sito a cura di Teresa Maria Rauzino
TERESA MARIA RAUZINO: Quando a Peschici gli slavi ...erano di casa
VIAGGIO VIRTUALE PESCHICI-DUBROVNIK
ALLA SCOPERTA DELLE RADICI CROATE
ANTONIO VIGILANTE: La singolare storia di Donato Manduzio e degli ebrei garganici
LEONARDA CRISETTI: La formazione culturale ed umana di Pietro Giannone
LUCIA LOPRIORE, Ausculum nelle testimonianze epigrafiche
LABORATORIO STORICO ISTITUTO SUPERIORE "MAURO DEL GIUDICE", Il Convento di Rodi Garganico racconta un'antica storia...

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Vieste - SAN GIORGIO 2008 IMMAGINI DI UNA FESTA [VIDEO WWW.ONDARADIO.INFO] |
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| mercoledì 23 aprile 2008 | ||||||||
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Le immagini della processione a Vieste per la Festa Patronale di San Giorgio: dalla benedizione della statua da parte del Vescovo D'Ambrosio, allo snodarsi della processione dalla Cattedrale alle stradine del centro storico fino a Piazza del Fosso ed il corso principale.
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CENTRO STUDI MARTELLA: NUOVO VOLUME SULLA RELIGIOSITA' POPOLARE A PESCHICI
Sarà presentato a Foggia il 3 marzo 2008 alle ore 17.00, nella Sala del Tribunale di Palazzo Dogana (Piazza XX settembre), con il patrocinio dell'Ente Provincia FG, il volume di AA.VV. del Centro Studi Martella “Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco Letterario San Michele Arcangelo-Gargano segreto”, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia, 2008.
Con questo nuovo volume, il Centro Studi Martella vuole dare un contributo di idee sui possibili itinerari storico-artistico-religiosi del "Parco Letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto", che ha visto recentemente la luce sotto gli auspici della Comunità Montana del Gargano e delle fondazioni "Ippolito Nievo" e "Pasquale Soccio".
La Montagna del sole mistica e mitica, che ha fissato da secoli la sua location nella Grotta dell’Arcangelo, ha già ispirato una notevole produzione letteraria da parte di grandi viaggiatori ed intellettuali del Promontorio.
Il tema del V volume della collana "I luoghi della memoria" del Centro Studi "Giuseppe Martella» di Peschici ha consentito la partecipazione di 15 studiosi, dal momento che le chiese, presenti nella cittadina garganica e nel suo territorio, e le manifestazioni socio-religiose ad esse collegate, possono essere studiate dal punto di vista storico-architettonico, storico-iconografico, storico-devozionale e storico-sociale. Tale ampia possibilità di angolazioni interpretative e di lettura ha permesso di ripercorrere la storia di Peschici secondo diverse direttrici che, intersecandosi, si illuminano e si arricchiscono reciprocamente, rappresentando un grande e variegato affresco, uno spaccato emblematico di microstoria pienamente inserito nella macrostoria italiana ed europea.
Uno studio serio e qualificato su uno degli assi portanti dell’identità del sud Italia, con un interessante scandaglio del rapporto tra “saeculum” e “religio”, non privo di un forte richiamo all’attualità, come l’impulso al recupero dell’antica abbazia di Santa Maria di Càlena.
Peschici, perduta nel mare dell’esistenza senza risposta, toccata, a fasi alterne, da eventi felici e tragici, continua a riporre nel culto antico del santo profeta Elia che libera i suoi poveri, pochi abitanti, dalle cavallette, dalla siccità, dalle malattie e dalle incertezze della vita, la speranza di salvezza o quanto meno la speranza consolatrice di un futuro migliore. I modelli della società di massa e consumistici non hanno ancora scalfito questa realtà, consolidata da secoli: un modo di fare e di essere collegato, nella sua dimensione più profonda, alla misteriosa ricerca di sé, della propria identità, del minimo di garanzia vitale.
PROGRAMMA PRESENTAZIONE 3 marzo, ore 17 Palazzo Dogana Foggia
SALUTI
- Carmine Stallone (presidente Provincia di Foggia)
- Autorità presenti
INTERVENTI
- Pasquale Corsi (ordinario di Storia medievale Università di Bari)
- Liana Bertoldi Lenoci (Università di Trieste, autrice e curatrice del volume)
- Teresa Maria Rauzino (presidente Centro Studi Martella, autrice e curatrice del volume)
Coordinerà la serata Gianfranco Piemontese (coautore del volume)
Saranno presenti gli altri autori del volume: Sergio Afferrante, Gioia Bertelli, Giovanni Boraccesi, Barbara Coletta, Enzo d’Amato, Michele d’Arienzo, Libera Iervolino, Lucia Lopriore, Tiziana Luisi, Francesco Granatiero, Michel’Antonio Piemontese, Grazia Silvestri.
