da InformaCarpinoL’abbazia di Kàlena dimenticata
nei programmi elettorali di 4 liste su 5 di Peschici!
TERESA MARIA RAUZINO

Ultime battute di una campagna elettorale accesa e partecipata, quella delle comunali di Peschici, con ben 5 liste in campo.
Abbiamo seguito qualche presentazione, abbiamo letto i programmi.
Quali le novità?
Una maggiore consapevolezza, dopo il rovinoso incendio del 24 luglio 2007, dell’importanza del bosco e della natura, percepiti finalmente come valore aggiunto da preservare e da ricostituire ex novo.
Finalmente sentiamo parlare di revisione del Piano di Emergenza Comunale, con nomina di una commissione permanente e di coordinamento generale per la gestione delle emergenze (incendi, alluvioni, terremoti, etc.), prove di evacuazione e di primo intervento, organizzazione di squadre di volontariato, catasto delle aree percorse dal fuoco (ma non era da fare subito dopo il 24 luglio?).
Un’attenzione, finalmente, all’assetto idrogeologico dopo le alluvioni sempre più frequenti negli ultimi due anni e che hanno devastato la Piana di Kàlena, il vicino arenile e alcuni campeggi nella Baia di Manaccora a
In quasi tutti i programmi, per la prima volta, sentiamo parlare di recupero del centro storico, di ripristino di elementi caratterizzanti le antiche tipologie costruttive come le cupole (grazie Punto di stella, per aver sensibilizzato i peschiciani sulla loro suggestiva valenza!).
Sentiamo parlare di valorizzazione dell’artigianato, del costume, dell’enogastronomia e del folklore locali. Di nascita e incentivazione di associazioni culturali (meno male, dopo anni di dimenticanza!)
Ma c’è di più: troviamo cenni alla realizzazione del PUG (Piano Urbanistico Generale), che dovrebbe sostituire un famigerato piano di fabbricazione che ha dato stura a tutti gli abusivismi possibili e immaginabili fin dal 1975.
Passiamo al Turismo. Non più il turismo “mordi e fuggi” made in Peschici dell’ultimo trentennio: si pensa a un nuovo marketing, per un turismo che sappia diversificarsi e destagionalizzarsi in modo da intercettare vari target di clientela che pongono domande diverse di ricettività, di svago e tempo libero, come ad esempio: centri benessere, strutture per anziani, gite scolastiche, soggiorni agro forestali, trekking a piedi su percorsi segnalati da cartelli stradali, piantine topografiche, guide turistiche.
Urge, certo la ricerca di nuove forme pubblicitarie del territorio, da attuare insieme a vari Enti, riqualificando l’attuale Ufficio Turistico con l’ individuazione di personale specializzato per l’accoglienza e l’informazione turistica.
Si ventila la possibilità di incentivare lo svolgimento di convegni durante la bassa stagione, ma soprattutto si comincia a capire (il Salento docet) che urge, al di là dei deleteri campanilismi, promuovere un “SISTEMA GARGANO” attraverso il confronto e il dialogo tra gli operatori turistici e le varie istituzioni del territorio, con la creazione di eventi integrati e non concorrenziali l’uno con l’altro. Un ingente spreco di risorse ( soprattutto pubbliche) che non possiamo più permetterci!.
In qualche programma si parla di cambiamento di mentalità: urge inculcare non solo negli operatori turistici, ma anche nella popolazione tutta, la cultura dell’ospitalità e dei servizi d’interesse generale, visto che il paese, a forte vocazione internazionale, è luogo di interscambio culturale e sociale. Saper accogliere i “gentili ospiti” in ogni mese dell’anno, e non solo in estate, è fondamentale per la fideizzazione del cliente più di qualsiasi strategia di marketing. E’ stato questo, d’altronde, il vero “punto di forza” del turismo di qualità degli anni cinquanta/sessanta: Peschici veniva allora scelta come “luogo da vivere” da artisti ed intellettuali di fama nazionale come Alfredo Bortoluzzi, Manlio Guberti, Romano Conversano, Francesco Rosso, solo per ricordare qualche nome.
Una cosa non ci è affatto piaciuta: vedere l’Ente Parco Nazionale del Gargano, ancora una volta, considerato come “camicia di forza” da cui liberarsi o da restringere a seconda della convenienza. Non ci piace la proposta, che qualcuno fa, di revisionare l’attuale perimetrazione del Parco e di eliminare le norme restrittive: raccolta funghi, legnatico e soprattutto attività venatorie.
Si sa, Peschici, è un paese di accaniti cacciatori. Strizzare loro un occhio in campagna elettorale, adducendo nobili intenti di “conservazione della natura”, è strategia opportunistica deleteria. Il Parco del Gargano è una ricchezza anche per la sua avifauna: perché svenderla per qualche voto in più?
Infine, un forte appunto critico. Lo rivolgiamo a quattro candidati sindaci su cinque.
Possibile che 10 anni di “lotta continua” del Centro Studi Martella per il restauro e la restituzione dell’abbazia di Kàlena alla fruizione pubblica non siano serviti ancora a sensibilizzarvi sull’importanza della posta in gioco per il futuro turistico di Peschici?
Possibile che solo una lista su cinque ne abbia fatto un punto di forza del proprio programma?
