Uriatinon

Vuoi seguirmi in un viaggio virtuale? Partendo dal Gargano, scoprirai tutta la Capitanata. In un mix tra cultura, tradizioni, microstorie dimenticate ...
venerdì, 27 febbraio 2009

 

E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO"  FEBBRAIO 2009

 

Potete scaricarlo cliccando sul logo o su questo link:

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BUONA LETTURA!

La redazione

 

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categorie: il gargano nuovo
mercoledì, 25 febbraio 2009

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA E PRESENTAZIONE DEL LIBRO

GLI ALTAMURA RITROVATI

28 FEBBRAIO - 24 MARZO 2009

a cura di Gianfranco Piemontese

Foggia·Fondazione Banca del Monte “Domenico Siniscalco Ceci”· Via Arpi,152

 

 

Di Saverio Altamura si è soliti ricordare il suo viaggio del 1855 a Parigi. Dai resoconti del soggiorno parigino si fa partire l’avventura dei pittori che si riunivano al Caffè Michelangelo della città toscana: i Macchiaioli. Il pittore sarà poi citato solo per la sua produzione impregnata di romanticismo. Della produzione artistica di quella che sarà chiamata la Scuola di Staggia, fino ad oggi non esistono opere pubblicate. A questo vuoto oggi si inizia a dare una prima risposta con alcuni suoi studi e dipinti qui pubblicati.

 

Il pittore foggiano ebbe anche un intenso rapporto d’amore e d’arte con Elena Bùkuras, venuta a studiare Arte in Italia nel 1848. Con lei oltre al sodalizio artistico, contrarrà matrimonio e avrà tre figli Giovanni, Sofia e Alessandro. Sono questi gli Altamura sconosciuti, scomparsi dalla memoria storica; una moglie e figli di cui due, Giovanni e Alessandro seguiranno le orme dei genitori nel mondo delle arte pittorica.

 

Le ragioni di questa ricerca vanno individuate nella totale ignoranza dell’esistenza di questi tre artisti e della assenza di una bibliografia a loro dedicata. Si è iniziato con Giovanni, che nato a Firenze nel 1852 morirà a Spetse a soli 26 anni nel 1878, si proseguirà con Alessandro ed Elena Bùkuras Altamura. Parlare di Giovanni Altamura non poteva esulare dallo scrivere dei suoi familiari, per questo si troveranno notizie e primi documenti relativi ad Elena Bùkuras ed Alessandro Altamura.

Dell’attività di Giovanni viene pubblicata una mole di opere e studi che corrispondo a quasi la metà di quanto egli ha realizzato nella sua breve vita. Una catalogazione iniziata, che deve necessariamente proseguire, per potere dare un giusto e meritato posto a questo pittore impressionista che amava il mare.

Nel libro sono illustrati dipinti ad olio, acquerelli, disegni e schizzi provenienti dalla Grecia, conservati presso la Galleria Nazionale d’Arte di Atene e presso alcuni collezionisti greci.

Gli Altamura ritrovati vuole essere il primo passo per togliere dall’oblio questi artisti.

 

IL CURATORE DELLA MOSTRA E DEL VOLUME

Gianfranco Piemontese (Foggia 1959), architetto, è docente di Storia dell’arte al Liceo Classico “N. Zingarelli” di Cerignola. Docente a contratto della SSIS Puglia e di altre Agenzie di Formazione postuniversitarie, ha svolto ricerca sui beni culturali architettonici per conto del Ministero per i beni e le attività culturali.Valorizzazione dei beni culturali della Valle dell’Ofanto”.

Per l’Istituto per la Tecnologia delle Costruzioni-CNR di Bari, ha partecipato al progetto di ricerca “

Ha partecipato, come consulente sui beni culturali, alla redazione del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Foggia.

E’ componente del gruppo di studiosi che sta redigendo la Storia di Manfredonia.

Tra le sue pubblicazioni si segnalano: Concezio Petrucci e il progetto dell’Opera San Michele a Foggia Architettura sacra nell’Italia degli anni Trenta, Bari 2002; I palazzi dei Pinto in Ischitella e il Varano-Dai primi insediamenti agli ultimi feudatari, Vasto 2003; Cerignola Terra Vecchia, Cerignola 2005; Arte e artisti nelle architetture di Concezio Petrucci in Vecchie città/Città nuove- Concezio Petrucci 1926-1946, Bari 2006; I segni dei lapicidi nell’Abbazia di Càlena, in Chiesa e religiosità popolare a Pechici, Foggia 2008; Tra torri e castelli e Le mappe catastali in imago Gargani, Foggia 2008 e Delle scomparse città di Capitanata in in Tabula, Foggia 2008. Ha partecipato alla stesura di schede sul patrimonio architettonico nel volume Sulle tracce della Dogana, Foggia 2008.

 

 

  

 

Foggia·Fondazione Banca del Monte “Domenico Siniscalco Ceci”· Via Arpi, 152

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categorie: eventi
martedì, 24 febbraio 2009

ELOGIO DEL DIGIUNO

 

Prima della secolarizzazione i divieti alimentari erano rigidissimi. Durante la Quaresima solo il medico poteva esentare dal digiuno. Il minuzioso editto che il ventiseienne arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII,  nel 1676 emanò nella Diocesi sipontina. 

 

 

 

 Pieter Bruegel detto il Vecchio, Combattimento tra il Carnevale e la Quaresima 1559, Kunsthistorisches Museum, Vienna.

La Quaresima dovrebbe essere il momento giusto per rilanciare le pratiche del digiuno e dell'astinenza. Ma questa pratica ha ancora un senso nel mondo di oggi? Trova ancora dei convinti sostenitori? E come veniva regolata, nel passato?

 

Lo scopriamo leggendo "L'Editto per l'Osservanza della Quadragesima", nell’Appendix Synodi della diocesi sipontina datato 7 febbraio 1676.

Per  il ventiseienne arcivescovo Vincenzo Maria Orsini,  la Quaresima, che con  i suoi 40 giorni corrisponde a un decimo di tutte le giornate dell'anno, “è un tributo che ogni Cristiano Cattolico deve rendere a Dio, Sommo Creatore. E' un periodo da accettare. E’ il tempo in cui lo Spirito deve tra le astinenze spiccare superiore al corpo”.

 

Seguendo ciò che hanno disposto i Sacri canoni e il Sacro Concilio di Trento (che includono tra i giorni di digiuno tutti i giorni della Quaresima, ad eccezione delle domeniche), monsignor Orsini ordina a tutti, e a ciascuno dei suoi “sudditi” , che nella prossima, futura Quaresima osservino le seguenti regole: "Che niuno (nessuno), almeno dai sette anni in su, ardisca di mangiar carne di qualsiasi specie". Oltre alla carne è vietato mangiare  uova, e butiro (burro). Le “sanzioni” previste sono piuttosto pesanti: per gli ecclesiastici la deposizione, per i laici la scomunica.

 

Tutti coloro che hanno un'età "obbligante" sono, quindi, tenuti a digiunare ogni giorno, ad eccezione delle domeniche. Monsignor Orsini esenta da questi obblighi soltanto le persone inferme, e quelle alle quali per legittime ragioni è concessa dispensa da' sacri Canoni. Esse sono tenute a produrre «una fede giurata del Medico». Al certificato dovrà essere allegata la fede giurata del confessore che «abbia cognizione della loro coscienza».

Solo dopo aver presentato questi documenti all'arcivescovo, o al suo vicario generale o vicari foranei, presenti nei vari  centri della diocesi, sarà possibile,  per gli infermi, ottenere l’agognata licenza scritta che permetta loro di assaporare i cibi vietati. Ma i divieti non finiscono qui: pur avendo la dispensa scritta, gli infermi sono tenuti «ad usare detti cibi moderatamente e priuatamente»: dovranno evitare di farsi vedere mentre mangiano cibi vietati, in special modo da persone sconosciute. Per chi non osserverà queste "cautele"  è prevista una pena grave, a discrezione dell'arcivescovo, e in sussidio di scomunica.

