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martedì, 23 giugno 2009

Lettera aperta al Sindaco di Peschici 

Abbazia di Kàlena, urge un moderno Sueripolo




L’incessante, tenace e stimolante opera di sensibilizzazione al recupero, alla salvaguardia ed alla rivalorizzazione dell’antica Abbazia garganica di Kàlena a Peschici, da anni portata avanti “cirenaicamente” da Maria Teresa Rauzino e dal Centro Studi Martella, meriterebbe ben altra attenzione da parte delle Istituzioni. Un’attenzione che è tempo che vada ben al di là del plauso e dei riconoscimenti più o meno formali, e che assuma una volta per tutte le forme concrete di un intervento ormai ineludibile, per la sopravvivenza di una tale testimonianza di identità, di storia, di cultura e di fede: l’esproprio per pubblico interesse.

Lo scempio e il martirio inflitti a Kàlena dall’incuria e dall’impotenza da interessi contrapposti, rende più mai urgente l’intervento di un moderno Sueripolo, che ponga fine alle scorribande interpretative di cavilli legali e regolamentari, e con la spada della decisione renda giustizia a un “bene comune”, che è patrimonio inestimabile, al pari dello stesso Gargano, della Grotta dell’Arcangelo o dei rotoli pergamenacei miniati nei più raffinati sciptoria benedettini.

L’antologia dei protocolli d’intesa e delle convenzioni con le private proprietà non è che una raccolta di fallimenti, di prese in giro e di studiate architetture per rinvii. La cattedrale laica del Petruzzelli, a Bari, ne è la testimonianza più evidente e più “bruciante”, ancora oggi, ad oltre 17 anni da una sciagurata notte di ottobre.

“Tutti invocano il restauro di Kàlena e si aspettano che il Comune avvii l’esproprio. E i soldi? Ce li diano, ci diano qualcosa come un milione di euro e la espropriamo subito l’abbazia”. No, signor sindaco. Kàlena e la sua lunga storia, Peschici e i suoi cittadini orgogliosi, il Gargano, la Puglia e i tanti appassionati in apprensione, per le sorti dell’abbazia, meritano qualcosa di più di tanta sfuggente disinvoltura.

Il problema non sono i soldi. Ma la volontà politica, che dovrebbe farsi sintesi di una diffusa volontà comunitaria, per tradurre in atti amministrativi, nonché in coerenti, conseguenti e concreti interventi esecutivi, le innumerevoli manifestazioni di intenti, che da decenni si inanellano in un miserevole rosario di supplichevoli preghiere al vento. Manifesti, il Sindaco, la ferma volontà di voler percorrere il sentiero dell’esproprio. Si renda disponibile, verso il Ministero dei Beni Culturali, per la delega ad avviarne la procedura. Di modi per trovare ben più di un euro per Kàlena ce ne saranno tanti, se si sa davvero a cosa serviranno.

Possiamo provare ad immaginarne alcuni. Proprio a cominciare da questo slogan: “Un euro per Kàlena”, che potrebbe essere promosso nei musei, nei siti archeologici, nei teatri e nei cinema di tutt’Italia. Sia con accordi sul costo dei biglietti d’ingresso, sia con inviti alle biglietterie alla sottoscrizione volontaria. Si potrebbe istituire un numero telefonico dedicato, come è stato fatto per i terremotati d’Abruzzo. Si potrebbero coinvolgere tutte le Comunità benedettine, attraverso un’iniziativa di solidarietà da lanciare per esempio a Montecassino. Chiamare la Chiesa a fare la sua parte, con i fondi CEI dell’8 per mille, e naturalmente a fare altrettanto all’insieme degli Enti locali. Si potrebbe coinvolgere il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), il mondo delle Fondazioni Bancarie, della Finanza e dell’Industria. Insomma, come si dice? Volere è potere. Secoli di storia benedettina dovrebbero essere illuminanti sulla forza della fiducia e sull’importanza del simbolo racchiusi nel fatidico primo passo. “Non abbiate paura” esortava Giovanni Paolo II. Kàlena lo merita. E, soprattutto, Kàlena ne ha urgente bisogno!