Perché gli altri se ne sono dimenticati?
Ripartire dalla risorsa “cultura”, da un monumento importante come un’abbazia benedettina risalente all’anno 872 d.C, creerebbe quel turismo culturale tanto auspicato e mai realizzato a Peschici.
Perché non provarci ora, visto che la “risorsa natura” è andata in fumo e il sole e il mare non soddisfano più nessuno?
FONTE: www.puntodistella.it
PIERO GIANNINI
Amministrative - Provincia di Foggia: cinque candidati-presidente.
Comune di Peschici: cinque candidati-sindaco.
Che spreco! Un’equazione insostenibile: decine e decine di migliaia di elettori in Terra di Capitanata contro un paio di migliaia nella cittadina garganica (ex “perla” ormai), identico numero di aspiranti primi amministratori. Un rapporto… sproporzionato! Vorremmo tanto comprenderne le ragioni. Desiderio dilagante e culturalmente diversificato di risolvere problemi sempre più pressanti o voglia di protagonismo? Presunzione di essere i soli, gli unici, ad affrontare una situazione che si va deteriorando e facendo sempre più pericolosa o incapacità a unificare le forze, spregiando il vecchio detto “uniti si vince”? Ignoranza di ciò che li attende o fame di poltrone?
Potremmo divertirci in dicotomie fino alla fine dei secoli e non fino al termine di questa tornata elettorale perché fra un po’, al massimo cinque anni, si ritornerà sul medesimo argomento, ma non lo facciamo perché la Patria ha bisogno di carità. E rispetto. Sì, rispetto, in quanto l’abbondanza di candidati è mancanza di rispetto nei confronti della più comune e ordinaria intelligenza.
Ne abbiamo ascoltate di belle, durante i vari comizi che si sono tenuti.
Ah, già, una piccola parentesi va aperta per non dimenticarla nella confusione che ci stanno propinando. Parentesi: la battaglia elettorale, come è stata impostata, ci ha fatto tornare indietro di cinquant’anni e oltre, quando si annunciavano orari degli incontri con la popolazione e nomi dei comizianti attraverso un bell’altoparlante piazzato sulla “topolino” di turno che sventagliava nelle strade del centro abitato la grande notizia. Chiusa parentesi.
Ne abbiamo ascoltate, dicevamo. A chi salutava ogni cinque minuti il patrono (forse sarebbe meglio giocare coi fanti e lasciare in pace i santi) faceva eco la reiterata umiltà della citazione sulle personali origini. A chi dichiarava, imprudentemente, molto imprudentemente, di non sapere né leggere né scrivere seminando nelle menti dell’uditorio dubbi e sospetti atroci, ha fatto “pendant” la falsa modestia del salvatore della patria (questa volta con la “p” minuscola).
Un elemento positivo, però, è scaturito dalla disordinata massa di parole che ci sono state lanciate addosso: la voglia di leggerne i programmi. Lo abbiamo fatto, anche per offrire un servizio ai frequentatori del nostro sito “Punto di stella”. Ebbene, in uno solamente abbiamo trovato la citazione propositiva di occuparsi della più annosa questione che pencoli sulle teste di quella fetta di popolo (ben risicata) che sappia come si combattono e si polverizzino certe situazioni scabrose. Parliamo dell’Abazia di Càlena e del turismo legato alla storia, per tacere arte e religiosità.
Ben venga tale ricordo in un programma elettorale (uno su cinque, però, anzi quattro, e diremo subito perché), ma solo in due (su cinque, anzi quattro, e diremo subito perché) si sono preoccupati di inserire l’eliminazione della vergogna più oltraggiosa che possa imbrattare una classe politica: l’assenza di una sede scolastica! E poi ci lamentiamo se i giovani “espatriano”. Ma se li abituiamo noi, sin da piccoli o da adolescenti, ad andarsene in giro per il Gargano a frequentare scuole e istituti di altri centri viciniori!
Perché quattro! E’ presto detto: quando abbiamo chiesto agli interessati di recapitarci i loro programmi per assolvere a una pratica informativa di rete, in quattro hanno aderito, il quinto prima ha traccheggiato poi ci ha fatto pervenire una lettera in cui testualmente si legge: “… avremo modo di incontrarci dopo il successo elettorale (quanta arroganza, ndr) per programmare con voi e per voi il futuro del nostro paese”.
Rifiutiamo di inoltrarci in un qualsivoglia commento! Chi sa leggere, legga. E impari come si fanno le campagne elettorali, altro che Obama e Hillary! Ma noi vogliamo bene a tutti, a tutti quelli che non sanno che in vetta alle nostre priorità affettive c’è solo una serie di binomi: Peschici e la sua storia, Peschici e i suoi “vecchi fusti”, Peschici e il suo idioma, Peschici e i suoi “grandi vecchi”, Peschici e la sua violentata architettura, Peschici e la sua prostituita vocazione, Peschici e i suoi velieri con le vele decorate a mano dal pittore Bortoluzzi (mai salpati verso l’ecoturismo), Peschici e… la tangenziale su cui l’hanno precipitata come una vecchia puttana, Peschici “quartiere” di una città che si chiama “Gargano”.
FONTE: www.puntodistella.it
Il Centro Studi Martella e Italia Nostra scrivono a Ciro Pignatelli, Commissario del Parco del Gargano
Quale futuro per l'Abbazia di Kàlena?