In apertura sarà proiettato il CD "Kàlena, lo scrigno chiuso" di Enzo D’Amato.

IL MANIFESTO DELL'EVENTO è scaricabile qui:
http://files.splinder.com/db207fe42c9d026c39f7a7ca1921b21f.pdf
L'INVITO è scaricabile qui:
http://files.splinder.com/1df573658d8cf5fd85156453e981b784.pdf
Il CENTRO STUDI MARTELLA
Il Centro Studi Martella di Peschici si è costituito nel 1997 ed ha acquisito personalità giuridica il 19 luglio 1999. E’ formato da studiosi locali e da studiosi esterni al territorio, che stanno attuando un programma di ricerche storiche ad ampio spettro, interdisciplinare. Il gruppo di studiosi raccolto nel Centro ha organizzato giornate di studio, i cui atti sono pubblicati nella collana I luoghi della memoria, centrate sulla tradizione culturale del territorio, sulla pubblicazione di documenti inediti di diversa natura, sulle testimonianze architettoniche e iconografiche dei siti, in modo da inserire Peschici, il Gargano e le tradizioni dei suoi abitanti nella “grande storia”.
Il Centro Studi, oltre alle ricerche di vasto respiro, si batte da anni per una sempre maggiore valorizzazione del patrimonio culturale, artistico del territorio. Svolge una corposa attività di informazione attraverso siti telematici, articoli e saggi pubblicati da quotidiani, riviste specializzate locali e nazionali.
AA.VV. CENTRO STUDI MARTELLA, Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, pp.400, ill. a colori, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia 2008, € 25,00.
Per ordinare il volume on line: centrostudimartella@hotmail.com
Info: 380-2577054
L’appello di Monsignor D’Ambrosio ai Martucci nel giorno della festa di Santa Maria di Kàlena
Poniamo fine a questa diatriba:
regalateci le chiese!
L’8 settembre a Peschici significa festa di Santa Maria di Kàlena. Una festa in disuso e tornata in auge dopo la battaglia che ha visto la comunità di Peschici, guidata dal Centro Studi Martella e da Italia Nostra, rivendicare l’esproprio dell’antica abbazia, oggi aperta alla pubblica fruizione soltanto per un giorno, quello della festa della Madonna delle Grazie.
Nel giorno della festa, come nei due anni precedenti, c’è stata una fiaccolata cui erano presenti monsignor Domenico D’Ambrosio, le autorità civili e religiose con la banda cittadina.
Dopo aver recitato un rosario con i numerosi fedeli confluiti a Kàlena, D’Ambrosio ha lanciato un messaggio di pacificazione, rivolto in particolare alla famiglia proprietaria della badia.
«Questa sera - ha affermato D'Ambrosio - queste pietre stanno parlando, perché noi stiamo insieme per pregare, per onorare la Vergine Maria. Io sono un inguaribile ottimista, sapete qual è il mio sogno, non l’ho fatto, ma ve lo dico: che la buona volontà degli uomini, e mi appello agli eredi Martucci, ci farà un regalo. Poniamo fine a tutta questa diatriba: regalateci le chiese, mettetele a disposizione della Comunità, il Signore che è Provvidenza vi restituirà il centuplo. Ecco io sto sognando questo, al di là di tutti i problemi che da anni si trascinano. Desideriamo che in questo luogo, così bello, così caro così ricco di secoli di preghiera e di lavoro in qualche modo, almeno le chiese possano tornare ad essere luogo di preghiera dove venerare questa stupenda statua della Madonna di santa Maria di Kàlena. Ecco, questa è l’intenzione del Rosario che abbiamo recitato questa sera, questa è l’intenzione dell’Ave Maria che concluderà questa nostra preghiera e poi ci farà venerare brevemente la statua della Madonna e ritornare alle nostre case».
L’ingegner Vincenzo Martucci, presente a Kàlena in rappresentanza della famiglia, ha assicurato che riferirà al fratello e alle sorelle le parole dell’arcivescovo, e la sua personale disponibilità per la riapertura di un dialogo proficuo per le sorti dell’abbazia. Sarà la volta buona?