 Antonio V. Gelormini
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Corriere del Mezzogiorno- Corriere della sera 18 giugno 2009

Caso Kàlena Il sindaco di Peschici Vecera: «Meglio il restauro in convenzione con la proprietà»

«Esproprio? E con quali soldi?»

 

  

FOGGIA - L’unica strada per salvare l’abbazia di Santa Maria di Kàlena dal disfacimento è l’esproprio. Togliere la proprietà alla famiglia Martucci e dare all’abbazia la patente di un bene pubblico per facilitarne il recupero. Questo quanto indicato ieri su queste pagine dal direttore re­gionale ai Beni culturali, Ruggero Martines, ora che il vincolo è stato esteso anche all’intera area che cir­conda le chiesette. «Tutti sono sta­ti e sono capaci di parlare di Kàle­na, di invocare il restauro - com­menta il sindaco di Peschici, Dome­nico Vecera - , la Regione, la Sovrin­tendenza, Italia Nostra e Italia loro, ma poi alla fine nessuno ci ha mes­so mai un euro. E si punta il dito contro il Comune».

Il sindaco ha assistitito in silen­zio in questi giorni alle polemiche sollevate sui mancati interventi e sul crollo del tetto sull’abside di una delle due chiese: «E’ facile af­fermare che il Comune può avviare l’esproprio. E i soldi? Ce li diano, ci diano qualcosa come un milione di euro e la espropriamo subito l’abbazia. Io invece penso che, vi­sto che abbiamo fatto un passo avanti con la prima convenzione con la famiglia proprietaria, biso­gna partire da questo per avviare il restauro».

Il Comune oggi, attraverso que­sto accordo, può «gestire» a fini culturali le chiese e i giardini stori­ci, la parte religiosa dell’abbazia. La gestione per aprire le chiese ai visitatori durerà 40 anni. Ma, stra­no a dirsi, la convenzione è stata si­glata a settembre, ma al Comune le chiavi per accedere a questa parte del complesso non sono state anco­ra trasferite. Tanto è vero che il tet­to è crollato ma non c’è stato anco­ra nessun intervento di puntella­mento per evitare altri crolli.

«Il tetto era purtroppo già peri­colante, non appena ci consegne­ranno le chiavi faremo le verifiche del caso. Ma voglio essere chiaro: per noi Kàlena è una priorità. Co­me amministrazione abbiamo pre­sentato il progetto per i finanzia­menti del piano strategico di area vasta - sottolinea il primo cittadino - ma non siamo stati noi poi a indi­care le priorità. Noi non siamo pre­senti nella cabina di regia. Non si può pensare che con il bilancio co­munale si possa restaurare quel be­ne. E mi auguro che alla fine non cada tutta a pezzi. Che non riman­ga, come ha scritto qualcuno, un’agonia di pietre».

Restano dunque le incertezze sul futuro dell’abbazia, che è stata dichiarata monumento nazionale nel 1951 e che era stata indicata co­me uno dei pezzi importanti del­l’arte nell’Italia meridionale sin dal 1904 dallo storico Emile Bertaux. Un’abbazia con la prima chiesa, quella cosiddetta vecchia, con le cupole in asse che quindi si inseri­sce nel corso della tradizione pu­gliese; e la chiesa «nuova» addos­sata all’edificio più antico e che fu costruita secondo modelli architet­tonici presenti nella tradizione eu­ropea. Una tradizione che ha il suo pun­to di contatto nella via Francigena, che le maestranze di scalpellini che dalla Francia si spostavano ver­so i regni crociati, percorrevano nei due sensi, fermandosi anche a Kàlena.