 

Orsini ordina ai medici e ai confessori, di non rilasciare, a meno che non siano strettamente necessari, i suddetti certificati. Li minaccia di gravi sanzioni se lo faranno con leggerezza. Ordina, infine, che nessuno venda pubblicamente cibi vietati: «Tutti i bottegari, in tempo di predica, sono obbligati a tenere chiuse le loro botteghe». Se non lo faranno, tutta la loro merce verrà sequestrata.

 

Per evitare che il digiuno possa essere un'occasione di vanto, dovrà essere effettuato in segreto e nell’umiltà. La  tradizione cristiana è categorica su questo punto: «Meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli (Abba Iperechio)»; «Se praticate un regolare digiuno, non inorgoglitevi». Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi (Isidoro il Presbitero)”.

Anche "L'Editto per l'osservanza della Quaresima" si chiude con una raccomandazione: «Melior est abstinenti a vitiorum, quam ciborum (Meglio l'astinenza dai vizi rispetto a quella dai cibi)».  Perciò, in questo “sagro tempo”, si dovranno mettere da parte gli odi, e riappacificarsi col prossimo, bisognerà astenersi dalle cacce, dai conviti, dai festini, seguire le prediche, udire ogni mattina la santa messa, più volte confessarsi e comunicarsi, e fare opere pie confacenti allo stato di buon cristiano.

 

Affinché l'Editto sia noto a tutti, Orsini ordina agli arcipreti della diocesi sipontina di pubblicarlo nella domenica della Quinquagesima e nella seconda domenica di Quadragesima; e di tenerlo affisso sulle porte delle chiese per tutto il tempo quaresimale: «Ed in tal modo abbia forza, come se fosse personalmente intimato a ciascuno!».

 

Nei giorni festivi si permetteva generalmente «ai venditori di pane, vino, frutti ed ortaggi, ai macellai, ai bottegai e albergatori, ad aromatarij e spetiali di poter vendere i loro generi acciò le feste non siano gravi, ma celebrate con hilarità spirituale».. Ma questo è vietato a Pasqua: «Nelli giorni della Pascha di Resurrezione... non s'aprirà alcuna botegha, nè si venderà, nè si opererà, o farassi alcuna cosa se non per mera & evidentissima necessità di qualche infermo».

 

Nei tempi recenti la disciplina ecclesiastica sul digiuno è stata attenuata. I giorni prescritti sono rimasti soltanto due: il mercoledì delle Ceneri e il venerdì santo.

 

Ancora digiuno, dunque. Ma perché? La teologa Stella Morra ha affermato che se un'indicazione affonda le radici nei secoli ha tutti i numeri per essere valida. Privarsi coscientemente del cibo rende visibile una condizione costitutiva dell'uomo: lo rende mendicante, non più onnipotente. Autoregolazione utile in un mondo con eccessiva mania di protagonismo. Ma il mangiare appartiene al registro del desiderio, supera la semplice funzione nutritiva per rivestire un significato simbolico: moderando la fame, si moderano tanti appetiti. Si  disciplinano le relazioni con gli altri, con la realtà esterna, relazioni tendenti all'aggressività ed alla voracità.

 

Il digiuno diventa quindi “educazione del desiderio”. Svolge la funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di cosa viviamo...

 

In un tempo in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, l’uomo, cristiano e non, non dovrebbe mai dimenticare la specificità del digiuno. Dovrebbe porsi una semplice domanda: «Uomo, di che cosa vivi?». 

 

 

 

Il PERSONAGGIO:  Vincenzo Maria Orsini dalle visite pastorali nel Gargano, a dorso di mulo o in barca, al soglio pontificio

Pier Francesco Orsini, papa Benedetto XIII

Pier Francesco Orsini nacque a Gravina di Puglia (BA) il 2 febbraio 1650, figlio di donna Giovanna Frangipane della Tolfa e del duca Ferdinando Orsini, feudatario di Solofra. Vincendo la contrarietà dei familiari, entrò nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), con il nome di fra Vincenzo Maria Orsini. «Duca per nascita, frate per vocazione, cardinale per volere materno e papa suo malgrado», incarnò nel Mezzogiorno il modello del vescovo estremamente ligio alla “lezione” tridentina. Il 3 febbraio 1675, ad appena 25 anni, fu consacrato vescovo di  Siponto (Manfredonia FG).

Realizzò un ampio coinvolgimento ai problemi della vita ecclesiale, riunendo in una periodica, solenne  assemblea, tutto il clero, che prendeva coscienza della realtà locale, rendendosi più responsabile della cura delle anime. Effettuò due visite pastorali, la prima nel 1675 e la seconda nel 1678, raggiungendo  i paesi dell’impervio Gargano a  dorso di mulo, ma anche in barca. Rinnovò le sedi ecclesiali, consacrò altari e prescrisse arredi e suppellettili. Effettuò un’attenta ricognizione del patrimonio fondiario, entrando in  contrasto con i funzionari del Viceregno e i Legati spagnoli. Innocenzo XI lo trasferì il 22 gennaio 1680 nella lontana sede di Cesena.

Il 30 maggio 1686 Vincenzo Maria Orsini, a dorso di un cavallo bianco, entrò nella città di Benevento: era stato nominato arcivescovo metropolita. Vi resterà per 44 anni. Qui la sua opera pastorale fu imponente: indisse 44 sinodi in 44 anni, i cui Atti, come quello di Siponto, furono regolarmente stampati, e diffusi in ogni parrocchia della diocesi.

 

Il giornale di Napoli "Avvisi Pubblici" n. 27 del 4 luglio 1724 rievocò così la nomina di Orsini al pontificato: «E’ stato tale e tanto il giubilo inteso dalla Cittadinanza dello stato di Solofra per la esaltazione al soglio Pontificio del di loro primo natural Padrone, oggi Sommo Pontefice, che per dieci giorni continui quel pubblico lo manifestò con estraordinaria allegrezza facendo vedere pareggiare la notte col giorno per la quantità ben grande de’ lumi, ed altri fuochi di gioia accesi nelle publiche strade, e nei palagi, in molti dei quali vedevasi esposto il ritratto di S. Santità, e facendo sentire un continuo rimbombo di mortaretti, salve d’archibuggi, e di varie sorti di fuochi artificiali».

 

Divenuto papa Benedetto XIII, Orsini morì il 21 febbraio 1730. Per non disturbare il popolo romano, impegnato nelle strade a festeggiare il Carnevale, per lui non suonarono neppure le campane a morto.  

Il suo fu un pontificato molto “discusso”. Tra i demeriti, la persecuzione contro Pietro Giannone.

 

  

Teresa Maria Rauzino

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categorie: divieti quaresimali
martedì, 24 febbraio 2009

LA ZEZA ZEZA (RITROVATA) DEL CARNEVALE DI PESCHICI

 A Peschici è andata in onda domenica 22 (e lo sarà anche oggi martedì 24) una riedizione di quello che era il Carnevale di una volta sul Gargano. Dopo trent’anni di oblio, Lucrezia D’Errico e Stefano Biscotti hanno lanciato l’idea di rappresentare l'antica sceneggiata della “Zeza-Zeza” in uno spettacolo itinerante per le vie di Peschici, coinvolgendo gli studenti del Liceo Fazzini, per ridare fiato alle tradizioni ed insegnare ai ragazzi di oggi come i giovani di ieri erano soliti divertirsi.
A chi non conoscesse la storia della ZEZA, gliela ricordiamo noi.

 



 




Durante il Ventennio fascista, precisamente nel 1931, in occasione della festa del Carnevale, venne inviata a tutti i Podestà della Capitanata, da parte della Regia Questura di Foggia, una circolare che ribadiva l’assoluto divieto ai cittadini di “comparire mascherati in luoghi pubblici”; si potevano usare maschere soltanto nei teatri e in altri luoghi strettamente privati. 