Tutti gli amanti delle sgarrupate “pietre” di Kàlena se lo augurano davvero.
L'Album fotografico (24 immagini) è sul sito del Centro Studi Martella:
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/abbaziadiklena8092007.msnw?Page=1
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/abbaziadiklena8092007.msnw?Page=2
I santi patroni, tra culto e feste
La memoria è il miracolo ultimo dei santi protettori
Si è da poco conclusa a Putignano un’interessante mostra fotografica sui santi patroni dei comuni della Provincia di Bari organizzata dal Comitato Feste patronali che si è impegnato a lungo nella raccolta di numerose immagini di statue di santi e madonne, oggetto da secoli e secoli di devozione da parte delle relative comunità: tra i più “gettonati” San Rocco, San Michele e soprattutto tante madonne dai nomi, dai portamenti e dagli abiti più diversi perché legati a differenti Ordini religiosi ovvero ai luoghi di provenienza e alle località direttamente interessate dal culto.
Una mostra di questo genere, richiesta da altri Comitati e pertanto destinata come gran parte degli operatori e dei protagonisti delle nostre feste ad essere “da giro”, serve da un lato a farci riflettere sul peso e sull’importanza della memoria collettiva e sui legami che soprattutto in passato univano i santi alla cultura popolare, dall’altro a constatare le trasformazioni, le vere e proprie metamorfosi che la modernità ha imposto a qualcosa che solo a uno sguardo superficiale può sembrare fermo, immobile, irretito nelle pastoie della tradizione.
E la memoria corre soprattutto a San Rocco che insieme a San Cristoforo e San Sebastiano difendeva intere comunità dal “tipo” di morte più temuta dagli uomini del Medioevo e dell’Età moderna, ovvero quella provocata dalla peste. Se infatti San Cristoforo proteggeva anche dalla fine improvvisa (di qui l’usanza soprattutto nelle regioni settentrionali di dipingere enormi immagini del santo anche sulle pareti esterne di chiese e case perché si riteneva che chi guardava quell’icona era sicuro di non morire in giornata - sì, era proprio così per quei tempi in cui la vita media dell’uomo oscillava sinistramente tra i 35 e i 40 anni!), il santo di Montpellier fu ripetutamente invocato in occasione delle pestilenze che attraversarono la penisola italiana e in particolar modo la nostra regione fino al 1815-16, quando a Noicattaro si verificò quello che ormai concordemente viene considerato l’ultimo grande episodio di peste bubbonica dell’Europa occidentale. Ed anche quando la terribile malattia fu definitivamente sconfitta, San Rocco riuscì a non perdere “potere” e credibilità perché interi paesi continuarono a rivolgersi a lui con speranza e devozione non appena all’orizzonte apparve lo spettro di un’altra malattia, ugualmente mortale e contagiosa, come il colera.
Insomma, carestie e guerre, eventi calamitosi e sofferenze di ogni genere fecero sì che il culto per i santi e le feste patronali si diffondessero sempre di più soprattutto nei ceti popolari, a tal punto che il calendario arrivò a prevedere un giorno festivo su tre: un vero e proprio sproposito che spinse tra gli altri il dotto arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati a scrivere una lettera a papa Benedetto XIV proprio per invocare la riduzione dei giorni festivi che – diceva – da un lato davano luogo a “riti” e usanze tutt’altro che religiose, dall’altro finivano per ridurre nel Mezzogiorno d’Italia le già scarse occasioni di lavoro. E le cronache del tempo narrano che il dotto prelato, per la convinta adesione alle tesi gianseniste e illuministe, pervaso da un vero e proprio atteggiamento iconoclasta, nottetempo si aggirava nelle chiese e nelle sacrestie della diocesi per distruggere immagini di santi e madonne diffuse soprattutto dai Gesuiti, dai Francescani, dai Carmelitani ecc. ovvero da quel clero conventuale cui
E tuttavia, nonostante l’impegno e lo zelo del vescovo tranese e di altri “illuminati” come lui, non venne mai del tutto meno la venerazione dei santi, visti come benevoli intermediari e intercessori ovvero come creature quasi sospese tra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini e, proprio come questi, destinati a conoscere momenti di gloria e di fortuna, per poi magari cadere in disgrazia quando non rispondevano alle attese delle comunità cittadine: questo spiega perché in molti comuni della nostra regione si venerano nello stesso tempo patroni principali e secondari, compatroni, protettori, protettrici ecc.