Gent.mo Commissario,
Da qualche decennio le associazioni "Centro Studi Martella" e Italia Nostra, insieme e studiosi, medievisti, storici dell'arte intellettuali e cittadini di tutto il mondo, si battono per far restaurare e restituire ad una pubblica fruizione l'antica abbazia di Kàlena (in agro di Peschici), risalente all'872 d.C, che con le sue due chiese rappresenta un gioiello di architettura medievale unico sul territorio pugliese.
L'abbazia, in mano a privati che l'hanno abbandonata da oltre due secoli a un destino di progressiva decadenza con l'uso improprio di azienda agricola, il 7 dicembre 2007 è stata vincolata "integralmente" dalla Direzione regionale dei beni culturali della Puglia, in quanto ritenuto un bene culturale di grande valenza storico-archeologico-architettonica.
Una richiesta in tal senso fu inviata delle due associazioni scriventi, coadiuvate del Centro di Studi normanno svevi, da vari enti provinciali e regionali, dal Parco Nazionale del Gargano, dall'Università di Foggia e dalla Diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo.
Sappiamo che sono arrivati in Soprintendenza regionale i primi finanziamenti del Ministero dei beni culturali, ma ci chiediamo, a questo punto, se l'intero complesso badiale, una volta restaurato, potrà avere una destinazione d'uso fruibile pienamente dalla Comunità.
Una comunità che tanto impegno e perseveranza ha speso, nel corso di questi anni, per il raggiungimento di tale finalità, con raccolta di firme, petizioni on line, convegni, articoli giornalistici, pubblicazioni e segnalazioni agli enti preposti, merita finalmente una risposta seria, e adeguata alle sue aspettative, sul futuro di Kàlena.
Confidiamo molto nel suo personale impegno, e dell'Ente da lei rappresentato, che nel 2003 pubblicò un libro/ denuncia del Centro Studi Martella dal titolo: "Salviamo Kàlena, un'agonia di pietra".
Un'agonia che vorremmo vedere bloccata, con la rinascita della nostra gloriosa abbazia, finora "scrigno chiuso" soggetto al degrado e all'abbandono.
Con osservanza.
Teresa Maria Rauzino
presidente del Centro Studi Martella di Peschici
Menuccia Fontana
presidente Italia Nostra Gargano
Era il mese di agosto del 2004, quando uscì per la prima volta in Carpino un giornalino che parlasse del nostro paese. InformaCarpino nacque dal bisogno di conoscere, di informare, di accogliere sollecitazioni e proporre interventi che riguardassero la realtà a noi più vicina, in tutte le sue manifestazioni: dall'aspetto sociale, al culturale, dal politico a quello economico ed amministrativo.
Nasceva dall'esigenza avvertita da moltissimi di seguire, costantemente, le vicende del nostro paese al di là delle sterili e confuse chiacchiere degli uomini di piazza, dei soliti stretti giri, che facevano scempio della verità. In questi anni, tutto quello che è stato scritto e documentato è stato fatto con la più totale imparzialità: certamente ci siamo creati diversi nemici per il semplice fatto che abbiamo messo a disposizione di tutti notizie sulle quali prima vi era il riserbo e venivano gestite dai soliti noti a proprio piacimento. Devo ringraziare tutte le persone che sono state vicine al nostro giornalino perché hanno avuto coraggio a continuare tra tante difficoltà.
A distanza di tanto tempo, è necessario un periodo di meditazione, non solo per valutare l'aspetto economico negativo per stampare il giornalino, ma anche per l'aspetto collaborativo che vi è stato solo in parte.
Le istituzioni e non solo loro, hanno fatto orecchie da mercante, tante altre persone, che potevano dare il loro contributo, sono stati condizionate perché scrivere qualcosa su qualcuno, avrebbe significato per la nostra realtà, non parlarsi più, non salutarsi più, il tutto esteso anche in ambito famigliare. Una mentalità gretta e subdola che difficilmente verrà sconfitta se non si ha il coraggio delle proprie azioni. Questo è successo in questi anni. La gente aspettava l'uscita di informaCarpino, anche parlandone male,( i nostri amici !!!) ma l'aspettava per vedere cosa ci stava scritto, per apprendere delle notizie dalle nostre rubriche, per leggere il mercatino, per sapere cosa succedeva a Palazzo di Città con la trasparente rubrica "allu scupert".
La cosa più esaltante è stato il rapporto che in questi anni vi è stato con i carpinesi residenti all'estero ed in altre regioni italiane: è stato il cordone ombelicale che ha tenuto uniti la nostra realtà con la loro, quante emozioni trasmesse con le foto del paese con le notizie su caio o sempronio. Non abbiamo avuto preferenze su nessuno, anche se su fatti un po' delicati, sarebbe stato più opportuno tacere per non crearci rogne. Ma c'eravamo promessi di fare informazione, senza se e senza ma, non schierandoci, mai, dico mai, con nessuno: solo con la verità e la trasparenza. Chiunque ha potuto esporre democraticamente e liberamente il proprio pensiero, di qualsiasi fede politica ed estrazione sociale e culturale: a queste persone libere va il mio più sentito ringraziamento per aver collaborato a tenere in vita informaCarpino. Oggi serve una pausa di riflessione, serve un confronto tra le persone che vogliono mettersi in gioco per continuare in questa avventura, difficile, criticata, onerosa e con dispendio di tempo ed energie.