Questa ordinanza, nel Gargano nord, non veniva rispettata. I Peschiciani, anche in tempi magri come quelli degli anni Trenta, festeggiavano il Carnevale con grande entusiasmo: gli uomini si travestivano da donna e le donne da uomo ed andavano girando per il paese, fermandosi in tutte le case dove c’erano allegre feste da ballo.

A Peschici ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale, si usava paglia, carta e abiti, i più malandati che ci fossero in circolazione. La mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, tutti i fantocci, vestiti di tutto punto, con in braccio l'immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche.


Fra le drammatizzazioni, degna di nota era “l’Operazione”, un vero e proprio intervento chirurgico cui veniva sottoposto Carnevale. Si preparava un fantoccio nella cui pancia si metteva di tutto, scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, ecc., lo si caricava su di un asino al cui seguito c’era un chirurgo, accompagnato da un corteo di gente mascherata da madre, moglie, figli e parenti di Carnevale. Il dottore tagliava la pancia del pupazzo e ne estraeva stracci, indumenti, verdure: solo alla fine estraeva il gigantesco maccherone che aveva provocato l’indigestione del Signor Carnevale. Durante l'operazione, la gente che si ammassava intorno cantava lo stornello Il piede del porco. L’Operazione veniva ripetuta in diverse strade del paese, accompagnata da urla, frastuono e risate degli astanti. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e tutto il seguito si dirigevano verso il Castello, dove il fantoccio di Carnevale veniva gettato in mare dalla Rupe antistante. I Carnevali appesi nei vicoli, invece, venivano bruciati. Le alte fiamme illuminavano la notte, segnando l’avvento della Quaresima.


Durante il Carnevale, fino agli anni Settanta, nella cittadina garganica si usava rappresentare la “Zeza Zeza”, un “pezzo” di antico teatro popolare di origine settecentesca, importato da Napoli. La rivista napoletana delle tradizioni popolari, il «Giambattista Basile», riporta la definizione della Zeza napoletana come «cantata vernacola... sul gusto delle atellane che successero alle feste Bacchiche, alle Dionisiche e, quindi, ai fescennini e alle satire. Trae argomento dagli amori di un Don Nicola, studente calabrese, con Vincinzella, figlia di Zeza e Pulcinella».


I fescennini sono l'esempio più arcaico di teatro nella cultura latina, caratterizzati da versi mordaci, pungenti, espressioni spinte e a doppio senso che dovevano suscitare ilarità in chi li ascoltava.



Nella Zeza di Peschici i personaggi erano quattro: Zeza (la madre), il Padre, Vincenzella (la figlia) e Don Nicola (il giovane avvocato innamorato della ragazza). C’erano anche il Coro, formato da un folto gruppo di maschere, ed i suonatori.



Di sfondo, un elemento caratteristico della società feudale: lo jus primae noctis che i padroni esercitavano sulle ragazze del popolo, debitrici sempre di qualcosa (qui è l’affitto arretrato della casa) nei loro confronti, a causa dell’estrema povertà. Ma nella logica del mondo alla rovescia, di cui è espressione il Carnevale, le classi popolari, con l’unica ricchezza gratuita che posseggono, cioè la bellezza delle loro donne, vincono sull’altro mondo, attirandolo, sfruttandolo e traendone profitto. Il sogno popolare sembra finalmente realizzarsi in quei magici giorni.


Il personaggio del Padre, anticamente interpretato da Pulcinella, è un ruolo patriarcale caratteristico della tradizione meridionale: chiuso in una falsa mentalità puritana, ponendosi come retto difensore dell' “onore” della figlia, la tiene segregata in casa, impedendole di “praticare” con chiunque. Emerge con chiarezza l’importanza della sua figura, chiamato da Vincenzella “Gnor padre”, ma anche il fatto che ad averla vinta su di lui è sempre Zeza, la moglie, che sa bene come blandirlo. Zeza è una popolana che cerca di sbarcare il lunario. Per questo, pressata dalla paura di essere sfrattata in quanto l’affitto è ancora da pagare, non esita a far entrare in camera di Vincenzella don Nicola, il padrone di casa. Il marito di Zeza, rientrato all’improvviso, trova Don Nicola nascosto sotto il letto della figlia. Accecato dall’ira, accusa la moglie di non aver vigilato sull’onore della ragazza. Zeza, a questo punto, si ribella: fa notare al marito che la pigione è arretrata di tre mesi, che Don Nicola è venuto a esigerla e che, se non fosse stato per la “generosità” di Vincenzella, lui sarebbe già in carcere.



Zeza, tutta presa dal suo ruolo matriarcale, rivendica per la figlia il diritto di praticare l'amore "liberamente" con cento innamorati e con tutti quelli che le garbano: con principi, marchesi e persino con gli abati che bazzicano spesso nei dintorni della casa.


La chiusa della farsa è a lieto fine. Il padre, convinto dalle argomentazioni di Zeza, acconsente alle nozze riparatrici. In fondo, imparentarsi con chi frequenta la Vicaria significa risolvere in modo indolore i pressanti problemi economici della famiglia. Resta il dubbio se sia stata tutta una messa in scena per costringere il giovane al matrimonio riparatore. L’ipotesi viene avvalorata considerando la resa del padre. Nella Zeza solofrana Pulcinella si arrende solo quando il giovane gli consegna un capace portafoglio. Nella Zeza di Peschici il motivo della resa del padre è diverso: non è solo la paura del fucile o del fucilone imbracciati dal giovane don Nicola che lo minaccia di scaricargli una schioppettata tra le gambe per togliergli la sua virilità (e qui il dubbio del complotto sembra sciogliersi) a costringerlo ad arrendersi.



Ma è Vincenzella che scioglie l’intreccio, interponendosi tra i due e inducendoli alla ragione, con argomentazioni forti: «Mio caro Don Nicola non ammazzare mio padre, non farmi ricordare per sempre questa giornata! Ti dico di lasciarlo andare, di lasciarlo stare. Lui, per forza, deve darmi a te!». La ragazza si rivolge con toni irati verso il genitore: «Che hai signor padre? Perché non vuoi farmi sposare? Dopo ti farò vedere io cosa ti combino!». Il padre, offeso dal suo parteggiare per chi sembra averla plagiata come un diavolo tentatore, arriva a minacciarla di morte insieme al suo amante.



L’amore, alla fine, vincerà e Don Nicola potrà sposare liberamente la sua Vincenzella. Il giovane invita tutti alla festa: «E adesso faccio un invito a tutti questi signori, perché a casa di Don Nicola si mangiano i maccheroni, anche quello lungo (cannaruto) oinè!».



A Peschici, il giorno del martedì grasso, il menu prevedeva i maccheroni fatti in casa, “tirati” dalle massaie con un ferro a sezione quadrangolare. Li si condiva con il sugo di carne per i ricchi e con il sugo di polpette e ventresca per poveri. Era usanza stendere un maccherone più lungo degli altri. Poiché si usava mettere in tavola un unico piatto, chi, per sorte, mangiava questo maccherone, veniva canzonato come cannaròute, cioè il “goloso” della famiglia.



Evidenti concordanze con la Zeza Zeza di Peschici si trovano nelle versioni di alcuni centri della pianura irpina come San Potito, in provincia di Salerno e Galluccio, in provincia di Caserta. I nomi dei personaggi sono gli stessi con qualche piccola variante. Don Nicola si chiama ’0 si’ Ronnicola (il signor don Nicola).

Questa antica farsa popolare è oggi rappresentata a Solofra, elaborata e fatta propria dal popolo irpino con il titolo di Canzone di Zeza. Durante il Carnevale viene presentata da vari gruppi che la cantano nelle vie della città, accompagnandosi con nacchere, triccheballacche e tamburelli. Segue l’immancabile tarantella cui partecipano tutti gli spettatori. La Zeza è interpretata solo da attori uomini poiché alle donne, come nell’antica commedia, l’esposizione al pubblico è vietata. C’è un capozeza-regista che guida la presentazione, dialoga con il pubblico e dà inizio alla sfrenata tarantella finale.