E la loro popolarità è comunque confermata dalla diffusione di alcuni proverbi “meteorologici” che soprattutto in passato, quando erano ancora di là da venire i disastri provocati sul clima da un insensato impiego della scienza e della tecnologia, accompagnavano l’arrivo e la partenza delle stagioni: basti pensare a “San Benedetto la rondine sul tetto” cui faceva eco “San Rocco la rondine fa fagotto” oppure ancora a “San Francesco il tordo al fresco”, un proverbio diffuso soprattutto tra le popolazioni della Murgia dei trulli e della Valle d’Itria molto esperte non solo nella caccia, con micidiali cappi, di questi saporiti uccelli migratori, ma anche nella loro conservazione: le “macchie” della zona, ricorda lo storico Michele Viterbo, “prendevano non meno di 240 mila tordi all’anno, di cui una metà, forse più, andava in America, ai nostri emigranti che ne erano avidi e che se li facevano spedire in barattoli di zinco, cotti e poi messi nel vino bianco”.
Oppure basti pensare anche a “Chi non compra gli agli a San Giovanni è povero tutto l’anno”, parole che ribadivano il carattere straordinariamente magico della notte del solstizio d’estate durante la quale secondo antiche credenze le streghe si radunavano in pericolose e diaboliche adunanze: raccogliere e conservare gli agli in quelle ore, per esporli poi sull’uscio o alle finestre delle abitazioni, significava respingere le forze e gli spiriti del male il più lontano possibile.
Per quanto riguarda invece la stagione invernale una notevole importanza era attribuita alla festività di Santa Lucia alla quale una diffusa tradizione orale fa corrispondere erroneamente il solstizio d’inverno e quindi il giorno più corto dell’anno: “Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia”; “Da Santa Lucia a Natale il dì allunga un passo di cane” (dalle nostre parti “allunga un occhio di gallina”); ma l’errore si spiega con il fatto che la coincidenza con il solstizio era prevista dal vecchio calendario giuliano e non da quello gregoriano introdotto nel 1582. Il periodo più freddo dell’inverno richiamava invece nell’immaginario collettivo le icone solenni e ieratiche di Sant’Antonio abate (17 gennaio), San Sebastiano (20 gennaio), San Biagio (3 febbraio): “Il Barbato, il Frecciato, il Mitrato, il freddo è andato”.
E il rapporto diretto e “amichevole” con il mondo popolare è anche confermato dal frequente ricorso a modi di dire e locuzioni che servivano a sostituire con nomi più facili e comprensibili quelli scientifici di piante, fiori e frutti (erba di san Giovanni, riccio di Sant’Andrea, mele di San Pietro) o di insetti ai quali si attribuivano generalmente attitudini e qualità positive e ben augurali (cicalina della Madonna, porcellino di san Vito o di Sant’Antonio).
E parlare della centralità e dell’importanza dei santi significa pensare anche all’esagerato, spropositato culto delle reliquie diffuso e favorito dalla Chiesa per ragioni tutt’altro che spirituali: non essendo questa la sede per stilare vere e proprie graduatorie di gradimento e di ottusa credulità da parte dei fedeli, è forse sufficiente ricordare che uno dei più venerati era senza dubbio Santo Stefano al quale sono legati i nomi di 15 paesi della penisola italiana, che solo a Roma ben 30 tra chiese e cappelle erano intitolate a lui e che sempre nella città eterna nel Settecento si veneravano ben tre braccia del protomartire in altrettante chiese. Per non parlare poi dell’arrivo a Martina Franca nel 1646 di reliquie “anonime”, di fronte alle quali la popolazione locale, tra scetticismo e credulità, incominciò ad usare formule rassicuranti del tipo “come sia sia” dalle quali nacque addirittura una “nuova” santa di nome Comasia, non contemplata dai calendari e dai martirologi dell’epoca.
E religiosità popolare in Puglia significa anche santi neri e madonne bizantine, statue e icone venute da un mare come l’Adriatico che ha sempre favorito approdi e partenze, incontri tra culture, religioni e popoli diversi: come dire, insomma, che il problema dell’interculturalità e del “meticciato” non nasce con l’arrivo sulle nostre coste di gommoni carichi di disperati e di povericristi, ma risale a tempi ben più lontani, quando la vita degli uomini ruotava intorno a chi con un occhio benevolo guardava alla terra e agli uomini e con l’altro supplichevole al cielo e alle stelle.
