino Bisceglia (tammorra); Ilaria Rignanese (ballerina); Valeria Totaro (ballerina); Veronica Granatiero (ballerina); Michele Sacco (ballerino).
Sul sito è possibile ascoltare (e scaricare free) 4 brani (“Tarantella di Monte”, “L’aria dli Muntanere”, “Montanara li Strusce”, “Aprile e nun Aprile”) tratti da “e llarjulà”, un cd di nuova uscita del gruppo.
Interessante, nei post del blog, un intervento del leader Matteo Rignanese che, utilizzando il nick name Kudos, spiega ai blogger che “La Tarantella del Gargano non esiste”:
«Fino a qualche tempo fa ero fermamente convinto dell’esistenza di questo brano magico la cui scrittura si perde nel tempo (andate a dare un occhio al "Cantico dei Cantici"). La mia certezza derivava dall’aver ascoltato di persona la sua esecuzione, dall’ averne interpretato i versi nelle occasioni più disparate, dall’aver comprato almeno una decina di dischi in cui è stato inciso con interpretazioni che vanno dal folk al jazz, passando per la musica sperimentale e chi più ne ha più ne metta. Per capirci sto parlando del brano in cui un giovanotto si interroga su "come fare per amare questa donna" e gli viene in mente di costruire un giardino.
Da bravo Garganico sono fiero ed orgoglioso che un brano così ipnotico ed affascinante rappresenti la mia terra e quindi anche me. Il punto è che questo brano non si chiama "Tarantella del Gargano", e sul Gargano di tarantella non ce n’è soltanto una. La "Tarantella suonata alla Montanara" (ovvero "così come si suona a Monte Sant’Angelo) successivamente intitolata "alla Montanara" o più semplicemente "Montanara", e sempre più spesso chiamata "tarantella del Gargano" è uno dei tre stili di tarantella della città di Carpino; un modo di suonare, la decisione di un musicista di "interpretare" la tarantella su cui tessere i propri versi (una volta improvvisati, oggi rigorosamente fedeli a quanto tramandato dal passato). Su questo stilema esistono innumerevoli versi, alcuni strutturati in canzone vera e propria (di cui la più famosa appunto quella della bella figliola e del giardino), altri estemporanei, tutti strutturati in endecasillabi.
Così come pure di Stili si tratta quando si parla delle altre Tarantelle suonate a Carpino: La Viestesana (Vieste), particolarissima per una digressione dalla tonalità maggiore a quella minore che avviene improvvisa per 2/4 di battuta; la Rodianella (Rodi Garganico), quanto di più gioioso la musica possa rappresentare. A queste bisogna aggiungere quanto si è conservato negli altri paesi: la tarantella di Sannicandro, li strusce di Monte S. Angelo etc.etc.
In un contesto così vasto ricco di sfumature è senz’altro fuori luogo parlare di Tarantella del Gargano; al massimo si può parlare di "Tarantelle del Gargano".
A fare i pignoli poi ci sarebbe da sottolineare che il Gargano con le tarante non ha un granchè a che fare. Quelle che si eseguono e che si continua a tramandare sono delle serenate; a morsi e pizzichi, ragni e tarante (a parte due soli versi della tarantella di Monte Sant’Angelo che fanno riferimento a due ragazze senza marito che il cantore invita a lasciar ballare) non si fa riferimento in nessun verso. Sono tutti versi d’amore, al massimo di sdegno quando non sono canti religiosi.
Sì son d’accordo con voi che poco importa se "nel blu dipinto di blu" sia conosciuta in tutto il mondo come "volare", la sua bellezza resta immutata. Ma così come non esiste "volare" non esiste la "tarantella del Gargano". Anche se tutti continueranno a chiederci di suonarla, e noi non avremo nessun dubbio su cosa suonare! Forza Monte!».
INFO: www.myspace.com/capitannemo
IMMAGINI:
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Ciao, Zi' Ndrea
La ricorrenza del 17 marzo 2006 della morte di Andrea Sacco, rappresenta un appuntamento importante e non dimenticabile per il Carpino Folk Festival, per il suo territorio e per il Gargano.
Perché la nostra comunità non solo si rinnova e rigenera attraverso certe ritualità consolidate, come ricorrenze di eventi così importanti, ma soprattutto perché a questo Cantore, che grazie alla sua tenacia, al suo talento e alla sua forza interiore è riuscito a portare in alto, in giro per il mondo, il nome della città di Carpino e della Gargano, noi dobbiamo tanto.