E' presumibile che anche le modalità di presentazione, gli strumenti musicali d’accompagnamento e il ballo di chiusura fossero gli stessi anche a Peschici. La Zeza Zeza ormai da un trentennio non si rappresentava più, ma il testo della farsa, ricostruito nel 1987 grazie alla testimonianza orale di Giulio D’Errico, oggi è stato rappresentato dagli studenti del Liceo Scientifico di Peschici guidati dalla prof.ssa Lucrezia D'Errico e da Stefano Biscotti.

La Zeza potrebbe ritornare ad essere cantata dagli amanti delle tradizioni.

Inserito nel repertorio dei gruppi di musica popolare del Gargano, potrebbe essere proposto come “borgo narrante” all’attenzione dei turisti che visitano il Promontorio.



TERESA MARIA RAUZINO

 

Video "Zeza-Zeza" su FB:

http://www.facebook.com/video/video.php?v=1070494133693&ref=nf

 

Album Fotografico "Carnevale di Peschici" 2009 su FB:

http://www.facebook.com/video/video.php?v=1070494133693&ref=nf#/album.php?aid=60275&id=1566304357&ref=mf

 


 

 

SCENE Rappresentazione ZEZA-ZEZA:

 

 


 

 

 

 


 




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categorie: carnevale di peschici
venerdì, 20 febbraio 2009

Oggi è il 4° anniversario della scomparsa del grande intellettuale vichese
 
FILIPPO FIORENTINO CI DISVELO' COSI' IL SUO GARGANO SEGRETO

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Il viandante s'inerpica lassù, per strade tortuose di bosco. S'inerpica per strade di paesi. Lungo le strade che portano a Ischitella, a Vico del Gargano, alla Dolina Pozzatina, a San Marco in Lamis. Il suo sguardo si posa sulle sagome annerite delle case, delle chiese e dei palazzi di borghi antichi ancora intatti, su mura scandite da torri scrostate. Si attarda su scorci di borghi antichi unici per la loro singolarità. Furono questi i luoghi amati, dimenticati, rimossi e di nuovo amati, nel recupero memoriale o storiografico, da tre grandi intellettuali garganici: Pietro Giannone, Michelangelo Manicone e Pasquale Soccio.
Proprio qui ci ritrovammo noi, moderni viaggiatori, in una sorta di itinerario a tappe nei luoghi abitati, in un tempo lontano e recente, da coloro che resero grande il Gargano. Amato da Dio, ma dimenticato dagli uomini. Questo itinerario, inusuale per il turista dirottato dai tour operator lungo le spiagge assolate e le scenografiche scogliere del Gargano, fu snodato e vidimato nel mese di aprile del 2002 in un laboratorio didattico di grande valenza culturale (“lo sguardo del viandante” dell’IRRE Puglia) animato dal prof. Filippo Fiorentino. Dei tre illustri personaggi che, con le loro idee innovative, incresparono di fulminanti bagliori il quadro piatto e statico del Gargano del Settecento/primo Ottocento e fine Novecento, egli tracciò il percorso esistenziale/valoriale. Con singolari intrecci/agganci con la cultura europea ed extra-europea coeva.

TAPPA DI ISCHITELLA: PIETRO GIANNONE, “ISTORIA CIVILE DE REGNO DI NAPOLI”, 1723; “VITA SCRITTA DA LUI MEDESIMO”', 1737

Il luogo della memoria ritrovato è la piccola Ischitella del tempo in cui Giannone vi nacque, nel 1676. Trent'anni prima, questo piccolo paese dell'entroterra garganico era stato quasi cancellato da un distruttivo terremoto. Sarnelli, nella sua “Cronologia dei vescovi et arcivescovi sipontini” del 1680, attesta che in quel drammatico evento si registrarono 92 vittime. Solo 26 case rimasero in piedi. Il borgo, allora, era abitato da 1235 anime. Giannone vi nacque da “buoni e onesti parenti”. Ad Ischitella visse per ben diciotto anni, ma le dedicò soltanto poche righe nella “Vita, scritta da lui medesimo”. Non sappiamo il perché dell'omissione. Questo “poco attaccamento alla sua terra d'origine” gli verrà rimproverato da Michelangelo Manicone che all'amato Gargano dedicò i cinque libri della “Fisica Appula”. Un fatto che marcherà la differenza fra i due intellettuali.
Ma Giannone ha segnato la storiografia: smascherò il potere religioso, mostrando la sua invasività in quindici lunghi secoli di potere. Filippo Fiorentino, nel suo “Laboratorio”, ci ha narrato come, di fatto, lo destrutturò. E come Giannone, a causa di questo suo imperdonabile peccato, fu imprigionato e lasciato morire nelle fredde carceri sabaude, in un lontano giorno del 1748, dopo aver segnato il ristabilimento, nella Storia, delle “regole del gioco”. La sua “historia tutta civile, senza strepiti di battaglie, tutta nuova”, di documentazione che sostiene una visione laica, fu espressione delle tesi dei ceti più avanzati del tempo. Il clima culturale della Napoli del 1714-48, lungi dall'essere stantio, espresse una vivacità intellettuale elitaria fra le più forti a livello europeo, non fu affatto la cultura angustiante cui gli stereotipi l'hanno confinata. Nel Settecento vi fu un vero e proprio movimento di unificazione della cultura e quella pugliese appare come complementare alla cultura della capitale e dei centri maggiori d'Europa.
Un vivace movimento di idee, al passo con l'Europa più avvertita, attraversò il regno di Napoli. Giannone ne fu il capofila. Dal suo pensiero trarranno leva metodologica tutti coloro che vorranno combattere i poteri che non incarnano la volontà popolare. Dalla sua analisi emergerà la tesi giurisdizionalista che farà scoppiare la grande contraddizione della Chiesa/Istituzione, “potere umano non legittimato né da Dio né dagli uomini, che gestiva i 4/5 del reddito dello Stato”.
Il pensiero del Giannone rispose ad una precisa esigenza storica: fornì le armi giuridiche sia al governo vicereale sia ai futuri principi riformatori, creatori dello stato moderno. Per abbattere definitivamente le prerogative dei ceti privilegiati e le concessioni d'origine feudale. Ecco perché, se da una parte venne esaltato come apostolo della libertà dello Stato, dall'altra suscitò odi feroci, e fu costretto a lasciare l'Italia. Ingiustamente, venne arrestato come un ladrone e incarcerato.
Nel 1734 il Regno di Napoli passò sotto l'illuminato governo di Carlo III di Borbone, che non riuscì nell'intento di farlo liberare dalle prigioni sabaude. Nel 1769 Bernardo Tanucci assegnò una cospicua pensione al figlio di Pietro Giannone. Postuma. Fu il riconoscimento fattivo «al figlio dell'uomo più grande, più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il reame di Napoli abbia prodotto in questo secolo».