1. Continua
Dalle nostre parti parlare di santi, significa soprattutto occuparsi di feste patronali, di cerimonie e riti collettivi che negli ultimi tempi hanno perso gran parte del loro significato più autentico e originario. E’ andato quasi del tutto smarrito, per es., il ricordo di quegli eventi luttuosi che “paradossalmente” dettero vita ai festeggiamenti: il tripudio sottolineato da riti religiosi e civili in alcuni casi copriva (se non addirittura si confondeva) quelli ben più tristi e dolorosi con i quali si seppellivano i corpi delle vittime di pestilenze, carestie, terremoti ecc. Non pochi inoltre i cambiamenti che sono stati introdotti dall’invenzione della luce elettrica che ha trasformato gli appuntamenti festivi in eventi essenzialmente serali e notturni: a dare il senso di queste trasformazioni bastano forse alcuni particolari decorativi delle attuali luminarie che riproducono archi trionfali, fontane, festoni di piante e fiori ovvero quelli che dal Rinascimento in poi sono stati gli elementi, concreti e simbolici al tempo stesso, della “festa grande” civile e religiosa.
E qualcosa di analogo si può anche dire a proposito dell’introduzione delle bande da giro, di quei concerti musicali che, nati prevalentemente per esigenze militari o addirittura funerarie, tra Otto e Novecento riuscirono, compiendo quasi un vero e proprio miracolo, a far “scivolare” le note e le melodie di Verdi, Donizetti, Puccini dai palchi vellutati dei teatri e dai salotti aristocratici e borghesi nelle strade e nelle piazze, tra lo stupore e la meraviglia della povera gente.
Del resto anche gli stessi fuochi d’artificio sono, per certi aspetti, una “novità”: prima dell’invenzione della polvere da sparo e soprattutto del perfezionamento delle relative tecniche, il compito di illuminare il cielo e di vincere le tenebre era affidato a grandi e piccoli falò, a riti semplici e poveri che erano direttamente connessi con i principali lavori agricoli (raccolta delle olive, potatura degli alberi ecc.), che servivano quasi ad “aiutare” la terra a riscaldarsi in attesa dell’arrivo della primavera o più in generale ad allontanare insieme al buio le forze diaboliche e tutto quanto poteva essere di ostacolo alla produttività dei campi e al benessere dell’intera comunità.
Oggi tutto questo non esiste più: gli spazi religiosi della festa si sono andati progressivamente restringendo, rosicchiati dall’incalzare di costose sagre gastronomiche che sembrano quasi esorcizzare la miseria e la fame di un tempo appese agli alberi della cuccagna, dal frastuono e dai rumori dei lunapark che ospitano ottovolanti, montagne russe, navi dei pirati e altre “diavolerie” del genere, insomma dalla logica del dio denaro, del divertimento e del business a tutti i costi. Alla partecipazione corale, sentita e raccolta dell’intera popolazione di una volta, fa ora riscontro la presenza attiva di gruppi sempre più limitati di fedeli e quella passiva di concittadini sempre più numerosi, disposti a interpretare il ruolo di semplici spettatori di un rito che, nel migliore dei casi, svolge il compito di unire e collegare idealmente vecchie e nuove generazioni.
Tutto questo è il segno innegabile, e nello stesso tempo più che comprensibile, della “crisi” e del disagio in cui versano i santi che faticano a ricoprire i ruoli e competenze di una volta: i miracoli di santa Lucia sono stati sostituiti dagli interventi degli oculisti e i fastidi dell’herpes zoster vengono efficacemente combattuti da farmaci appositamente prescritti dai medici e non dal “miracoloso” unguento ricavato dal lardo del maiale che i monaci di sant’Antonio abate allevavano liberamente nelle strade pubbliche; e quando i comuni vengono colpiti da disastri ambientali le autorità non fanno ufficialmente e solennemente appello a santi, madonne e crocifissi, ma si premurano subito di contattare la prefettura e la protezione civile.