Quello di rendere conosciuta a chi pregiudizialmente non conosceva la cultura popolare di tradizione del Gargano prima che fosse troppo tardi, era uno degli auspici che Sacco Andrea si era posto, pur vivendo in un luogo marginale. Per Zi'ndrea questa era una missione da perseguire, anche all'età di 92, 93 e poi 94 anni quando pur in situazione fisica molto debilitata continuava a ricevere a casa sua appassionati e artisti che lui chiamava amici.
Il suo scopo era di riscattarsi e di sollevare in alto il nome del suo paese così mal conosciuto e denigrato per i continui fatti di cronaca.
Così, attraverso il suo sguardo “Ispanico”, definito in questo modo da uno degli etnomusicologi che nel corso della sua vita gli hanno fatto visita e lo hanno immortalato nei nastri poi depositati presso l'Accademia di S.Cecilia, Zì ‘Ndrea ha raccontato una porzione di mondo, quella garganica dell’entroterra, facendola varcare i confini e facendola rompere quella frontiera mentale e culturale ma anche geografica, che a fatto si che i canti e i suoni di una generazione ormai del tutto scomparsa potessero giungere fino a noi, per farci sentire nel futuro sempre e ineluttabilmente “altro” da tutto il resto del mondo.
Ecco perché Zì ‘Ndrea verrà ricordato a lungo, perché anche a partire da lui gli abitanti di questa terra avvertiranno sempre più una soddisfazione e un orgoglio particolare. Attraverso i canti che ha tramandato ci riconosceremo principalmente nella sua garganicità, in questo misterioso e affascinante contesto identitario dal quale è difficile distaccarsi.
I cantori come Zì ‘Ndrea Sacco diventano, prima di tutto, persino prima del loro talento che hanno espresso con risultati eccellenti, gli ambasciatori ideali di questa appartenenza.
Perciò questi “anniversari”, diventano un motivo che toccano le corde non di un qualsiasi strumento musicale, ma quelle molto più complesse della nostra anima.
Tutte le volte che un artista celebra Zì ‘Ndrea, oltre che far riscoprire il cantore, di fatto rievoca la nostra unica tradizione che permette a chiunque nel mondo lo ascolta, di entrare dentro la nostra terra, dentro le nostre case e i nostri focolari, attraverso l’anima di quei sonetti che fino all'ultimo si è ostinato a cantare.
Zì ‘Ndrea attraverso i suoi canti e la sua mundanara riesce non solo a trasferire in modo chiaro e nitido l’essenza di ciò che siamo, simili ma unici, ma anche a raccontare il nostro orizzonte arcaico. Un orizzonte non dimenticato, ma ancora presente nei nostri cuori e nel nostro codice culturale identitario.
Ecco perché, attraverso queste poche righe, vogliamo essergli infinitamente grati, perché ci fa sentire u n i c i al mondo.
Il comunicato stampa è tratto dal blog e dal sito ufficiale del Carpinofolkfestival a cura di Antonio Basile.
da Wikipedia una breve biografia di Andrea Sacco
I suonatori e
cantatori di Carpino
I cantatori più validi sono coloro che, oltre a conoscere molti canti popolari, di questo vasto repertorio sanno rielaborare i versi tradizionali, variandoli e mischiandoli durante l’esecuzione. (Roberto de Simone)
di TERESA MARIA RAUZINO
Nel lontano 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella, nel loro "tour" alla ricerca delle radici della musica popolare, scoprirono il "filone" più puro" e prezioso a Carpino, un piccolo paese dell’entroterra garganico quasi decimato dall’emigrazione.

Il ricco repertorio di sonetti fu portato alla ribalta nazionale da Roberto Leydi che nel 1967 preparò con Carpitella uno spettacolo per il Teatro Lirico di Milano dal titolo Sentite buona gente.
In quell’occasione, i suonatori ed i cantatori di Carpino, davanti a duemila spettatori abituati a tutt’altro genere musicale, offrirono una esecuzione viva, autentica, e particolarmente trascinante.
Autentici aedi del Gargano, essi riuscirono a "cucire" con maestria un canto all’altro, senza fratture stilistiche e formali, in un unicum ininterrotto ed armonioso, mai uguale, che si delineava di volta in volta, con naturalezza. Rivelarono una professionalità innata: senza alcuna platealità, senza alcuna concessione alle "regole" dello spettacolo.
Leydi, come i numerosi ricercatori che si recarono a Carpino, registrò nel 1966 il repertorio dei Cantori e pubblicò in un disco due brani tra cui Garoffl d’ammore, oggi nota a tutti come la Tarantella del Gargano. Un "pezzo" che divenne un vero successo, riproposto per ben 11 volte da artisti vari, tra cui Eugenio Bennato.