TAPPA DI VICO DEL GARGANO: MICHELANGELO MANICONE, “LA FISICA APPULA”, 1806

Arroccato sul monte Tabor con le sue dodici chiese e con la sua cinta medioevale, con le ventidue torri che lo circondano, con il labirinto di stradine, spiazzi e casette bianche, il borgo antico di Vico del Gargano conserva un omogeneo impianto medioevale. E' il bene culturale più interessante della città. Vi nacque un genio: Michelangelo Manicone. Ma egli non fu affatto il parto eccezionale di un paese racchiuso nelle mura arroccate attorno ai due luoghi simbolici della chiesa matrice e del palazzo marchionale.
Anche nelle periferie avviene un'elaborazione autonoma. Frutto di ricerca intellettuale profusa dal mondo ecclesiastico più propenso alle nuove idee, che cerca di 'tracciare la via' del progresso a un mondo pago degli odori dei centimoli. Come quelli respirati dalla sofferta umanità di Vico del Gargano nel “Trappeto Maratea”, un antico frantoio ipogeo adibito alla spremitura delle olive fin dal lontano 1317. Un'umanità che conduceva una dura lotta quotidiana contro l'indigenza imperante.
La chiesa di Santa Maria del Suffragio, detta del Purgatorio, nel Borgo Nuovo a Fuoriporta, sede della Confraternita della Morte ed Orazione, nel 1759 aprì la sua sacrestia all'Accademia degli Eccitati Viciensi.
Il respiro filosofico, scientifico e religioso che animò il cenacolo, aleggia ancora nel tempio, in cui ebbe sepoltura mons. Domenico Arcaroli, accademico e ultimo vescovo di Vieste, ed uno dei più insigni Eccitati. Il laboratorio storico è proprio qui, in questa chiesa di Vico del Gargano: la rievocazione di Filippo Fiorentino torna a farci rivivere le atmosfere settecentesche del piccolo ritrovo.
La cappella dell'Addolorata della Chiesa del Purgatorio ospitò, negli scranni di legno del coro, gli illuministi vichesi ante litteram. Erano sacerdoti, padri cappuccini, dottori, fisici. Si incontravano a cadenza settimanale, per dissertare contro i ritmi dimezzati della vita quotidiana, in questa chiesa fuoriporta alla piccola città racchiusa nelle mura, singolare miscuglio di tappeti sotterranei e di dimore palaziate.
L'intellighénzia vichese pensò di poter introdurre una proiezione sulla ricerca della felicità degli uomini del Settecento. In che modo? Eccitandoli. Tirandoli fuori, svegliandoli dal sonno dell'incultura. Simbolo dell'Accademia è Pallade che sveglia gli uomini, presentando loro un libro.
Gli Eccitati si pongono sotto la custodia della Madonna dei Sette Dolori, ma l'intendimento è laico; un'approfondita ricerca della ragione. Discutono, con grande competenza, di questioni sociali ed economiche. Credono fermamente che la rinascita degli studi sia l'unico elemento di incivilimento umano per contrastare i nuovi barbari. L'impegno è rivolto ai giovani, per affinarli alla ricerca ed alla crescita civile. Il dinamismo intellettuale è testimoniato dalla varietà dei temi dibattuti: la moneta, la legislazione, ma anche i culti di altri popoli, come il confucianesimo.
Lo trattò un socio dal singolare nome di “Serpillo amante”. Ma il tema esotico non nasce dalla “stravaganza eccitata” di Serpillo. E' in atto, nel mondo cattolico, un acceso dibattito sul modo più opportuno in cui i missionari devono rapportarsi con le popolazioni orientali da convertire: le forme ibride, le contaminazioni non sono ben accette alla Chiesa ufficiale. A Napoli viene istituito un Collegio dei Cinesi (oggi Istituto Orientale di Lingue Straniere) per educare dei giovani provenienti dalla Cina affinché, nel loro linguaggio, imparino i principi del vero Cristianesimo.
Per divulgarlo in modo genuino e convinto. Il fatto singolare è che questo fermento sia stato prontamente recepito dagli utopisti Eccitati di Vico del Gargano. Protesi verso il futuro... che vogliono 'convincere ed avvincere' un'umanità avvolta nell'oscurità di barbari rituali. Alcuni soci avevano già avuto esperienze arcadiche. Dell'Accademia, sorta nel 1759, Michelangelo Manicone non farà parte, ha appena 14 anni, ma il sodalizio costituirà l'humus di cui si nutriranno le sue “illuminazioni”.
A lui va il merito di aver dilatato queste sollecitazioni in una curvatura di spessore europeo. L'opera di Manicone è un'elaborazione interna, un prodotto autonomo, non è un tributo al mondo francese, i savant francesi non insegnano nulla al Regno di Napoli.
Un luogo- simbolo della vicenda familiare del Giannone, per la presenza delle spoglie materne, era stato il convento francescano di Ischitella. E' nei suoi ovattati silenzi, interrotti di tanto in tanto dalle preghiere e dai canti dei fraticelli minori, che trova ispirazione anche Michelangelo Manicone. Dopo essersi laureato nelle varie Scienze mediche, fisiche e naturali, rispettivamente nelle università di Vienna, Berlino, Bruxelles, Parigi e Londra, ed aver corrisposto con il grande Linneo, nel 1806 scrive “La Fisica Appula”.
Nelle bianche celle dei monaci francescani echeggia un'eco di scrittura... che determina emozioni produttrici di scrittura. Manicone ama la solitudine del cenobio ischitellano, in quegli anni è prostrato da una grave malattia, è costretto a rinunciare al piacere insito nel viaggio. Scriverà, a questo proposito, una sorta di vademecum per i viaggiatori del suo tempo: esalterà gli antichi, i cui libri additano la vera strada, riconoscerà il valore della tradizione storica, dirà che sono importanti gli “informi”, le informazioni altrui.
Ma è soprattutto viaggiando ed osservando che si formò la sua cultura di fraticello cittadino del mondo. Una cultura estremamente aperta alle innovazioni, una cultura senza frontiere, universale.
Michelangelo Manicone sistematizza in modo scientifico le teorie/dottrine scientifiche più avanzate del suo tempo. E la sua opera diventa una specie di summa, l'ecologia ante litteram del Settecento. Nel periodo in cui si opera per comparti stagni, organizzando il sapere in vari settori, egli impianta una dottrina che mette insieme ambiti ecosistemici globali, da mantenere da parte degli uomini civili. In una realtà di massicci interventi di cesinazione, in un mondo agricolo sacrificato dalle leggi a favore della pastorizia, in cui il taglio degli alberi produce reddito liberando, nel contempo, il terreno da destinare alla pastura, egli sostiene che questa politica non è affatto ecosostenibile.
«I pastori - come dirà poi il Galanti - sono l'immagine della conservazione della barbarie, gli agricoltori finiscono per essere perenni civilizzatori».
Nella “Fisica Appula” troviamo notazioni interessanti per ricostruire l'ambiente di tutta la Capitanata, com'era nello scorcio di fine Settecento. Con un'attenzione particolare, che suscita il vivo interesse del lettore, a tante piccole curiosità. Come quelle gastronomiche; ed ecco le ricette de il porco alla pampanella, profumato con erbe particolari ed aromatiche; e del 'caffè del rusco' o pungitopo seccato; dei “funghi di zappino al petrisinolo e alle acciughe”.
Ricette da provare in un gustoso percorso di slow food ... alla ricerca dei sapori perduti del Gargano Segreto.

TAPPA DI SAN MARCO IN LAMIS: PASQUALE SOCCIO, “GARGANO SEGRETO”, 1965: “MATERNA TERRA”;1992: “PENSO DUNQUE INVENTO. DEL MITO, DI VICO E OLTRE”, 2000
 
Ultima tappa del viaggio del viandante, i luoghi narrati da Pasquale Soccio in “Gargano Segreto”. Alla Dolina Pozzatina, il cuore ritrovato è quello del Gargano "inquieta zolla vagabonda, impregnata nel vento della vita". Un cuore antico, quello del promontorio, che ha ispirato a Soccio pagine ricche di vissuto lirismo: «Ora più non so dove il suo cuore smarrito palpiti ancora. In un tempo più felice, o meno triste, io lo pensavo occulto nel profondo di una dolina, disteso nel verde riposo di una foresta o nell'inquieto rifugio di un antro dove il risonante mare gli donava lingua e parola...».
L'emotività davanti agli spettacoli della natura, carichi di tempo e di fremiti è testimoniata dal sofferto “Commiato”: «Già declina il mio giorno/ e colgo ombre e memorie... solo mi rimane/ questa dolcezza di saper morire/ tacitamente alle cose che amavo». La “Materna Terra” è San Marco in Lamis, luogo di silenzi, di intimo contatto con la spiritualità racchiusa nel convento francescano di San Matteo.
Filippo Fiorentino, a chiusura del lungo itinerario della mente all'interno del cuore del “Gargano segreto”. sottolineò come Pasquale Soccio, cantore di segni che vivono nella latitudine del poetico, si alimentasse degli umori stillanti all'interno del guscio calcareo del promontorio e si compenetrasse sommessamente in esso, senza mai rimanere prigioniero dei limiti provinciali e arcigni che quella Montagna imponeva a chi aveva deciso di radicarvisi.
Ci rendemmo conto che l'Infinito era proprio lì, nel cuore pulsante del Gargano assolato.