Di fronte alla perdita della loro dimensione più autentica ed originaria, le feste patronali possono allora assolvere a un altro importante compito, quello di mantenere vivo il ricordo di antiche cerimonie, di collegare i miti e e riti della modernità con una cultura e una civiltà che comunque ci appartengono, quelle delle vecchie generazioni, degli antichi mestieri scomparsi o in via di estinzione come gli sparafuochi, i costruttori di luminarie e palloni, i madonnari e gli artigiani capaci di realizzare pregevoli statue in cartapesta o esili manichini in legno da ricoprire con eleganti abiti ricamati in oro ecc. Riti, cerimonie e credenze che anche per questo dovremmo guardare come grandi beni culturali, sia pure “atipici”, diversi dagli altri perché immateriali e sempre in continua, profonda trasformazione. Non sarebbe perciò del tutto sbagliato pensare all’istituzione da parte degli enti locali più direttamente interessati (Regione, Province, Comuni) ad uno o più centri di documentazione sulle feste patronali nei quali raccogliere testimonianze di ogni genere da mettere a disposizione degli studiosi. Sarebbe questo, forse, il modo migliore per ringraziare comitati, gruppi di fedeli e singole persone che nonostante le difficoltà di ogni genere e le immancabili polemiche che spesso accompagnano l’organizzazione degli eventi, continuano a “fare il proprio dovere”: in una realtà come la nostra sempre più confusa, volgare e violenta, in un mondo nel quale non sappiamo più a quale santo votarci per risolvere i nostri problemi quotidiani, per fortuna ci sono loro che sanno ancora a chi rivolgersi, in cielo e soprattutto in terra, per mantenere in vita qualcosa che ci ricorda l’importanza dello stare insieme, la centralità della piazza come luogo privilegiato d’incontro, l’antica vocazione della gente del Sud a trasformare i vicoli e le strade dei paesi in grandi palcoscenici illuminati dal sole o da migliaia e migliaia di lampadine iridescenti e animati da un “esercito” di personaggi multicolori che avanzano sulla scena tra alte e basse uniformi, tra gioielli preziosi e poveri ex voto, tra rappresentanti più o meno penitenti delle istituzioni locali: vere e proprie icone mobili, moderne e passeggere di un potere laico in cerca di consensi e clienti all’ombra della Chiesa e di antichi riti. Che continuano a richiamare numerose “comparse” femminili, donne in gramaglie pronte a biascicare litanie e a sgranare rosari per “tirar giù i santi dal cielo” ovvero ad esibire, come recita un consolidato e diffuso adagio popolare, virtù e qualità più presunte che reali: “La donne son sante in chiesa, angele in strada, diavole in casa, civette alla finestra e gazze alla porta”.
E sì, perché nonostante l’onda lunga della modernità continui ad abbattersi con violenza sulle rive della tradizione, i vari San Rocco, San Michele, San Nicola ecc. continuano, un po’ indispettiti e un po’ noncuranti, a ricordarci che è ancora possibile traghettare nella società postmoderna usi e costumi del mondo agricolo-pastorale soprattutto attraverso processi di rifunzionalizzzazione e adeguamento: anche per questo, forse, continuano a venir fuori da chiese e cattedrali, caracollando sulle spalle di confratelli bruciati dal sole, ondeggiando su barche e barconi vestiti a festa in ricordo di un tempo ormai lontano che non ci appartiene più, del cuore antico di paesi e “piccole patrie” che in quelle statue e in quei riti trovavano le ragioni più forti e profonde della propria identità. Osservando tutto questo, ricordando e parafrasando due grandi scrittori del Novecento, per origini e formazione tutt’altro che meridionali, vien fatto di pensare che anche nel passato è il nostro futuro e che paese, festa di paese, può ancora voler dire non sentirsi mai soli.
La mostra “I santi protettori dei Comuni della Provincia di Bari”, organizzata dal comitato feste patronali di Putignano con il patrocinio di Comune, Regione e Provincia e in collaborazione con l’Associazione culturale Porta Maggiore, a partire dai prossimi giorni sarà ospitata in diversi comuni della provincia in occasione delle feste patronali ancora in programma il cui ciclo, come è noto, si conclude nel mese di novembre ad Adelfia con la festa in onore di San Trifone.
E’ ormai consistente la bibliografia relativa alle feste e alla sagre pugliesi. Per saperne di più si vedano tra gli altri: Angiuli E., Garzia C., Rossano A., Puglia festante, Bari 1989; Angiuli L., Giorni di festa da un Natale all’altro, Fasano 2002; CRSEC BA/16, Santi di casa nostra, Monopoli 1996 (ristampato in coedizione con Schena, Fasano 2000); Bronzini, G.B.,
Per problemi di carattere generale relativi al culto dei santi e dei patroni in Italia si vedano soprattutto: Bellotta I., I santi patroni d’Italia, Roma 1988; Cattabiani A., I santi d’Italia, Milano 1999; Id., Lunario, Milano 2002.
Per la presenza del sacro e del diabolico nei dialetti, nella lingua e nella cultura popolare italiana cfr. G.L. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Torino 1995.