Da allora i Cantori sono divenuti una fonte inesauribile per gli interpreti di musica popolare, con un piccolo neo: nessuno dichiarava, fino a qualche anno fa, che il copyrait delle loro canzoni spettava non ad un’indistinta tradizione popolare, ma ai "cantatori e suonatori" di Carpino: Andrea Sacco, Antonio Piccininno ed Antonio Maccarone.

E’ merito delle puntuali ricerche di Salvatore Villani e degli appassionati cultori di musica popolare che hanno fondato ed animato l’associazione culturale "Carpino Folk festival" (ricordiamo il compianto Rocco Draicchio), se oggi la tradizione musicale del piccolo centro, che si stava spezzettando in mille rivoli indistinti, è stata collocata nel suo contesto originale: lo spazio umano, culturale e musicale del promontorio del Gargano.
Oggi i Cantori sono diventati un vero e proprio mito per i cultori di musica etnica.
Ed il Gargano, nonostante il progresso omologante introdotto dal turismo fin dagli anni sessanta, si sta rivelando un "luogo della memoria" ricco di echi suggestivi e di suoni tarantati, che si pensava fossero ormai spenti, dimenticati.
In questo senso un ampio materiale documentario è stato recentemente pubblicato da Remigio de Cristofaro Ischitella. I canti del popolo, da Nasuti I canti del ricordo, da Angela Campanile (del Centro Studi Giuseppe Martella) in Peschici nei ricordi. Merito indubbio del De Cristofaro è di essere stato uno dei primi "ricercatori" ad avere registrato già nel 1955 la musica popolare di molti centri garganici, i cui nastri sono oggi conservati presso l’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. Sarebbe interessante estendere oggi la ricerca in tutta l’area allora indagata per verificare in che modo, dopo cinquant’anni di trasformazioni socio-economiche e culturali questa tradizione persista, si sia modificata o "contaminata" nell’inevitabile evoluzione.
Con Leydi siamo comunque lieti che "quelle voci, quelle chitarre battenti, quel canto ricco di arcaica potenza panica" siano, grazie ai ricercatori che li hanno riportati alla luce, ancora vitali. Ci auguriamo che ritornino ad echeggiare nei vicoli dei borghi antichi non solo di Carpino, ma di tutti i piccoli e grandi paesi del Gargano.
I sonetti e la taranta
Il repertorio dei Cantori consiste, oltre che nei "sonetti", componimenti lirico- monostrofici a carattere amoroso per serenate, in "sonetti" di sdegno e di "stramurte" con evidenti traslati erotico-allusivi. Caratteristica la "ripresa": ha l’effetto di concatenare i diversi testi in ininterrotte sequenze, dando loro una certa uniformità. Il testo può essere integrato da gruppi sillabici o brevi frasi stereotipe, asemantiche, con funzione ritmica.
Nei "sonetti" il testo, solitamente attinto dal patrimonio poetico della comunità, è funzionale al messaggio erotico che si vuole trasmettere al destinatario. Particolari sonorità sono ritmate dal "cantatore", la cui voce "di testa" con picchi acuti, accompagnata dalla mitica "chitarra battente", oltre che dalla "francese", dalle "castagnole" e dalla "tamorra", emerge anche a distanza.
La persistenza della "battente" anche in periodi di guerra o autarchici, in cui non era possibile reperire dai liutai le corde necessarie, è testimoniata dagli anziani che ricordano come i contadini che amavano suonare questo strumento, quando le corde si rompevano, "strecciavano" i fili d’acciaio del freno delle biciclette e ne ricavavano delle nuove, che poi accordavano a seconda dello stile personale. Il piano superiore della chitarra veniva ornato, oltre che dalle inconfondibili "rose" in corrispondenza dei fori della cassa armonica, da disegni e foto di procaci bellezze "al bagno".
Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, le popolazioni del Gargano, in occasione del Carnevale, durante i pellegrinaggi, ma soprattutto durante i lavori campestri o nelle feste religiose o parentali, voltavano i sonetti in "tarantelle". Questa usanza persiste oggi solo a Carpino, Ischitella e San Giovanni Rotondo, dove si balla sporadicamente durante le feste di matrimonio.
Un tempo il ballo aveva finalità iatro-musicali legate al "tarantismo", come testimonia Michele Vocino, ne Lo Sperone del Gargano del 1914. Ogni morso del ragno, la venefica tarantola, "provocava una festa". Con la "regia" di un capo-attarantato s’addobbava una camera in nero, o in verde o in rosso. Il morsicato ballava con due ragazze a suon di tamburello e della chitarra battente, tra due specchi. Agli invitati, di solito parenti e vicini di casa, si offrivano ciambelle e vino.
Il Vocino attribuisce la scomparsa di questa suggestiva festa alla scomparsa della "tarantola": "Ormai l’arte del capo-attarantato è morta, perché le tarantole sono morte e non ne sono più nate".