TERESA MARIA RAUZINO
 
martedì, 17 febbraio 2009

Chiesa di Sant'Anna,Carpino...

continua il degrado

La chiesa di Sant'Anna, locata nel piano di Carpino a qualche centinaia di metri in linea d'aria dal benzinaio sulla superstrada, è ormai in condizioni pietose.

Questa foto è stata scattata circa 2 settimane fa:

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L'architrave del portale è caduto a fine 2008,la struttura stessa potrebbe crollare da un momento all'altro.

Questa è la chiesa come si presentava del 2007, con l'architrave staccato ma non ancora a terra.

Immagine

Perchè tutto questo deve continuare?
La Chiesa era uno dei posti più importanti per i nostri antenati,li si raccoglievano per pregare durante i lavori nei campi ed ora li stiamo disonorando "fregandocene" delle sue condizioni.
Carpinesi, vergognamoci!
Per le sue origini, di borgo agricolo, fu costruita la chiesa di Sant’Anna di modo da consentire gli abitanti impegnati nella coltivazione dei campi di assistere alla messa mattutina.
Nominata per la prima volta in un documento del 1736, e annoverata tra le chiese rurali, in origine fu affidata alla custodia di un eremita, per il quale era stata realizzata una abitazione annessa alla chiesa, presto abbandonata, e che risultava già parzialmente distrutta agli inizi del Novecento.
In seguito al primo crollo della copertura, l’edificio fu sottoposto a diversi interventi di restauro, che ne hanno, per fortuna, conservato l’aspetto originario. La semplice facciata in pietra bianca è ancora visibile; sulla parte alta del muro posteriore, un arco campanario sorregge una campana.
Sull’unico altare in stile barocco, con colonne decorate da tralci di vite a spirale, campeggiava un bel quadro di fattura settecentesca raffigurante la Madonna col bambino e Sant'Anna, sottratto purtroppo nel 1969.
Tale evento, unito alla distanza dal centro abitato, ha contribuito al suo progressivo abbandono, per cui, dopo un ulteriore crollo della copertura, appare allo stato di rudere.
Domenico Sergio Antonacci
lunedì, 16 febbraio 2009

              HO CAMMINATO PER SENTIERI INFINITI
                                                                                         
                                                                                          La tua voce mi è stata compagna
nel lungo peregrinare dell’inverno
quando la tempesta assediava il mio cuore
e fiaccava il mio corpo impaurito.
Il canto che sgorgava dalle tue labbra
ha alitato sulla mia carne ferita
come brezza sull’arsura del dolore.
Ho camminato per sentieri infiniti
sul lieve gorgogliare della tua bocca
per venire a incontrarti nella pianura
dove i pioppi si sciolgono in fiocchi di magia.
La tua melodia ora è visione di donna
dagli occhi smarriti, dall’anima possente,
che ha fatto vibrare le mie membra ancora stanche.
La mia gratitudine si apre in pianto di gioia
e le mie lacrime accendono il tuo sguardo
perché tu possa cantare le meraviglie dell’Infinito.
Francesco Bocale

“È il libro della maturità - scrive l’autore - di un uomo di fronte al mistero del dolore che incalza, che pone domande, cerca risposte, dell’uomo che vuole essere protagonista costruttore, indagatore, che non nega la fede in Dio e negli uomini.”

