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mercoledì, 24 giugno 2009

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO-CORRIERE DELLA SERA 20-06-2009

UN APPELLO A BONDI E A VENDOLA PER L'ESPROPRIO IMMEDIATO. LO LANCIA IL CENTRO STUDI MARTELLA

SALVATE KALENA

LA STORIA

L’abbazia di Santa Maria di Kàlena, sita in agro di Peschici, è fra le più antiche d’Italia. Sarebbe stata eretta addirittura nell’872. Un edificio sacro esisteva già nell’XI secolo, come testimonia un atto di  donazione del 1023: il vescovo di Siponto donò Kàlena all’abbazia di Tremiti. Attualmente l’abbazia è proprietà privata  dei fratelli Martucci. Per il suo recupero si è mosso anche il Fai (Fondo Ambiente Italia).

 

 

«Kàlena non può aspettare oltre. Sta davvero crollando. Vogliamo l’esproprio  immediato ». Coglie la palla al balzo Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro studi Martella e autentico baluardo dell’abbazia peschiciana. Afferra l’indicazione sulla necessità di un esproprio fatta dal direttore regionale ai Beni culturali pugliesi, Ruggero Martines, e invoca con due lettere l’immediato intervento del ministro dei Beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, e del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. «Abbiamo chiesto a Vendola di adoperarsi presso il ministero per l’esproprio dell’abbazia. E al ministro Bondi di seguire questa strada.

Certo il presidente della Regione Puglia potrebbe adottare direttamente questo provvedimento e sarebbe anche la strada migliore», sottolinea la Rauzino a margine delle sue missive.

In questi anni durante i quali gli enti si sono rimpallati le competenze, nascondendosi dietro il particolare che l’abbazia è proprietà privata, sono stati persi 850mila euro. 350 erano stati stanziati dal ministero per l’Economia durante il ministero di Giuliano Urbani: altri 500mila erano stati destinati alle chiesette e al loro recupero dal ministro Francesco Rutelli. 850 mila euro revocati «perchè l’opera non era stata mai cantierizzata».

«Kàlena è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico a lei affidato», sottolinea la Rauzino. «Ma anche di  una colpevole dimenticanza della soprintendenza ai Beni culturali e architettonici della Puglia, l’ente preposto alla sua tutela».

Al ministro Bondi e al presidente Vendola la Rauzino fornisce, attraverso la ricostruzione delle tappe più importanti di una battaglia decennale, quelle motivazioni giuridiche, politiche e culturali a sostegno della procedura di esproprio. Prima fra tutte proprio «la colpevole dimenticanza » della Soprintendenza, che «non ha mai imposto alla proprietà le opportune misure di conservazione».

La battaglia per Kàlena inizia nel 1997. Il ministero nel 2003 sollecita il soprintendente Giammarco Jacobitti a muoversi per salvare l’abbazia dai morsi del tempo e dell’abbandono. «Nel 2003, secondo una lettera di risposta di Jacobitti al ministero - ricorda la Rauzino - i proprietari si erano impegnati a risanare le creste murarie della chiesa e del recinto del complesso, e la sua successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio; il consolidamento e il restauro della copertura lignea della campata absidale, l’impermeabilizzazione e una serie di interventi a tutela». Per questo progetto era stata indicata la somma di un milione di euro. Il ministero diede il via libera autorizzando un contributo ai proprietari «pari anche al 50 per cento» della spesa sostenuta per il restauro. Nulla è accaduto. Le creste murarie nel frattempo sono sempre meno visibili, e la scorsa settimana il tetto della campata absidale è crollato.

«Perché la Soprintendenza non ha operato? Perché ha ignorato le leggi vigenti che consentivano di procedere con il restauro coatto e l’esproprio? Perché sono stati persi tutti i fondi stanziati?». Gli interrogativi che la Rauzino pone a Bondi e Vendola, che difficilmente a questo punto della lunga storia di Kàlena potranno dire di non sapere, di non poter intervenire, di non poter contrapporsi al disfacimento delle pietre nella piana di Peschici.

ANTONELLA CARUSO

 

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I protagonisti Comune, Regione, Direzione dei Beni culturali

 

Non c’è accordo sulle strategie

 

 

«Il mio recente appello, quasi un presagio». Le riflessioni pubblicate domenica scorsa sul Corriere del Mezzogiorno dal presidente della sezione Gargano di Italia Nostra, Menuccia Fontana, e la scoperta per caso in quella stessa domenica che il tetto di una delle chiese dell’abbazia è caduto rovinosamente su un altare con preziosi fregi oggetto di studio, hanno prepotentemente riacceso i riflettori e riaperto antiche ferite. «Proteggete quel pezzo pregiato di storia».

Il primo appello è proprio di Menuccia Fontana, che invita il direttore regionale ai Beni culturali, Ruggero Martines, ad intervenire ora che l’abbazia è sotto tutela così come la zona di rispetto, l’uliveto che la circonda. «Intervenga  con l’autorevolezza del suo ruolo, per farci sperare ancora di vivere in un paese dove esiste un diritto alla conservazione dei nostri beni culturali ». Il crollo del tetto è un campanello d’allarme. Non c’è più tempo. Perché il tempo sta lavorando, sta erodendo, sta consumando, sta cancellando.

Si sono detti pronti a fare la loro parte in questi giorni gli assessori regionali all’Urbanistica e ai Beni culturali, Angela Barbanente e Domenico Lomelo, soprattutto alla luce del fatto che nella pianificazione strategica di area vasta che nei prossimi mesi potrà impiegare in vari settori qualcosa come 38 milioni di euro, per Kàlena non c’è neppure un centesimo. Il Comune di Peschici sostiene di aver inviato il progetto e di non aver avuto risposte dalla cabina di regia che sovrintende alla pianificazione strategica.

«La Provincia può integrare inserendo Kàlena tra gli interventi che otterranno dei fondi nella prima ripartizione.

Solleciteremo questo intervento», hanno assicurato Lomelo e la Barbanente, che però ha puntato il dito anche contro il Comune di Peschici che «invece di tutelare un bene così prezioso, programma vicino all’abbazia la costruzione di case con una manovra di 167». Un dibattito dunque sulla necessità di intervenire al più presto che trova una prima indicazione concreta proprio nelle parole del direttore Martines: «L’unica strada è esproprio. Se dovessimo avviarlo noi ci vorrebbero tra gli otto e i quindici anni, mentre il Comune può intervenire con procedure

più rapide». Una provocazione e niente più la ritiene il sindaco di Peschici, Domenico Vecera: «Siamo pronti ad espropriare. Lo Stato ci dia un milione di euro e procederemo immediatamente.

La verità è che in questi dieci anni tutti si sono occupati di Kàlena a parole, ma mai un solo euro è stato stanziato». Parole che stridono con quegli 850mila euro che, con due diversi ministri, erano disponibili e nessuno

ha mai utilizzato.

 

 ANTONELLA CARUSO

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Corriere mezzogiorno – Corriere della sera 20 giugno 2009

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