Oggi l’unica "taranta" del Gargano che allude al morso del velenoso scorpione è la seguente: "Lassàteli abballà chisti zitelle/, che tènene la taranta sotte li pede/Madonne come ce menene, /come nu sacche de patene" (Lasciateli ballare questi zitelli,/ che hanno la tarantola sotto i piedi. /Madonna come si lanciano, /come un sacco di patate!). Naturalmente, è cantata dai Cantori di Carpino.
CENTRO STUDI MARTELLA: NUOVO VOLUME SULLA RELIGIOSITA' POPOLARE A PESCHICI
Sarà presentato a Foggia il 3 marzo 2008 alle ore 17.00, nella Sala del Tribunale di Palazzo Dogana (Piazza XX settembre), con il patrocinio dell'Ente Provincia FG, il volume di AA.VV. del Centro Studi Martella “Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco Letterario San Michele Arcangelo-Gargano segreto”, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia, 2008.
Con questo nuovo volume, il Centro Studi Martella vuole dare un contributo di idee sui possibili itinerari storico-artistico-religiosi del "Parco Letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto", che ha visto recentemente la luce sotto gli auspici della Comunità Montana del Gargano e delle fondazioni "Ippolito Nievo" e "Pasquale Soccio".
La Montagna del sole mistica e mitica, che ha fissato da secoli la sua location nella Grotta dell’Arcangelo, ha già ispirato una notevole produzione letteraria da parte di grandi viaggiatori ed intellettuali del Promontorio.
Il tema del V volume della collana "I luoghi della memoria" del Centro Studi "Giuseppe Martella» di Peschici ha consentito la partecipazione di 15 studiosi, dal momento che le chiese, presenti nella cittadina garganica e nel suo territorio, e le manifestazioni socio-religiose ad esse collegate, possono essere studiate dal punto di vista storico-architettonico, storico-iconografico, storico-devozionale e storico-sociale. Tale ampia possibilità di angolazioni interpretative e di lettura ha permesso di ripercorrere la storia di Peschici secondo diverse direttrici che, intersecandosi, si illuminano e si arricchiscono reciprocamente, rappresentando un grande e variegato affresco, uno spaccato emblematico di microstoria pienamente inserito nella macrostoria italiana ed europea.
Uno studio serio e qualificato su uno degli assi portanti dell’identità del sud Italia, con un interessante scandaglio del rapporto tra “saeculum” e “religio”, non privo di un forte richiamo all’attualità, come l’impulso al recupero dell’antica abbazia di Santa Maria di Càlena.
Peschici, perduta nel mare dell’esistenza senza risposta, toccata, a fasi alterne, da eventi felici e tragici, continua a riporre nel culto antico del santo profeta Elia che libera i suoi poveri, pochi abitanti, dalle cavallette, dalla siccità, dalle malattie e dalle incertezze della vita, la speranza di salvezza o quanto meno la speranza consolatrice di un futuro migliore. I modelli della società di massa e consumistici non hanno ancora scalfito questa realtà, consolidata da secoli: un modo di fare e di essere collegato, nella sua dimensione più profonda, alla misteriosa ricerca di sé, della propria identità, del minimo di garanzia vitale.
PROGRAMMA PRESENTAZIONE 3 marzo, ore 17 Palazzo Dogana Foggia
SALUTI
- Carmine Stallone (presidente Provincia di Foggia)
- Autorità presenti
INTERVENTI
- Pasquale Corsi (ordinario di Storia medievale Università di Bari)
- Liana Bertoldi Lenoci (Università di Trieste, autrice e curatrice del volume)
- Teresa Maria Rauzino (presidente Centro Studi Martella, autrice e curatrice del volume)
Coordinerà la serata Gianfranco Piemontese (coautore del volume)
Saranno presenti gli altri autori del volume: Sergio Afferrante, Gioia Bertelli, Giovanni Boraccesi, Barbara Coletta, Enzo d’Amato, Michele d’Arienzo, Libera Iervolino, Lucia Lopriore, Tiziana Luisi, Francesco Granatiero, Michel’Antonio Piemontese, Grazia Silvestri.
In apertura sarà proiettato il CD "Kàlena, lo scrigno chiuso" di Enzo D’Amato.