“Ho camminato per sentieri infiniti”, una raccolta di poesie, che apre con “Attesa”, scritta nell’ospedale di Saronno, urologia, 7° piano, venerdì 17 novembre 2006, ore 5,35, dove dona amabili cure il dottor …, e chiude con “Alla luce della tua divinità”, ancora a Saronno, ma nel reparto di oncologia, giovedì 13 dicembre 2007, ore 11,20.
Settantatrè poesie, scritte nell’arco temporale di circa un anno, più di due al giorno, che riportano scrupolosamente luogo, giorno della settimana, data e ora del componimento, persone e circostanze, quasi per annotare, come in un diario le emozioni, i turbamenti, l’angoscia ma anche le esplosioni di gioia e di speranza, che l’ hanno accompagnato nel corso della sua malattia. “Ho dovuto scrivere queste poesie, devo scrivere, perché la poesia è ormai per me una terapia” – mi dice dall’altro capo del telefono.
Francesco mi chiede una recensione, invitandomi a “scavare in profondità, nelle sue pieghe più recondite per farne risaltare limpido, chiaro, il messaggio di attaccamento alla vita, di fede in Dio, negli uomini”.
Proverò, caro Francesco, ad esaudire le tue richieste, ma non potrò offrirti che qualche riflessione scaturita dalla lettura delle tue poesie, ora cupe ora liete, proprio come il tuo stato d’animo.
Comincerò da “Sogno” (pag 44 della raccolta), una poesia di 33 versi [scelta casuale?], a mio avviso significativa, in cui ciascuna persona, che abbia vissuto un rapporto difficile con il proprio corpo, a seguito di malattia devastante, potrà vedersi riflessa . L’autore parla di corpo precipitato in fiume, che “trasportava fetore umano”, di “corpo profanato”, segnato da “solchi che inquietano” l’anima. È stupito e imbarazzato per il nuovo corpo, “coperto di feci e di vergogna”, “diventato una larva”. Lotta, aggrappandosi alla “riva” [alla vita] “per non finire inghiottito”; urla per essere strappato “ai gorghi. Questo uomo, oltre che forte, è ambizioso, concede, perciò, solo “ bambini sarcastici” di schernirlo. È orgoglioso, non vuole che sia umiliato, implora quindi al Signore affinché si riprenda il suo corpo nella sua “interezza”. È anche uomo debole, che piange e rifiuta la condizione provocata dall’infermità. Ed ecco che “uomini pietrosi”, i medici dell’ospedale- presumo-, lo strappano alla morte, che “lacrime” generose -amici e familiari- bagnano le sue membra “attingendo acqua con piccolo mestolo”, come fece Giovanni per Gesù nel Giordano, rigenerando il suo corpo. Di fronte al “ cavallo è imbizzarrito” , la più potente e significativa àncora di salvezza, in ogni caso, rimane il Signore. Ed è a Dio che Francesco si rivolge perché lo sostenga e lo faccia rinascere, glorificandolo con “il sangue della sua passione”, dato che non sopporta la “fragile nullità” del suo essere.
Versi dietro ai quali sembra celarsi il senso di inadeguatezza di chi non è più sano; che rinviano allo scenario della società consumistica e edonistica del nostro tempo, fatta di uomini belli e perfetti, dove, chi è malato, purtroppo, resta indietro, sentendosi emarginato, annullato, deprivato persino del corpo.
“Io sono sereno, forte, - dice l’autore- non il fragile Francesco, sono una canna che si piega fino a terra a provare sensazioni e sofferenze straordinarie, forti, ma poi si rialza, narrante con un canto di ringraziamento e di stupore per essere rinato”.
Una canna che si prosta ai volere del vento, dunque, senza mai piegarsi del tutto, che si rialza, infine, per narrare un canto di ringraziamento. Passaggio interessante, che mi consente di andare alla ricerca di simboli e motivi ricorrenti nella raccolta: il vento, l’acqua, la luce.
“Lanterne al vento”, “Britannia”, “Fuga” sono solo alcuni esempi dei testi poetici in cui è presente il tema del vento. Segno di inquietudine, simbolo della sorte, della forza irrazionale contrapposta alla fragiilità umana, il vento porta l’uomo dove vuole, senza dargli modo di sapere cosa gli accadrà. “Chissà se verrai a farti luce/ per i miei occhi che non vogliono spegnersi/ come lanterne al vento che impazza”. “Il Tivano che impazza/ e sfilaccia i pensieri agli uomini”, “il vento che scende furioso… /e mi strappa dalle mani ogni cosa, /forse anche la mia fragilità”. “E continuo a fuggire come il vento/stanato dall’inquetudine che morde” (pag. 78).
Altro elemento ricorrente è la luce: In Un nuovo cammino (pag. 10) si legge: “Chissà se la notte è passata./ Forse ancora verrà/ col suo cantico di oscurità/ laddove credevo di vedere luce,/ a tendermi un’imboscata”. In Implorazione (pag. 11): “Maria è luminosa e solenne a tracciare la strada agli uomini”. In Risveglio ”… le luci si sono accese alle finestre … . Anche il dolore ritorna a urlare”. In A Giuseppe : “Voleranno gli angeli a portarti in cielo dove il dolore si muta in luce.” In Sia più lieve il mio tempo scrive: “La luna impallidisce/ … silenziosa si eleva la cielo/ a consumarsi in un abbraccio di luce”. “Illumina… / la mia anima con l’ultimo tuo sospiro,/ perchè sia più lieve il mio tempo /soffocato dal buio della croce”.
Luce, che nella tradizione cristiana- che sottende tutta l’opera-, è simbolo di Dio, della speranza che accompagna l’uomo. In Già vedo la luce leggiamo: “Com’è vile il cuore umano/ sempre pronto a stendere il pollice verso, quando non sa farsi artefice di un doni che tarda a venire! Già vedo la luce dell’alba [del nuovo anno] aprirsi sui miei occhi ormai senza olio.
Anche il tema dell’acqua è presente in molte poesie, richiamato attraverso le scene delle lacrime (“Mi sono spogliato, mostrando le mie ferite/ e piangevo su quei solchi/ che inquietano l’anima mia.// E tutti versavano lacrime/ e mi bagnavano le membra…/, “di padre … che piange”, “Domani lascerò questa Terra vinto dalla solitudine/ che si è mutata in malinconia e pianto”); del fiume (l’immobilità del Lario), dei paesaggi (“le case affacciate all’acqua”, “l’acqua nella piscina è luccichio perpetuo”, “I gabbiani ghignano a filo d’acqua”). L’acqua ha un significato speciale per i cristiani, simbolo del battesimo, del rinascere a nuova vita.
La mia casa è un deserto/come potrò darti accoglienza?- si legge in Alla luce della tua divinità- dove pare di capire che egli- pur bisognoso dei “vagiti di misericordia”, essendo la sua anima offuscata, non riuscirà a vedere la Luce di Cristo.
Luce, olio, lanterna, croce, … immagini dell’angoscia, del precipitare, del bisogno di mani pietose, di idee speranzose: sembra qui la chiave di tutta la produzione di Francesco Bocale.
Prima di chiudere queste note di commento vorrei sostare su “Sentieri infiniti”, la poesia che dà il titolo alla raccolta, conferendole finalmente un tono gioioso, alleviandola dalla cupezza che attraversa quasi tutti i brani.
Un componimento di 17 versi, che ricorre a suoni e immagini, per esprimere il motivo del canto. Canto che nel primo verso si fa “voce”, nel quinto “sgorga dalle labbra”, nel nono “gorgoglia dalla bocca”, nel dodicesimo si colora di “melodia” e si esprime nella “visione di donna” possente, dagli occhi smarriti, che fanno vibrare le sue stanche membra. Canto che, nell’ultimo verso, stupisce, per narrare le meraviglie dell’infinito.
Pare di leggere la storia della sua vita, che si snoda principalmente tra la terra di Puglia e quella del comasco, passando attraverso l’esperienza del seminario. In altri lavori ho già evidenziato l’amore profondo e nostalgico verso la sua terra garganica, a cui Francesco Bocale resta ancorato, quando è costretto a sradicarsi, senza tuttavia restare impedito, impegnato a tessere nuovi rapporti nella città di residenza. Sono vivi, indelebili, comunque, i ricordi dell’infanzia, i taralli morbili, la “pizza negata”, il vino buono, la mamma lontana, il papà che non è più, gli ulivi, il Varano, i “pettegolezzi” dei cagnanesi, le passeggiate sulla “coppa”, … .
“Ho camminato per sentieri infiniti”- dice l’autore … “per venire a incontrarti nella pianura/ dove i pioppi si sciolgono in fiocchi di magia”, la piana della Lombardia, dove ha conosciuto sua moglie e ha continuato a condividere le sue esperienze di vita insieme ai figli. La “voce” che accompagna il peregrinare di Francesco, ad un certo punto assume sembianze“di donna”, regalo venuto dal cielo, presenza forte, capace di incuorargli fiducia, che merita tutta la sua gratitudine. A primo acchitto sembrerebbe che questa donna sia sua moglie, Maria Grazia. Ad una lettura più profonda pare, invece, che questa visione non sia da configurare in una donna in carne ed ossa, ma in Madre Natura, che disvela il mistero del divino. Storia di uomo e di donna si fonderebbero, dunque, infine, in una sorta di sentimento panico, che esprime il contatto dell’autore con tutto l’universo.
In “Rinsavimento”, Francesco Bocale si denuda: “Credevo di essere un gigante/ delirante di onnipotenza/ e mi sono scoperto fuscello/ spazzato dall tempesta.// Credevo di essere fiamma/ che rischiara l’oscurità della terra/ e mi sono trovato lanterna senz’olio.// Credevo di essere barca/ che non teme di solcare/ il mare aperto della vita(/ e mi sono sentito tronco/ di legno alla deriva.// Credevo di essere vaso d’argento/ che non teme l’invidia del tempo/ ed ora sono frammento/ inutile d’argilla.// Quanti castelli avevo costruito,/ Signore delle cose e della vita./ Ora, sono ai tuoi piedi/ con la mia infinita nudità/ perché tu mi avvolga di misericordia/e mi tracci un sentiero di umiltà.// ( pag 26 della raccolta).
Testo da cui emerge l’uomo che sente il peso e le difficoltà della vita, angosciato dalla malattia, che accelera il tempo già breve degli umani, l’uomo nudo che chiede di essere avvolto dal manto della misericordia divina. Un uomo che sente il bisogno di palesare la sua nudità, sviscerando agli altri il suo dolore, probabimente anche con l’intento di dimostrare di essere vicino ad altri sofferenti, e, forse, di invitare chi sta bene ad apprezzare la vita che è fragile e breve.
Come non condividere i suoi pensieri e le sue sensazioni? Chi non prova emozioni di fronte a questo io narrante esuberante? E siccome penso che ciascuno di noi abbia annuito dentro di sé, in modo affermativo, ritenendo che la poesia sia il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti, essendo egli riuscito a trovare forme, simboli e segni linguistici adeguati, credo di poter dire che Francesco ancora una volta abbia dato prova di essere poeta.



Leonarda Crisetti
(*), note di commento, Cagnano Varano, 11-02-09 a Francesco Bocale, Ho camminato per sentieri infiniti,pp. 110, Tip. Zaffaroni (Co), dic. 2008
Francesco Bocale ci ha lasciato il giorno 15 febbraio 2009.
“La tua terra, il tuo lago, il tuo mare, la tua gente, ai quali ti sei sentito sempre legato, ti abbracciano e ti accompagnano con la preghiera nei sentieri del giardino di Dio.”