Il saggio del prof. Pietro Sisto è stato pubblicato su "La Gazzetta del mezzogiorno" del 28 agosto e del 4 settembre 2007.
Quell’antico convento di Santa Maria delle Grazie a san Giovanni Rotondo.
Un po’ di storia…
di TERESA MARIA RAUZINO

Presso l’Archivio provinciale dell’Ordine dei frati minori di Firenze, è conservata una dettagliata “Relazione dello stato di tutti li Conventi de’ Frati Cappuccini d’Italia” compilata da Bernardino d’Arezzo tra il 1703 e il 1716. Fra i “luoghi” della provincia monastica di Sant’Angelo, comprendente la Capitanata e parte del Molise, viene descritta San Giovanni Rotondo, una “Terra” situata al centro del Monte Gargano «in una bella pianura circondata da fertili campi ed erbosi prati che somministrano copioso pascolo a numeroso stuolo di armenti che in quel Monte si vanno trattenendo». Il paese dista 15 miglia circa da Apricena e 18 da Vico, si connota «tanto nella civiltà che nella numerosità del popolo ivi abitante»: è sotto la giurisdizione spirituale all'Arcivescovo sipontino (cioè di Manfredonia) e obbedisce al potere temporale del “Signor Marchese di detta Terra” che possiede il feudo”: Cavaniglia.
Come riferì già nel 1550 Fra Leandro Alberti nella sua «Descrittione di tutta l’Italia e Isole pertinenti ad essa», in questa “Terra” ogni anno nel giorno di Sant’Onofrio, che cade l’11 di Giugno, si radunano gli abitanti dei paesi e delle città vicine; di comune accordo, dopo aver vagliato la qualità del raccolto di grano, dell'orzo e delle altre biade, fissano il prezzo di questi prodotti, che non sarà lecito a nessuno modificare.
San Giovanni Rotondo conta nel primo Settecento circa quattro mila anime. C’è un Monastero di Clarisse, le Sacre Vergini, che professano l'Istituto di S. Chiara. Fuori dal paese vive una comunità di Padri Conventuali, oltre a quella dei Cappuccini che ospita un Noviziato.
Parlando della fondazione del cenobio francescano di San Giovanni Rotondo, testimoniata negli Annali dell’ordine monastico, fra Bernardino d’Arezzo sottolinea che è il terzo Convento istituito dai Cappuccini nella Provincia di Sant’Angelo, dopo quelli di Larino e di Serracapriola: «Si gettarono i fondamenti l'anno 1538, col consenso dell'Arcivescovo sipontino ordinario diocesano che allora era Gio. Maria Cardinale del Monte il quale, per le sue virtú, ascese poi al Ponteficato e chiamossi Giulio Terzo».
Il convento fu fondato su richiesta del popolo e della comunità di san Giovanni Rotondo. Il devoto Orazio Antonio Landi donò un sito sufficiente per un insediamento ottimale costituito da un podere, una casupola, un pozzo e una vigna; i Frati furono aiutati anche a costruire la fabbrica, secondo lo stile della “povera forma cappuccina”. Nel 1540 i frati ne presero possesso. Officine e celle erano poste al piano terra così come solevano fare “con santo zelo” i primi Padri Riformatori dell’Ordine. Successivamente l’antico fabbricato venne ampliato ed accresciuto varie volte nel numero delle celle che raggiunsero il numero di 27, con i dormitori posti al primo piano. La Chiesa annessa al Convento, inizialmente intitolata a Santa Maria degli Angeli, fu ampliata e dal 5 luglio 1676 consacrata dall’arcivescovo Orsini a Santa Maria delle Grazie.
Il Convento con l'orto contiguo era cinto da una muraglia che assicurava la necessaria clausura.
«Del tutto – informa Bernardino d’Arezzo - è padrona l'Apostolica Sede non ritrovandosi scrittura per la quale apparisca che il popolo si sia riserbato il dominio del sito o d'altra cosa».