IL MANIFESTO DELL'EVENTO è scaricabile qui:
http://files.splinder.com/db207fe42c9d026c39f7a7ca1921b21f.pdf
L'INVITO è scaricabile qui:
http://files.splinder.com/1df573658d8cf5fd85156453e981b784.pdf
Il CENTRO STUDI MARTELLA
Il Centro Studi Martella di Peschici si è costituito nel 1997 ed ha acquisito personalità giuridica il 19 luglio 1999. E’ formato da studiosi locali e da studiosi esterni al territorio, che stanno attuando un programma di ricerche storiche ad ampio spettro, interdisciplinare. Il gruppo di studiosi raccolto nel Centro ha organizzato giornate di studio, i cui atti sono pubblicati nella collana I luoghi della memoria, centrate sulla tradizione culturale del territorio, sulla pubblicazione di documenti inediti di diversa natura, sulle testimonianze architettoniche e iconografiche dei siti, in modo da inserire Peschici, il Gargano e le tradizioni dei suoi abitanti nella “grande storia”.
Il Centro Studi, oltre alle ricerche di vasto respiro, si batte da anni per una sempre maggiore valorizzazione del patrimonio culturale, artistico del territorio. Svolge una corposa attività di informazione attraverso siti telematici, articoli e saggi pubblicati da quotidiani, riviste specializzate locali e nazionali.
AA.VV. CENTRO STUDI MARTELLA, Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, pp.400, ill. a colori, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia 2008, € 25,00.
Per ordinare il volume on line: centrostudimartella@hotmail.com
Info: 380-2577054
L’opera di Domenico Sangillo analizzata dalla critica d’arte Santa Fizzarotti Selvaggi in una pubblicazione dell’Università degli Studi Bari interamente dedicata al grande artista di Rodi Garganico, insignito del “Sigillo d’argento” dell'Ateneo barese
Sangillo, il Pittore della nostalgia
di SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI
«Ciò che si è non lo si può esprimere».
Kafka
«E’ prestando il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura...»
Maurice Merleau-Ponty
Domenico Sangillo, figlio della nostra terra, nasce a Rodi Garganico il 29 gennaio del 1922, si trasferisce giovanissimo all'età di 18 anni a Roma dove affina la sua vocazione per la pittura. Segue il Maestro Carlo Siviero. E’ accolto spontaneamente fra gli artisti come Mario Mafai, Francesco Trombadori (padre di Antonello), Giovanni Consolazione e partecipa da protagonista al dibattito culturale dei salotti capitolini.
Interprete dì quanto lo circonda, Sangillo si è sempre attestato sul 'Tonalismo romano" sprofondando, anzi naufragando, come ci ricorda Leopardi, nel lirismo delle atmosfere indefinibili della Natura, della sua infanzia vissuta in Puglia. Gli anni romani sono per Sangillo fonte inesauribile di ispirazione, ma anche di nostalgia: desiderio malinconico e struggente di ritornare in patria, di rivedere i luoghi dell'infanzia, gli oggetti cari.
Egli ha sempre sentito di «stare sulla terra», così come afferma Heidegger, per cui la sua nostalgia fu sempre intensa. E’ la Terra Madre - quale grembo di vita e di morte - che lo attira fatalmente: non a caso nella sua pittura grande assente è la figura umana che sembra persa nelle ombre, negli effetti nebbiosi e umidi delle vaste campiture cromatiche. Tra la parola e l'immagine si pone il gesto dell'artista alla ricerca di qualcosa dì perduto... E sono le ombre a tradurre in parte l'inesprimibile, il grido d'angoscia dell'artista dinanzi ad una Natura oltraggiata dagli interventi devastanti dell'uomo... Non a caso Cesare Vivaldi lo ha definito “Pescatore di ombre”.
Ma dove è l'ombra è anche la luce, che nel Corpo delle Tenebre si nasconde per affiorare, a tratti, attraverso il discorso della Pittura, meglio nella Parola pittorica.
Negli anni '70 Sangillo sente un grande disagio e ritorna a Rodi. Al pennello aggiunge la penna. Non c'è contrapposizione tra Poesia e Pittura, bensì un intreccio proprio della tradizione umanistica. Molti grandi Pittori, infatti, hanno riconosciuto la necessità di dipingere con le parole. La poesia non prende il posto della pittura: colori e immagini si trasformano, invece, in folgorante Parola poetica. Non a caso Simonide di Iuli affermava che «la Pittura è Poesia muta e che la Poesia è Pittura cieca», così come ebbe a dire successivamente anche Leonardo.
Per Sangillo si aprono nuovi scenari, visioni della realtà fisica, naturale, mentre egli ascolta profondamente il suo mondo interno - il Sé -, la voce della sua anima di "bambino" stupito di fronte alla Natura, alla bellezza armoniosa del Creato, della luce che disperde le tenebre. Si tratta del luogo dell'origine. Il gesto dell'artista sta a significare la possibilità dell'uomo di riappropriarsi dell'incipit nella consapevolezza di giocare a ricreare il mondo.