Non so cosa accadrà, certamente è stata (tra tante difficoltà) una bella ed entusiasmante esperienza. Chi vorrà continuare a parlare con me per esporre qualsiasi cosa, potrà farlo chiamandomi sul cellulare: 333.4267454. Non so se sarà un arrivederci oppure un addio.
Grazie di cuore a tutti quelli (e sono tanti) che ci sono stati vicino.
Santino Basanisi
http://carpinofolkfestival.splinder.com/
InformaCarpino è scaricabile qui
GARGANO 2007
L'ANNO DA DIMENTICARE
Il Gargano ha conosciuto, nel 2007, il momento più nero degli ultimi dieci anni. Devastato dagli incendi boschivi, dilavato dalle piogge battenti, vittima anche di una recrudescenza dei fenomeni criminali legati alla mafia garganica.
Un’emergenza figlia anche delle carenze di un Parco Nazionale ostaggio della politica e incapace di condurre a termine i processi necessari a dotare il Parco stesso di strumenti minimi di gestione.
Il Piano del Parco è latitante, vittima del fuoco incrociato dei comuni, sempre più insofferenti a qualsiasi strumento di pianificazione nella gestione del territorio. Vittima anche del “parolismo” di una gestione inconcludente e troppo attenta alle campagne elettorali nelle quali il Presidente si espone oltre il dovuto per chi rivesta cariche istituzionali. Il Piano nella sua versione definitiva è stato consegnato da più di due anni dalla società incaricata della sua redazione che, a valle di tutti gli studi, le concertazioni e le consultazioni, ha elaborato un documento che merita solo di essere adottato in via definitiva. Cosa che, come è evidente, non accade.
A questo si aggiunge la mancanza di iniziative sul fronte del contenimento dell’abusivismo edilizio: da quattro anni giacciono 500mila euro nelle casse del parco in attesa di essere utilizzati per gli abbattimenti degli immobili abusivi. I soldi non vengono spesi e, nel frattempo, il parco non avanza richiesta per incassare ulteriori somme che il Ministero dell’Ambiente gli ha messo a disposizione. Tutto questo aggravato da irresponsabili dichiarazioni rese dai vertici del parco, evidentemente mirate a tranquillizzare il popolo degli abusivi.
Un Parco drammaticamente inattivo sul fronte dell’accoglienza turistica. Nonostante la propaganda che mira a far credere il Parco del Gargano un modello da imitare, ascrivendo a merito della gestione del parco i flussi storici di turismo religioso legati ai culti di Padre Pio e di San Michele e quelli consolidati del turismo balneare sulla fascia costiera, l’amara verità è un’altra: i centri visite per l’accoglienza dei visitatori del parco sono tutti chiusi,fatta eccezione per quello di Monte Sant’Angelo. Chiuso quello di Manfredonia. Nonostante la società Oasi Lago Salso si sia fatta avanti per una gestione competente, il Parco non si decide per l’affidamento del servizio, e la struttura patisce l’inattività. Ha chiuso i battenti anche il centro visite di Lesina, il primo ad aver iniziato l’attività una decina di anni fa. Non decolla quello di Borgo Celano, affidato a trattativa privata a una associazione vicina al presidente. Non apre più neanche quello di Rodi Garganico, inaugurato in pompa magna. La mancanza totale della rete infrastrutturale di accoglienza turistica del parco è alla base del crollo di occupazione degli operatori dei servizi turistici ed educativi legati alla fruizione dei beni ambientali e culturali del Gargano: delle decine di imprese di servizi fondate negli anni dell’istituzione dell’area protetta ne sopravvivono poche, e con grandi difficoltà.
Una gestione completamente inadeguata e colpevolmente involuta in dinamiche politiche di parte, che purtroppo, in alcuni casi, fanno essere il Parco Nazionale del Gargano il contrario di quello che dovrebbe essere.
Sul fronte della speculazione edilizia le cose non sono più confortanti. Crescono gli interventi di cementificazione selvaggia, con operazioni speculative di grandissima portata, che si affiancano alla piccola speculazione.
Esplode il caso San Giovanni Rotondo con 1400 abusi edilizi tra accertati e presunti, secondo le stime del politecnico di Milano incaricato della redazione del nuovo PUG, che si aggiungono ai 101 alberghi costruiti in deroga nell’anno del giubileo nella città di San Pio, con molti imprenditori che fanno pressione sulla politica affinché sia reso possibile un cambio di destinazione d’uso da turistico ad abitativo. Legambiente è contraria che, dopo uno scempio come quello perpetrato ai danni del paesaggio, si finisca per legittimare, con il cambio di destinazione, la strategia dei furbi.
Saltano agli occhi il caso Monte Sant’Angelo, con un boom edilizio degno degli anni cinquanta in un periodo di evidente decremento demografico, e quello di Cagnano Varano, che decide di non bloccare l’iter che potrebbe portare alla costruzione di due ecomostri senza precedenti proprio sulle rive del lago costiero di Varano. Mattinata, Vieste e Peschici, che continuano ad approvare lottizzazioni in luoghi ambientalmente e paesaggisticamente rilevanti. Con un caso scandaloso come quello di Peschici, in cui si continua ad utilizzare, senza volontà alcuna di procedere all’elaborazione di un nuovo strumento urbanistico, un piano di fabbricazione anni ’70, che prevede l’edificazione indiscriminata, specie nelle aree adiacenti a quelle costiere.