Il "Centro Studi Martella" e "Il Gargano nuovo" si uniscono al dolore della famiglia Bocale.



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categorie: la lirica del gargano, garganici, i grandi intellettuali di capita, gargano nuovo
giovedì, 12 febbraio 2009

WWF ITALIA 

VIAGGI NEL MONDO

“GARGANO SEGRETO E OLTRE”

PROGRAMMA ESCURSIONI PRIMAVERA-ESTATE  2009 & CONCORSO FOTOGRAFICO

La sezione di Avventure nel Mondo di Vieste unitamente agli amici del  Gruppo WWF di Vieste “Jean Annoot” invita tutti gli interessati a partecipare al seguente  programma di escursioni nel Parco Nazionale del Gargano ed oltre.

               15.02.2009 – domenica – Eremi di Pulsano  (Monte S. Angelo). 

Grado di difficoltà: *** (Alto) -  Sosta pranzo Ristorante  Cappuccini.

 

01.03.2009 – domenica – Scialara – Lama La Sorba (Vieste). 

Grado di difficoltà: ** (Medio) -  Sosta pranzo non prevista

 

15.03.2009 – domenica – Monte Saraceno (Mattinata)

Grado di difficoltà: ** (Medio) -  Sosta pranzo non prevista

 

22.03.2009 – domenica – Sfinalicchio – Toppo dei Fossi (Vieste)

Grado di difficoltà: *(Facile) -  Sosta pranzo non prevista

 

05.04.2009 – domenica – Lago di Occhito (Carlantino – Monti Dauni).  

Grado di difficoltà: * (Facile) –  In Bus - Sosta pranzo: al sacco

 

19.04.2009 – domenica –  Le Grotte di Dio  (Mottola – TA – Paese di Pietro Caforio).

Grado di difficoltà: *(Facile) – In Bus – Sosta pranzo: in ristorantino

 

03.05.2009 – domenica –  Piani di Lauria  (Torremaggiore – Serracapriola)

Grado di difficoltà: *(Facile) – In Bus – Sosta pranzo: in ristorantino

 

17.05.2009 – domenica – Coppa Fusillo – Murgia La Gatta  (Vieste)

Grado di difficoltà: *(Facile) -  Sosta pranzo: Masseria Guerra

 

24.05.2009 – domenica –  Torre Palermo – Ginestra Superiore  (Vieste). 

Grado di difficoltà: * (Facile) – Sosta pranzo: non prevista

 

21.06.2009 – domenica – Sagra del Nocino (Vieste).

In occasione di San Giovanni (24/6) ci incontreremo alle ore 17,00 nell’Azienda Agricola Gentile in Località Servigliano. Occorre portare 1 L. di alcool puro per liquori ed  una damigiana a bocca larga da 5 L. A sera cenino. Premiazione Concorso Fotografico.  PRENOTARSI entro il 15.06.2009.

 

31.07.2009 – domenica –  Isola S. Domino  (Tremiti).

Grado di difficoltà: *(Facile) – Sosta pranzo: al sacco

 

06.08.2009 – giovedì –  Vignanotica con la luna piena (Mattinata).

Grado di difficoltà: *(Facile) – Spuntino di Mezzanotte (ognuno per sé)

 

Si informa che il 29.03.2009 (domenica)  l’Ordine dei Pellegrini di San Michele Arcangelo di Vieste, organizza un pellegrinaggio alla Grotta di S. Michele di Cagnano Varano: per informazioni e prenotazioni rivolgersi alla sede di Via Deputato Petrone n. 6 o telefonare al 3283171035 – 3408311786.

 

               Sono in programma altre escursioni per l’Autunno-Inverno 2009. Si accettano volentieri nuove proposte    

               per migliorare il programma. Vi terremo informati quanto prima! Per i viaggi natura/cultura all’estero

               i  programmi saranno diffusi agli interessanti successivamente.

 

Sono in preparazione le seguenti escursioni:

– Necropoli dell’età del Bronzo  (Trinitapoli)

– Vulture: I laghi di Rionero - Melfi 

-  Molise: Il Tratturo della Transumanza Foggia – Celano

-  Laghi di Lesina e di Varano

 

INFORMAZIONI UTILI:  

 

1)       L’appuntamento è presso l’Edicola “Carlo De Maria” (Corso Fazzini) alle ore 6,50, partenza ore 7,00 (puntuali) con mezzo proprio o aggregandosi ad  altri, salvo variazioni che saranno comunicate preventivamente.

2)       Si consiglia di indossare scarpe e abbigliamento idoneo, uno zaino contenete una bottiglia d’acqua e una piccola colazione da consumare lungo il percorso, evitate di portare pesi inutili.  

3)       Ogni partecipante aderisce in proprio assumendosi ogni responsabilità per danni o infortuni.

4)       Nelle escursioni con “Sosta Pranzo Non Prevista”, verranno valutate le proposte di quanti vorranno consumare il pranzo: a sacco o presso un ristorante. Si deciderà nel corso dell’escursione precedente.

5)       Nell’eventualità che una escursione venga annullata (condizioni meteo o altro), i partecipanti potranno contattarci per essere aggiornati.

6)       I partecipanti dovranno comunicare l’adesione entro il giovedì della settimana prevista per l’escursione, alle seguenti persone:

-          Salvatore Laprocina (presso Sartoria al Corso Umberto) – Foglio di Adesione;

-          Mimmo Di Nunzio   (Cell. 3286752311)

-          Sante Capita             (Cell. 3477257104 – 3346083801)

-          Raffaele Guerra        (Tel. 0884 – 706344)

 

                      BUONA STRADA A TUTTI!!!!!!               FRANCO RUGGIERI (Coordinatore)

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categorie: escursioni 2009 wwf“gargano se
giovedì, 05 febbraio 2009

Non possiamo negare i diritti fondamentali agli immigrati, anche se privi del permesso di soggiorno


FIRMA LA PETIZIONE: LA SALUTE E' UGUALE PER TUTTI

 

L'articolo 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell'individuo il diritto alla tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell'interesse della collettività.

Il DL 286/ 98 all'art. 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al SSN, privi di permesso di soggiorno, e privi di risorse economiche e non prevede nessuna segnalazione, salvo i casi di obbligatorietà di referto, come per i cittadini italiani.

La Lega Nord - Padania ha presentato attraverso 5 Senatori un emendamento che prevede l'abrogazione del comma 5 dell'art. 35 e abolisce la gratuità della prestazione urgente ed essenziale agli stranieri non iscritti al SSN e privi di risorse economiche, e propone inoltre l'obbligo per le autorità sanitarie di segnalarli all'autorità competente.

QUESTO E' INACCETTABILE.

FIRMATE E FATE FIRMARE LA PETIZIONE ON LINE :


http://appelli.arcoiris.tv/salute

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Agli italiani smemorati del loro passato di "migranti", cui erano negati i fondamentali diritti umani, vorrei ricordare la triste storia di quando, all'arrivo ad ellis Island, eravamo tenuti in quarantena e marchiati con il gesso.    

AMARCORD: Quando ad emigrare eravamo noi...

 
 
postato da URIATINON alle ore 20:42 | link | commenti
categorie: emigrazione
lunedì, 02 febbraio 2009

In difesa dei Beni Culturali e del Paesaggio

OSSERVATORIO TORRE DI BELLOLUOGO

APPELLO

PER KÀLENA E PER SAN SALVATORE IN PUGLIA

 

Veduta dell'Abbazia di Santa Maria di Kàlena presso Peschici (Fg)

Per l’Abbazia di Santa Maria di Kàlena, presso Peschici (Fg)

I volontari dell'Osservatorio Torre di Belloluogo nei pressi dell'abbazia bizantina di San Salvatore presso Gallipoli (Le)

Per l’Abbazia bizantina di San Salvatore presso Gallipoli (Le)

Manifesto

Patrimoniosos.it

 

 

 

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