Luciano ha definito Omero «il più grande dei pittori». E lo sguardo di Omero in un dipinto di Rembrandt dal titolo "Aristotele e il busto di Omero" è rivolto altrove. Forse verso quel luogo originario e misterioso dal quale nascono tutte le cose. L'Altrove indefinibile e sfuggente.
Suoni, gesti, sguardi, odori e sapori si ritrovano nella poesia e nella pittura di Sangillo che così scrive: «Gocce di luna / merlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco di pescatori / si perde nel gorgo del mistero». Ed è in tale incontro misterioso dei sensi descritto dal Pittore che si strutturano la parola e l'immagine. D'altra parte così scrive Orazio: «... la poesia è come la pittura, che a volte si coglie da vicino e altre da lontano, ora in penombra e ora in piena luce...».
Sangillo ci invita a riascoltare i sensi, al "fare" che è un "pensare", alla rieducazione dello sguardo, alla costruzione di una diversa visione del mondo, di un nuovo ma antico discorso in grado di incontrare l'Altro nella dimensione della Memoria. Forse anche nella tragicità dell'esistenza. Nelle sue opere si percepisce il farsi e disfarsi dell'esistenza, di forme sempre nuove eppure già inscritte nel codice segreto della Natura: del Cosmo. L'Artista ci invita a coniugare parola e immagine, il visibile e l'invisibile per ritrovare il senso originario delle cose. Ed è l'Arte che permette la ricomposizione di quel mosaico della beatitudine che scaturisce dall'antica Memoria di un luogo Altro.
Sangillo ha sempre viaggiato tra e con le immagini nel tempo e nello spazio, in luoghi sconosciuti, immaginando forse di recarsi ai confini dell'universo, tra le stelle, visibili e invisibili, che popolano gli spazi siderei, tra le lune...
Per l'Artista il Varano è «... specchio di antiche lune...». Vale a dire che il nostro passato ci impregna indicandoci il nostro futuro: «quella terra / è l'uva della mia fede: / il colore». L'Artista, infatti, attraverso il colore stabilisce un intimo dialogo con i luoghi, con l'anima dei luoghi e le memorie eterne del vento: ed è così che tra la terra e il cielo tenta di ritrovare legami riscoprendo la materia nel suo mistero, l'odore del fuoco, il sapore delle mele nell'orto, lo splendore di tronchi d'alberi e le loro ferite, graffiti e scritture del tempo. Visioni e paesaggi che l'artista ricompone in un unico grande scenario riflettente in ogni caso i frammenti dell'anima del mondo. A noi rimane la possibilità di intravedere il nostro volto riflesso nelle sue Opere e riconoscere in parte la nostra vera natura.
«La vera opera d'arte nasce dall'artista in modo misterioso, enigmatico, mistico», ha scritto Wassily Kandinsky. L'Arte è sempre un mistero che genera emozione e dunque nuove forme: ma è l'emozione a plasmare la nostra mente intessuta di affetti.
E’ stato scritto che «La longevità spirituale di Domenico Sangillo è sorprendente. Le sensazioni, le emozioni, le malinconie, riflessioni, memorie, ironie, si alternano tra loro, trascinandoci ammirati in un gioco di immagini e di ritmi incredibile. Dentro la sua anima vive l'eterno bambino». Quel bambino che gli fa dire: «Lacerata / dalla giuncaia / di rosso / si tinge lo stagno». Il rosso, il colore vibrante della passione, del sentimento, dell'amore, ma anche della rabbia, tinge la giuncaia. Ed è subito Pittura.
Dal suo lavoro affiorano con prepotenza la gioia e il dolore, la nostalgia, attraverso la rarefazione del segno che invita a considerare la possibilità di godere dell'atto vitale nell'hic et nunc, come se il segno fosse testimonianza e memoria. Ed è così che Sangillo affronta con coraggio il nucleo profondo del problema dell'essere umano: la realtà del divenire. Le sue Opere rappresentano le scene di un sogno. L'immagine viene così "ad arte" ricostruita da Sangillo tra rimemorazione e sensualità. Si tratta di luoghi nascosti e misteriosi che appaiono nel chiarore opalescente della Memoria. L'Artista appare rapito dalla Natura, si immerge nel luogo dell'inquietudine: ovvero in qualcosa che muove i sensi, turba e perturba. Ma dov'è ora la Natura? Dove possiamo incontrarla? Nell'Arte, nel Corpo dell'Arte, nel Volto dell'umanità smarrita? Nell'immobile bellezza del Varano?