Una novità per quanto riguarda il caso di Torre Mileto, il più imponente abuso edilizio italiano, che con l’approvazione del PIRT da parte della Regione Puglia, dovrebbe subire centinaia di abbattimenti di villette abusive, con azioni di riqualificazione naturalistica e urbanistica dei luoghi. La vicenda dell’abusivismo a Torre Mileto non ha mancato di mettere in evidenza, anche in tempi recentissimi, il sistema di complicità e connivenza tra il popolo degli abusivi e importanti segmenti della politica locale, che hanno sfruttato gli umori degli abusivi a fini elettorali. E’, per questo, importante che non si abbassi la guardia, affinché il PIRT non resti lettera morta.
Nulla di nuovo per quanto riguarda gli ecomostri storici: il Centro direzionale a Baia dei Campi, di proprietà della Regione Puglia e la Masseria Pilota Agropolis di proprietà della Comunità Montana del Gargano rappresentano due monumenti allo sperpero del denaro pubblico e allo sfregio del paesaggio. Vanno abbattuti, senza tentennamenti.
Evidente il ritardo delle istituzioni anche nelle iniziative di salvaguardia dei beni culturali. Nelle vicende dell’abbazia di Càlena a Peschici, dell’abbazia di San Leonardo nei pressi di Manfredonia, del centro storico di Monte Sant’Angelo e del sistema delle masserie fortificate della zona nord del Gargano, specie in territorio di Sannicandro Garganico, Legambiente ha lamentato più volte l’assenza della Soprintendenza ai beni culturali e paesaggistici, che ha giocato un ruolo non del tutto convincente, lasciando mano libera ai comuni ed ai privati.
Nelle aree interne crescono i fenomeni dei tagli abusivi del patrimonio boschivo, la pressione venatoria dovuta al bracconaggio, mentre continuano fenomeni di sconfinamento da parte di allevatori senza scrupoli, che rendono difficile la crescita delle economie sostenibili legate al Parco. Il numero dei forestali nel Gargano è ampiamente sott’organico e resta un evidente mancanza di presidio del territorio interno. Occorrono azioni di più forte contrasto del controllo criminale sulle aree rurali, che rende ancora oggi insicure le campagne e le aree boschive, e finisce per scoraggiare dinamiche di sviluppo sostenibile.
In tutto questo scenario merita particolare considerazione il caso di Manfredonia, un vero campionario di disastri ambientali. Con i ritardi della bonifica della zona ex enichem e la condanna UE per la mancata bonifica delle discariche. La condanna UE per gli effetti della reindustrializzazione voluta con il Contratto d’Area in pieno SIC Steppe pedegarganiche. Gli errori evidenti nelle scelte industriali del contratto d’area, che vedono oggi una parte delle imprese chiudere e licenziare dopo aver incassato i finanziamenti dello stato, e un’altra fetta consistente sopravvivere a stento, a volte anche a danno del rispetto dei diritti dei lavoratori, in un quadro economico globale facilmente prevedibile che avrebbe potuto ispirare iniziative di sviluppo più solide. Non mancano iniziative industriali convincenti sia sul piano economico produttivo che su quello ambientale, ma nel complesso il contratto d’area rimane in una situazione di criticità generale. Sempre tra le iniziative del Contratto d’Area il finanziamento e la costruzione di alcuni alberghi, paesaggisticamente impattanti e poco utili alla collettività, e di due porti turistici a poco più di un chilometro e mezzo l’uno dall’altro che ci si accinge a costruire su un fronte mare che già contiene infrastrutture portuali inutilizzate e fatiscenti. A proposito della portualità di Manfredonia Legambiente si è sempre espressa per la riqualificazione e l’utilizzazione razionale dell’esistente porto di Manfredonia, più che sufficiente per supportare il traffico peschereccio e turistico, se opportunamente ammodernato, e nel contempo ha sostenuto la necessità di rilanciare in tempi rapidi il porto industriale, con l’utilizzo delle aree retroportuali ad esclusivo vantaggio dell’infrastruttura. Il nuovo porto turistico di Manfredonia in procinto di essere costruito risponde a evidenti spinte speculative, alimentate anche dalla presenza di ingenti risorse provenienti dai finanziamenti messi a disposizione dal contratto d’area.
Il quadro è fosco. Speriamo in un futuro immediato capace di donarci novità interessanti. Sul Gargano è importante inaugurare una nuova fase di protagonismo in cui la gente di buona volontà, le imprese, le istituzioni, il mondo delle associazioni contribuiscano alla creazione di una vasta rete virtuosa per promuovere azioni sociali di vasta portata, per alzare il tiro contro il degrado sociale e ambientale del territorio, e contro i fenomeni criminali.