Il convento non aveva debiti, né obblighi di Messe e non possedeva entrate perpetue né temporali. I Frati che vi dimoravano dipendevano «dall'amorosa Provvidenza del Signore» che non mancava di fornire loro il necessario sostentamento, come accadde nell'anno 1548. Nella prima parte del primo tomo degli Annali dell’Ordine – ricorda ancora fra Berardino - si narra che i Padri Cappuccini, essendo bloccati, per la neve, «i passi per portarsi a mendicare nella Terra» furono aiutati dagli abitanti del luogo». Questi fecero emanare un provvido decreto: ogni qual volta la neve raggiungeva l’altezza di piú di un palmo da terra, doveva essere immediatamente somministrato ai frati Cappuccini «quanto faceva di bisogno per il vitto» a spese del pubblico erario. Essendo distante più d'un miglio dal paese, i Padri della Provincia avevano ritenuto che il Convento fosse particolarmente adatto per il Noviziato: infatti era un luogo isolato dal mondo pur essendo posto sulla strada pubblica; all’epoca vi abitavano circa 18 religiosi, fra cui i novizi.
I documenti storici successivi attestano che il convento di san Giovanni Rotondo fu soppresso per ben due volte: una prima volta dal 1811 al 1817, nel decennio francese, durante l'occupazione napoleonica del Regno di Napoli; nel 1866, con l’entrata in vigore della legge di soppressione delle Corporazioni religiose del Regno d’Italia, fu devoluto al Demanio Pubblico.
I frati cappuccini si erano molto impegnati ad impartire l’insegnamento gratuito ai figli del popolo. Per queste ed altre ragioni, il consiglio comunale di san Giovanni Rotondo, fattosi interprete del desiderio di tutti i cittadini, chiese al Direttore del Fondo per il Culto di non chiudere il convento, proclamando la famiglia cappuccina «Comunità di beneficenza e di gratuito insegnamento». Ma il progetto di far restare i frati a San Giovanni Rotondo non riuscì. Nel 1867, il convento fu assegnato al Comune che fino al 1908 lo utilizzerà come ospizio di mendicità.
Soltanto nel 1909 le autorità provinciali approvarono il contratto di affitto ventinovennale stipulato tra il Comune i Padri minori cappuccini Francesco Latiano e Nicola Ciavarella, a condizione che tenessero aperta al pubblico l’annessa chiesetta, dove si venerava la sacra effige di Santa Maria delle Grazie, cui erano particolarmente devoti pastori e braccianti che vi si recavano «per appurarvi gli atti di pietà e di Cristiana Religione senza ritegno de’ loro logori ammanti».
Si aprivano così le porte a Padre Pio da Pietrelcina che, giunto nel convento di San Giovanni Rotondo il 28 luglio 1916, vi dimorò fino alla morte, avvenuta il 23 settembre 1968. Qui il frate occupò prima la cella n. 5; poi la n. 1. Prima di S. Pio, questo cenobio ospitò un altro santo. Nella celletta n. 5, infatti - come faceva notare spesso lo stesso Padre Pio - il 1 febbraio 1575 vi soggiornò Camillo de Lellis, che dopo una lunga conversazione con il superiore del convento padre Angelo, decise di cambiar vita.
La nuova chiesa di santa Maria delle Grazie, a tutti nota come il vecchio santuario di Padre Pio, costituisce un unico corpo con la chiesetta annessa all’antico convento. Fu eretta per andare incontro alle esigenze dei pellegrini che affluivano sempre più numerosi a San Giovanni Rotondo, attratti dalla presenza del frate di Pietrelcina in odore di santità.
Progettata dell'architetto Giuseppe Gentile di Boiano (CB), fu iniziata il 2 luglio 1956 e fu consacrata dal vescovo di Foggia il 1 luglio 1959. La navata centrale è dominata da un mosaico di scuola vaticana, raffigurante originariamente solo la Madonna delle Grazie, opera del Bedini, cui è stata aggiunta la figura di San Pio e di un angelo sulle nuvole.
SAN GIOVANNI ROTONDO
CELEBRA
di Pio Ripoli

Anche quest’anno, come da antica tradizione, la nostra città celebra la Festa Patronale di Maria SS. delle Grazie nei giorni 8, 9 e 10 settembre.
La devozione e l’amore filiale per
Altro intervento miracoloso è collegato alla Veste d’Argento che ricopre il Sacro Quadro nei giorni della festa patronale e che si dice essere precedente al 1860. Ci chiediamo: chi ha donato questa Veste e perché? La risposta la forniscono alcuni storici quando affermano: “Un Episodio che rimarrà nella mente di tutti ci fa ricordare un periodo di siccità che minacciava il raccolto di cereali che erano fonte di ricchezza e di grandi risorse economiche per la nostra cittadina. In questo caso ci si rivolse alla Madonna delle Grazie per implorare il miracolo della pioggia. Si portò il Sacro Quadro nella