Antonella Caruso

Corriere del Mezzogiorno- Corriere della sera 18 giugno 2009

 http://files.splinder.com/ca2b2e137d3554749f1229678c696a5e.pdf

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Sul caso interviene il direttore regionale ai Beni culturali, Martines, che ricorda: «Noi abbiamo posto il vincolo»

«Abbazia di Kàlena, ora tocca al Comune muoversi»

 

«L’abbazia e l’intera area sono state vincolate. E il ricorso dei proprietari è stato respinto.

Ora è tutto pronto per l’esproprio»«Ma se dovessimo avviarlo noi, l’iter durerebbe dagli 8 ai 15 anni. Il Comune di Peschici può agire più rapidamente ed efficacemente»

 

 

 

Suggestioni e leggende su Kàlena si sono intrecciate in questi anni alla carta bollata, ai ricorsi, alle trattative senza fine. E mentre tutto questo si consumava, nella piana degli ulivi di Peschici l’abbazia risalente al’872 si sbriciolava lentamente, inesorabilmente.

Mentre nell’anno Mille papi e imperatori le concedevano ricchi privilegi; in questi anni la rivendicazione del legittimo diritto di proprietà da parte della famiglia Martucci si scontrava con la volontà del Comune di Peschici

di valorizzarla, ma al contempo con una certa ritrosia ad operare scelte coraggiose e decisive. Il crollo del

tetto dell’abside, i cui calcinacci sono stati scoperti per caso nel corso di una manifestazione di sensibilizzazione

per Kàlena, ha riacceso i riflettori su uno dei beni architettonici significativi della storia religiosa di Capitanata.

Santa Maria di Kàlena, si legge nelle molte pubblicazioni che le sono state dedicate, è certo che fu crocevia di

molti pellegrini che giungevano sulle coste del Gargano per raggiungere il santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo.

«L’abbazia di Kàlena è un bene molto interessante, certo non può essere paragonato a siti di interesse consistente e notevolmente superiore, come la cattedrale di Lucera per fare un esempio, ma è chiaro che è indispensabile intervenire per salvarla», sottolinea il direttore regionale ai Beni culturali, Ruggero Martines. La sovrintendenza da anni ha vincolato l’abbazia e recentemente ha anche posto il vincolo paesaggistico nelle aree che circondano le chiesette. «I proprietari impugnarono con un ricorso questo vincolo paesaggistico. Ma il ricorso è stato respinto. Per Kàlena la soluzione migliore sarebbe l’esproprio da parte del Comune di Peschici». In questi anni spesso è stato invocato proprio sul terreno dell’esproprio l’intervento della Sovrintendenza, ma ciò non è avvenuto.

«Se dovessimo avviare noi l’esproprio, l’iter durerebbe dagli otto ai quindici anni. Il Comune può intervenire

con tempi molto più rapidi», sottolinea Martines. «Voglio ricordare che noi predisponemmo un progetto per

un primo intervento di restauro ma nelle more degli accordi con i proprietari il finanziamento venne meno e

non potemmo più operare in nessun modo».

La ristrutturazione dell’abbazia oggi è ancora più urgente alla luce di nuove suggestioni che Kàlena rivela. Da qualche tempo sono al centro di una prima mappatura le incisioni e le simbologie parietali presenti sui muri del sito.

Lo storico Gianfranco Piemontese del Centro studi Martella ha studiato questi simboli e i graffiti presenti. Tra questi erano state notate due «Triplici Cinte Sacre» sull’architrave dell’ingresso absidale laterale destro.

Il gruppo archeo-speleologico ARGOD ha notato di recente una terza Triplice Cinta Sacra, affiancata da una sorta di freccia. Uno stimolo per continuare a ricercare, per sottrarre l’antica abbazia all’erosione del tempo.

 

Antonella Caruso

Corriere del mezzogiorno-Corriere della sera

17 Giugno 2009

 http://files.splinder.com/6d11f9d566fa66d1f8c1979dd00d6b55.pdf

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