Che l'anno 2008 sia quello giusto per risalire la china!
dal sito di Legambiente Gargano:
http://legambientegargano.splinder.com/
IL DESTINO DI KALENA
LA BATTAGLIA DI DON MIMI’
Mon. Domenico D’Ambrosio vorrebbe utilizzare i fondi dell’8 per mille per eseguire i restauri
IL DEGRADO LA STA DISTRUGGENDO
Se non arriva una soluzione in tempi brevi, addio
di TERESA MARIA RAUZINO

Trasformare l'antica abbazia di Càlena in un luogo aperto alla fruizione pubblica per 365 giorni all’anno, e 366 negli anni bisestili. Le due chiese, risalenti all’XI e al XIII secolo, se fossero donate dai proprietari alla comunità, potrebbero essere restaurate dall’arcivescovo D’Ambrosio con i fondi dell’8 per mille e i contributi dei fedeli.
Forse è questa la soluzione per porre la parola fine a un aspro contenzioso che vede la Comunità di Peschici contrapposta ai Martucci che, dall’inizio dell’Ottocento, hanno acquisito non chiarendo mai “come”, la più prestigiosa e antica struttura benedettina del Gargano Nord (risale all’XI secolo e secondo Giannone addirittura all’872 d.C), per trasformarla in masseria.
Luoghi sacri, quelli di Càlena, da restituire alla loro antica funzione, e da riaprire finalmente al culto, come l’abbazia di Pulsano dove, dopo un lungo periodo d'abbandono, il 20 dicembre 1997 si è insediata una comunità monastica che pratica il rito latino-bizantino.
Sul resto della struttura, nessuna interferenza con i Martucci, comunque vincolati dal Ministero dei beni culturali nella ristrutturazione dei fabbricati “civili” del complesso monastico. Un vincolo integrale, esteso recentemente dalla Soprintendenza Regionale per contrastare eventuali operazioni di speculazione edilizia.
I Martucci si sono riservati la risposta. Una risposta che non può essere elusa come accadde in passato: l’Arcivescovo D’Ambrosio e tutti coloro che hanno lottato per Càlena, ne hanno il sacrosanto diritto, dopo 10 anni di “civili battaglie” per restituire dignità a un monumento nazionale.
L'antica abbazia, lo abbiamo verificato l’8 settembre, sta cadendo proprio a pezzi. E’ sempre più soggetta a vandalismi e a furti: lo stemma del portale del lato sud, chiuso e interrato, mostra segni abrasivi sui simboli dei Canonici Lateranensi; è appena sparito, nella chiesa nuova, quella con la campata principale en plein air, il lastrone di pietra che chiudeva l’ipogeo della cripta. Se non si agirà nel più breve tempo possibile, la copertura lignea dell’abside crollerà (una trave di legno è in bilico); il campanile a vela, che ospita un prezioso bassorilievo di Madonna orante risalente al 1393 completamente ricoperto da vegetazione invasiva, sta lentamente sgretolandosi. La “chiesa antica”, risalente all’XI secolo, segnalata da Emile Bertaux all’inizio del Novecento per una rarissima tipologia di cupole in asse, divisa in due ambienti separati, continua ad ospitare attrezzi agricoli.
Una struttura nel complesso ormai fatiscente e che, se non vi si porrà mano in tempi brevissimi, potrebbe essere soggetta a crolli, come è successo per un solaio.
Fuori dal muro di cinta sono accatastati rifiuti di ogni genere e mucchi di erba secca tagliata una volta all’anno, da un 8 settembre all’altro, per rendere accessibile l’abbazia ai fedeli che si ostinano, monsignor D’Ambrosio in testa, a improvvisare fiaccolate e a recitare rosari.
Peschici non può più assistere in silenzio alla progressiva distruzione di quello che doveva essere il suo fiore all’occhiello, “l'attrazione” culturale ed artistica del territorio.
Càlena non vuole più languire nell’agonia di pietra cui è stata condannata da troppi anni.
A noi piacerebbe che in alcuni locali a pianterreno si ricavassero un centro convegni, una biblioteca, un centro visite, e che nel chiostro si organizzassero concerti.
Luoghi di aggregazione culturale che a Peschici mancano. Qualificherebbero la vita dei suoi abitanti e dei “cittadini del mondo” che la scelgono come luogo dell’anima.
L’articolo è stato pubblicato su “L’Attacco” di mercoledì 12 settembre 2007.
I fuochi brutti di Peschici
TERESA MARIA RAUZINO
Dopo i fuochi belli di sant’Elia i fuochi brutti del 24 luglio. Quelli che hanno deturpato la bellezza di Peschici, portando morte e distruzione.
Quelli che pensavamo di aver scordato, da qualche tempo. Ricordo, come se fosse oggi, quando noi bambini scrutavamo dalle terrazze delle nostre case le notti incendiate di Montepucci. Dal promontorio le fiamme si levavano altissime, avvolgendo nel loro abbraccio mortale la fitta macchia mediterranea e le pinete d’Aleppo modellate dal grecale e dai venti onnipresenti in questo sperduto angolo di verde Paradiso.
Eravamo fiduciosi nel lavoro dei volontari che stavano contrastando il fuoco e salutavamo con un sospiro di sollievo l’arrivo del salvifico elicottero: segnava la fine di quell’interminabile incubo da cui desideravamo svegliarci.