La dialettica tra aniconicità e iconicità, tra invisibile e visibile, forse è nucleo del suo discorso pittorico. I paesaggi, dal taglio severo delle strutture, vivono in uno spazio costruito dal colore. Assistiamo alla creazione di una sorta di spazialismo dinamico. In verità, in tutta la difficile ricerca di Sangillo affiora la costante presenza di un "io-poetico" in grado di meditare sull'elemento luce" che riguarda, come già affermato, il gesto dell'origine. Non a caso le Sacre Scritture narrano che: Dio disse: «sia Luce... » e la Luce fu. Di qui le grandi campiture cromatiche che vibrano in uno spazio misterioso - lo spazio della mente e del cuore -, all'interno del quale meravigliosamente palpita la "carne viva" del mondo.
Sangillo è il Pittore che dipinge la Natura nelle sue varie forme e manifestazioni. La sua mente è poetica. Ma la Poetica è un fare. “Pòiesis”: inventare, comporre, plasmare. In definitiva, si tratta della costruzione dell'Oggetto d'amore che appare tra la parola e l'immagine. Sangillo plasma il mondo attraverso la Parola poetica piena di luce - la stessa luce che genera l'immagine e la pittura. L'Artista, infatti, si esprime attraverso "universali fantastici", ovvero tramite le strutture archetipiche dell'immaginazione. Penetra nella realtà naturale per comprenderla non senza dolore. La sua pittura è un accadimento mistico, una trasfigurazione dell'esistente: la ricerca del corpo di luce che impregna tutte le creature. E un misterioso vento cosmico, proveniente da luoghi oscuri, ci avvolge.
Ma è sempre la Puglia a parlare alla sua immaginazione.
Si tratta di un recupero di un'amnesia, della cura al nostro «disorientamento psichico dovuto alla distruzione della memoria del mondo» (cfr. J. Hillman).
L'artista appare cosciente della condizione dell'essere umano: la figura si confonde spesso con lo sfondo. Si tratta della solitudine che domanda la scoperta di Sé e dell'Altro all'interno di una reciprocità senza fine. Ma questo intrecciarsi dell'Uno e dell'Altro avviene in un percorso intersoggettivo e fecondo che si chiama Amore. Ogni sua opera è un frammento della sua vita che incontra la nostra esistenza. Siamo parte di una grande e mutevole Opera che nella sua immagine cangiante ci restituisce il Volto composito dell'Essere. In questo senso forse possiamo comprendere la ricerca di un significato assoluto dell'esistere in quanto tale. Egli sente di vivere nella fiamma dell'Arte quale scintilla del fuoco divino, del roveto ardente.
Una sorta di dimensione celestiale che racconta le vicende dell'Essere senza tempo che dimora dentro di noi mentre si fa linguaggio: Pittura e Poesia. In ogni caso musica e canto si elevano al cielo, all'imperscrutabile mistero. Si tratta di una magia... Nel trasformare l'immagine in parola poetica e la Poesia in Pittura Domenico Sangillo diventa Alchimista. Trova, cioè, il senso dell'esistere che vibra dei sette colori dell'arcobaleno, delle sette note musicali, dei suoni dell'alfabeto, che altro non sono se non le emozioni inscritte nel cuore.
Nei suoi accordi cromatici ritroviamo quanto Brahms scrisse a Max Klinger: «Vedo la musica e la bellezza delle parole ed ecco senza che me ne accorga, i Suoi magnifici disegni mi portano più lontano; guardandoli mi sembra che la musica continui a risuonare all'infinito e che esprima tutto ciò che avrei voluto dire». L’inenarrabile che la Pittura impietosamente disvela e nasconde. Un pulviscolo che l'Artista riordina ed offre all'Altro con la coscienza del tempo che inesorabile passa e che l'Arte rende interminabile ed eterno. Non a caso egli scrive: «Dentro di me una voragine. / La goccia del tempo ha scavato la pietra».
Ed io mi permetto di aggiungere: una pietra viva che respira e profuma come la Poesia e la Pittura. Metafore del corpo aperto, amato e violato della nostra Madre Terra.
Il saggio di SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI è stato pubblicato in AA.VV.“Omaggio all’artista Domenico Sangillo”, Quaderni d’Ateneo 12 dell’ Università degli studi di Bari, Servizio Editoriale Universitario, 2007.