Un promontorio, quello di Montepucci, in cui gli alberi hanno stentato a rinascere…. E quando, dopo molti anni, sono ricresciuti sono stati prontamente bruciati, in pochissime ore, da nuovi devastanti fuochi appiccati da mani assassine, avide di cancellare tanta bellezza.
L’incendio del 24 luglio non ha toccato questo fronte già depredato dal fuoco, non ha toccato la piana di Peschici martoriata dalle alluvioni anche per la mancanza delle radici protettive degli alberi bruciati: quella piana diventata, nel corso degli anni un agglomerato di case, un coacervo di insediamenti turistici di diverso stile, frutto della speculazione edilizia.
L’incendio ha toccato due zone residenziali: la 167, il nuovo quartiere di edilizia popolare abitato da tante giovani famiglie peschiciane; ha lambito pericolosamente le case abusive di Tuppo delle Pile.
Un incendio subdolo che si è propagato rapidissimamente, spinto da un vento vorticoso, nella baia di San Nicola, uno dei simboli internazionali di Peschici, sede di un grande campeggio e delle più belle strutture turistiche, Hotel e bellissime ville avvolte nel verde della pineta. Una pineta che oggi non c’è più… dopo essere riuscita a resistere e a passare indenne alla funesta alluvione avvenuta alla fine degli anni ‘60.
E’ spettrale il paesaggio che si presenta ai nostri occhi fino al trabucco Ottaviano, scampato alle lingue di fuoco solo perché costruito sulle rocce, in una zona con una rada macchia mediterranea. Eppure intorno ci sono tantissime auto incendiate, scheletri meccanici sotto alberi inceneriti dall’attacco del fuoco: la zona sembra un’enorme desolante sfasciacarrozze, se non fosse per la bellezza immutata della stupenda baia che le fa da sfondo.
Il panorama della costa fino a Manacore è anch’esso di una bellezza desolante: l’azzurro impassibile del cielo e del mare fa da sfondo alla costa con qualche sprazzo a macchia di leopardo ancora verde, nonostante tanti alberi carbonizzati.
I fumi per fortuna si sono diradati, i focolai sono sorvegliati e prontamente spenti da un elicottero che sorvola costantemente la zona. C’è da chiedersi perché per tante ore il cielo non sia stato presidiato, il territorio non sia stato difeso come lo è oggi. Il bilancio della catastrofe forse poteva essere contenuto.
Possibile che in Italia siano sempre troppo pochi i presidi aerei e terrestri indispensabili per prevenire gli incendi boschivi? Dove sono finiti i progetti di monitoraggio del territorio che prevedevano il controllo satellitare delle zone a rischio del Gargano ?
La brutta giornata del 24 luglio ha scoperto tutti i nervi fragili del nostro territorio, che soltanto a parole si dice di voler proteggere. Un territorio privo di ospedali e di un serio piano di protezione civile.
Un territorio che vede partire i suoi giovani per mancanza di lavoro.
I residenti avevano trovato nel turismo una indispensabile, seppur precaria, fonte di reddito. Una fonte che rischia di essere preclusa, dopo quello che è accaduto.
Ora è tempo che gli Enti preposti, in sinergia, facciano tutti la loro parte. Bisogna avviare subito un piano di ripresa economica, affinché questa stagione turistica non sia definitivamente perduta. Pensare, appena possibile, alla riforestazione delle zone violate dal fuoco.
Ricordo che nei momenti più drammatici della nostra storia, noi Peschiciani ci siamo sempre rimboccati le maniche, mettendo a frutto le nostre residue risorse di intelligenza e di cuore, ripristinando i luoghi devastati.
Almeno stavolta, non lasciateci soli!
L'editoriale è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 26 luglio 2007
Kalena. negligenti e/o impotenti ?
1. Mi piace iniziare questo mio contributo ( ennesimo! ) sull’agonia della bella addormentata ( meglio anestetizzata! ) Abbazia di Kalena con le parole del sommo poeta Dante nel III canto dell’Inferno: “per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore … Lasciate ogni speranza voi ch’entrate “. E’ proprio da lasciare ogni speranza? Mi sembra che ci sia una sorta di accanimento terapeutico nei confronti di questa meravigliosa testimonianza di un passato di fede, di arte e di cultura, che non riesco a capire. Ma è possibile che non ci sia una via di soluzione? Possibile che si debbano esperire altre strade e altri tentativi? Possibile che il dialogo tante volte tentato e iniziato resti tra sordi ?
Ho la forte impressione che stiamo assistendo a una vicenda che ha con sé dell’incredibile.
- C’è un monumento di indubbio valore storico e artistico, gli atti della sovrintendenza lo certificano,
- c’è una comunità che finalmente, dopo anni di silenzio colpevole e di una sorta di palese infingardaggine, sta prendendo coscienza del bene inestimabile che gli appartiene al di là dei legittimi diritti di proprietà degli attuali possessori,
- c’è una opinione pubblica che pone questo monumento ai primi posti in quella ormai ‘hit parade’ dei ‘luoghi del cuore ’, Ne fa fede quella straordinaria raccolta di firme che in poche settimane ha coinvolto migliaia di persone,
- c’è l’impegno anche di istituzioni pubbliche che sono pronte, finalmente, a investire del denaro dei cittadini per liberare questo monumento dallo stato comatoso, sperando che si tratti di un coma indotto e quindi con qualche residuo di possibilità per un iniziale recupero,
- c’è la disponibilità di privati a mettere del proprio per bloccare un rovinoso disastro di pietre che cadendo l’una sull’altra, ci faranno perdere gli ultimi resti di una storia di fede e di arte.
2. Credo di dover dividere in due categorie gli attori e i protagonisti di questa incredibile vicenda ‘all’italiana’: i negligenti e gli impotenti. Forse la distinzione non è così netta, perché talvolta assume i caratteri della trasversalità.
I negligenti
In molti professiamo attenzione, rispetto, impegno a salvaguardare e proteggere ciò che resta del monumento. Sotto gli occhi di tanti si consuma il detto di sallustiana memoria: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Noi discutiamo, tentiamo , proviamo, dialoghiamo ( !!!! ), e Kalena cade rovinosamente!
Dobbiamo chiederci e assumerci le nostre responsabilità.
Parlo e con convinzione di negligenza a livelli vari.
- Con molto rispetto ma con profonda convinzione, nella categoria dei negligenti metterei al primo posto
Con un silenzio quasi assoluto, nonostante i vari e numerosi tentativi di coinvolgerla supportati da adeguata documentazione con la quale la si metteva a parte del degrado e della rovina del monumento.
- C’è indubbiamente la responsabilità degli attuali proprietari, gli eredi Martucci. Certo hanno le loro ragioni e le difendono. Ma è necessario chiederci: questo monumento che appartiene alla nostra storia e alla nostra fede non ha diritto a un diverso approccio e usufrutto del diritto di proprietà che non può escludere e vietare la fruizione di un bene che tale è rimasto per secoli? Può un proprietario, dopo secoli di fruizione e di ingresso libero almeno nel cortile ( l’antico chiostro ), decidere di chiudere improvvisamente con un cancello di ferro l’accesso al monumento?
Il monumento è in stato di pietoso abbandono e le poche residue opere d’arte, rischiano di rovinare, a causa di erbacce e disinteresse totale. Alla fine raccoglieremo solo dei frammenti!
Che tipo di manutenzione almeno ordinaria, i proprietari mettono in atto?
Chi è tenuto a vigilare cosa attende?
- Di sicuro sul piano dei negligenti vanno messe le istituzioni locali, i cittadini, anche le autorità ecclesiastiche. Per troppi, lunghi anni hanno taciuto e si sono disinteressati di questo scrigno di fede e di arte ancora da scoprire.
Gli Impotenti
Il numero degli appartenenti a questa categoria è abbastanza elevato. Qui possiamo entrare in tanti: privati e istituzioni, semplici cittadini e amanti dell’arte e della storia. Ma è una categoria che finora si e‘ scontrata contro un muro, non come le mura dell’Abbazia che facilmente possono crollare. Qui ci troviamo di fronte a una resistenza coriacea, dura, incomprensibile. Ma è tanto faticoso e strano che un bene del genere venga restituito alla comunità´? Ma gli Enti pubblici ( Ministero Beni Culturali, Ente Regione, Comune, Ente Parco, Sovrintendenza ) non potrebbero farsi perdonare la lunga latitanza e la omessa tutela e vigilanza, portando avanti una procedura difficile, forse anche costosa, quale è quella dell’esproprio per un interesse acclarato della comunità?
Come Arcivescovo e quindi interessato a che un bene che nasce dalla fede cristiana e dalla generosa presenza e animazione anche delle realtà sociali delle tante generazioni di monaci che hanno dato vita all’Abbazia, sono pronto a rilevare il bene con sacrifici e collaborazioni varie: possiamo farcela! Ma aprite qualche canale di dialogo serio e finalizzato a una positiva conclusione!
Ben venga anche la costituzione di una Fondazione pro Kalena. Vado a ruota libera. So che lascio parlare il cuore, i ricordi, il significato alto di questo monumento di fede. Potrebbe tornare a risuonare delle voci e delle suppliche di oranti. Potrebbe divenire un’oasi dello spirito per i tanti moderni cercatori di Dio. Potrebbe essere luogo di raccolta delle testimonianze del passato per offrirle ai tanti visitatori e innamorati della nostra terra garganica!
Ben vengano tutte le iniziative che aiutino i tanti protagonisti e cursori di questa vicenda ad uscire da questa situazione di stallo, tutti pronti ai nastri di partenza in attesa che i giocatori facciano la prima mossa che potrebbe anche risultare sbagliata !
A lungo andare però questa situazione di incomunicabilità e di stallo, ove non intervengano prospettive risolutive del problema, potrebbe prestare il fianco ad atteggiamenti sbagliati, irrazionali e perciò inadatti e impropri.
Sono pronto a convocare un incontro tra le varie parti per addivenire a una soluzione definitiva che non penalizzi le attese della comunità e non leda i legittimi diritti degli attuali possessori ai quali si domanda di entrare finalmente nella categoria evangelica degli ‘uomini di buona volontà’.
L’intervento di Monsignor D’Ambrosio (arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo); è stato pubblicato sulla rivista mensile SUDEST n. 18, novembre 2006. Si ringrazia il direttore Franco Mastroluca per la gentile concessione di poter pubblicare l'articolo integrale su questo blog.

Abbazia di Kàlena. Foto di Romano Conversano