"L'Uliveto" di Domenico Sangillo
"Campagne romane" di Domenico Sangillo
ALBUM "OPERE" DI DOMENICO SANGILLO:
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/sangillo.msnw
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/sangillo.msnw?Page=2
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/domenicosangillo.msnw
SCHEDA WIKIPEDIA SU SANGILLO:
http://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Sangillo
In un filmato del regista Manuele Cecconello, l’artista istriano racconta il suo originale percorso creativo che lo portò alla scoperta di Peschici
Itinerari vitali
di Romano Conversano
TERESA MARIA RAUZINO

Romano Conversano lavora i colori sulla tavolozza. Colori con prevalenza di verdi e di azzurri. Quella tavolozza la usa dal lontano 1943. E’ in legno di noce, alta soltanto 3 millimetri. Ormai è stratificata dal colore. Nonostante la ripulitura quotidiana, a fine giornata, del colore residuo, si è ispessita. Il colore ne è parte integrante. Organico. L’artista lavora di pennello, ma anche spandendo il colore con le mani, con i polpastrelli delle dita. Nel suo studio di Milano sta dipingendo una Donna d’oggi. Colpiscono i suoi occhi intensi. In tensione quasi orgasmica. In tranche creativa. Con a tratti improvvisi scatti di gioia. Quasi infantile, se non fosse per una certa emozione che vi traspare. Gli occhi grandi, celeste acqua, ti entrano dentro. Per catturare una luce, quella accuratamente nascosta nel profondo. Per far emergere il patos, l’animo greco…in una funzione quasi catartica.
L’artista racconta i suoi quadri… si lascia andare. Racconta i canoni della sua arte. Difficili da razionalizzare. Innati. Nel dipingere, a volte si sfrutta il suggerimento che viene dalla tavolozza. Accostamenti casuali di colori, che la tavolozza compone e scompone. L’artista ne capta il suggerimento, lo accetta. Il fatto stesso di accettarlo è indice di umiltà. Ma il vero artista non rinuncia al suo estro. Di suo, aggiunge il tocco, le scelte coloristiche, le pennellate. E’ orgoglioso di averlo proposto come percorso lungamente maturato in sé. Un percorso disordinato per la varietà dell’ interesse della maturazione artistica, dei vari momenti creativi. C’è di tutto, in mezzo. Molto disordine e tante suggestioni.
LE BATEAU IVRE E I CARGHI
Nel 1951 la pittura di Romano Conversano è tonale. Tonalità di colori bassi, sobri, minori, come quelli della scala musicale, ma con i brividi tipici dei cori a bocca chiusa. Un tema è Venezia, una delle sue patrie dell’anima. Una luguna sfinita, ma nel tempo stesso dolcissima, sciroccosa. I cantierini navali, i piccoli arsenali, da passione letteraria diventano ben presto passione pittorica. Sono l’incarnazione di un topos letterario, le bateau ivre di Rimbaud.
I cantieri emergono dal passato dell’artista. Un ramo collaterale della sua famiglia costruiva negli squeri, nei cantieri del legno, delle belle, grandi barche a tre alberi. In mare alto, e come sempre nella vita avviene, esse si squassavano durante le tempeste, ma riuscivano a tornare quasi sempre in porto. I grandi battelli correvano le avventure della vita, partendo dai cantieri istriani, ma poi tornavano. Anche se sfiniti. Per morire. Per disfarsi pian piano. Qui, nel canterino intriso di tutte le salsedini del mondo. Dove erano nati.
Anche i carghi sono il residuo di storie portate dentro fin dall’infanzia. Dalle finestre di Rovigno a picco sul mare, Romano Conversano, da bambino le vedeva passare di frequente. Trasportavano la bauxite da Istria a Venezia. Non avevano le forme belle delle navi e delle barche che solcano i mari, ma erano portatori di una tristezza fatale. Il ricordo affiora vivo: «Mi angustiava nel colmo della notte udire le loro urla strazianti, erano solo i rumori di catene e di ancore arrancanti, prodotti dalla manovra in porto. I carghi si giravano pian piano e andavano verso la notte…. Sparivano. Io ero piccolo, piccolo. Affranto da questa vicenda esistenziale”. Una precoce sensibilità di artista gli fa captare il mistero. Al di là del visibile…».
I TRABUCCHI DEL GARGANO E LA CAMARGUE
Dalla pittura tonale, Conversano passa all’accensione dei colori. Vitalistica. Dentro una natura di pace e colore vanno fremendo strutture fantastiche. I trabucchi, marchingegni che sembrano inventati da Leonardo, con paranchi, tiranti, incarnano una tensione non solo strutturale. Una tensione interiore. Da queste lunghe antenne protese sugli speroni di roccia di Peschici, partono delle grandi immense reti, giù, nelle acque profonde del mediterraneo Adriatico. Un tempo davano pescate miracolose, oggi sempre più misere.
Qualche intervallo di natura morta, in una gamma di infinite suggestioni.
E fu il giorno uno. Un titolo biblico per una serie di paesaggi della Camargue.


E’ un altro tema caro a Romano Conversano. Nel giorno primigenio avviene la divisione delle acque dalla Terra. Un trauma brusco, che emerge dalla luce, dal fango. E tutto accade di fronte ad una Natura stupefatta.
DONNE CHE ESCONO DI SCENA …