Uriatinon

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lunedì, 29 dicembre 2008

 

E' on line IL GARGANO NUOVO del mese di dicembre 2008

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Buona Lettura!

La Redazione

 

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mercoledì, 24 dicembre 2008

I primi studi sulle tradizioni popolari del Gargano ci restituiscono immagini di grande fascino, dalle pettole di Peschici alla messa nel santuario scavato nella roccia a Monte Sant’Angelo

Le zampogne di Natale

nella grotta dell’Angelo

                     di TERESA MARIA  RAUZINO

Le atmosfere natalizie degli anni Trenta erano molto più suggestive di quelle di oggi. Saverio La Sorsa in ”Usi, costumi e feste del popolo pugliese”(1930) ci racconta che, in alcune città della Puglia, le prime note del Natale si avvertivano fin dal 6 dicembre.

Era la festa di San Nicola e nelle varie chiese l’organo suonava per la prima volta “La pastorella” o una ninna nanna. In alcuni paesi nella cattedrale venivano accese dodici lampade: dal giorno di Santa Lucia se ne spegneva una al giorno; l’ultima veniva smorzata nel momento in cui nasceva Gesù Bambino.

Nella notte di Natale nelle ampie e patriarcali cucine pugliesi la fiamma del ceppo non doveva ardere soltanto sotto la cenere, ma brillare gaia e scoppiettante. Per questa occasione, venivano riservati i tronchi d’albero più grossi e pesanti, in grado di illuminare la casa per tutta la notte.

Il ceppo simboleggiava l’albero del peccato originale. Solo consumandosi la notte di Natale, avrebbe annullato la colpa di Adamo ed Eva. La cenere prodotta dal ceppo veniva sparsa nei campi, per propiziare un buon raccolto.

In ogni famiglia pugliese, nel periodo natalizio, si dedicava molto tempo ed attenzione alla cucina. Si preparavano dolci e pasti degni dell’evento e i garzoni dei fornai andavano in giro per la città facendo baccano a più non posso con marmitte, campane di bovi, tamburelli e fischietti, intonando per le strade il perentorio comando: «Alzàteve megghjere de cafune/ E tembrate pèttele e calzune/ Alzàteve, megghjere d’artiste/ E tembrate u pane a Criste./ Alzàteve donne belle / E mettite la calddarèlle». Invitavano quindi le massaie a servirsi del loro forno per cuocere pane, dolci e ciambelle: avrebbero avuto un buon trattamento, ed a un prezzo conveniente. Anche allora esisteva la concorrenza.

A Peschici, per tutto il tempo di Natale, le case erano allietate da canzoni sul tema, intonate a varie riprese da tutti i componenti della famiglia, e in particolare dai bambini. Una nenia, in particolare, riguardava la preparazione del corredino di Gesù, non prima, ma dopo la sua nascita: «Ninna nanna /o Bammnell’/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin’». Questa strofa era seguita da altre simili, con l’elenco di tutti i capi del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i’ scarpitell’), la cuffietta (a’ cuffiett’), il vestitino (u’ v’stitin’). La Madonna li confezionava a mano, approfittando dei momenti in cui il suo bambino dormiva.

Una canzoncina di Vico del Gargano recita: «Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a’ fest’ di quatràre/ e nà pett’l e nà ’ranoncke/ mamma li stenne e tate l’acconcke». (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro la forma). La ranoncke era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione della festa di Natale.

La Sorsa ci documenta che a Peschici le donne facevano le pettole lunghe mezzo braccio. In effetti, ancora oggi, le pett’l sono una specialità natalizia, oltre che nuziale. Le massaie sono abilissime nello stendere la massa lievitata. Le frittelle raggiungono lunghezze considerevoli, e vengono intinte nel mosto-cotto di fichi, che attesta le origini slave degli abitanti. Un proverbio, ancora oggi, invita i peschiciani non saltare questo rito propiziatorio: «I pett’le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch’ à Cap’danne» (le pettole che non si fanno a Natale, non si faranno neppure a Capodanno).

Anche Giovanni Tancredi in “Folklore garganico” nel 1938 descrisse le dolci atmosfere della festa più attesa dell’anno. Verso i primi giorni di dicembre, Monte Sant’Angelo, città dell’Arcangelo Michele, come i più piccoli e sperduti centri del Gargano si animava più del solito: l’avvenimento straordinario era costituito dall’arrivo dei pifferai con la zampogna e la ciaramella. Giungevano dall’Abruzzo e dalla Basilicata, in piccoli gruppi di due o tre persone. Il costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato era in seguente: cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, “robone” bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo taurino, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e cioce che salgono attorno ai polpacci.

Erano avvolti nei loro tipici e inseparabili mantelli a ruota di pesante lana blu, con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra.

Uno anziano, l’altro più giovane, attorniati e seguiti da ragazzini festanti, suonavano le loro allegre novene innanzi a ogni porta della città; si fermavano dappertutto: davanti alle botteghe, agli angoli delle vie, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare.

«Il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro ed il corpo; il ragazzo imbottava il piffero esile e snello fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà con la pivetta di canna marina». Dopo la suonata di ringraziamento, gli zampognari facevano una scappellata, salutando il capofamiglia con un «addio, sor padrò », con l’intesa di rivedersi l’anno dopo. «Il suono melanconico, dolce della zampogna ed il trillo stridulo ed allegro del piffero - racconta Tancredi - si spandevano per l’aria rigida sotto l’arco limpido del cielo».

La notte di Natale, con un certo anticipo sulla funzione sacra, donne e ragazzi, con sedie e sedioline impagliate, portate sulla testa o sotto il braccio, si avviavano verso la Basilica di San Michele, dove una folla immensa si pigiava, urtandosi lungo la scalinata di ottantotto gradini e dietro la Porta del Toro ancora chiusa.

Essa veniva spalancata solo quando, dal antico campanile angioino, le grosse campane spandevano il loro armonioso suono. La millenaria Grotta in pochi minuti era gremita di gente. Tancredi ci visualizza l’idea di quello stare tutti insieme, accalcati nella Sacra Grotta: «In questa Santa Notte nella Reale Basilica fermentavano gli amori in un dolce contatto di fianchi, di braccia, di piedi. Saltavano inevitabilmente gli austeri e puritani tabù di quel tempo, che impedivano ai giovani innamorati di stare a stretto contatto fisico.

Gli zampognari suonavano la pastorella, sulle note della bellissima pastorale di Bach.

Questa semplice melodia commuoveva profondamente vecchi e giovani. Toccava soprattutto la sensibilità, ed ogni fibra, delle popolane brune e fiorenti».

postato da URIATINON alle ore 17:30 | link | commenti (1)
categorie: eventi, le feste, identitĂ , il natale, il natale sul gargano
domenica, 14 dicembre 2008

Il Natale com'era.. i nonni del Gargano raccontano
Gli studenti della III B IGEA dell’ITCG “Mauro del Giudice” di Rodi hanno intervistato i loro nonni sulle tradizioni natalizie del Gargano. Ecco le testimonianze raccolte ad Ischitella, Carpino, Rodi e Sannicandro Garganico


Le "cruedde" natalizie di Ischitella




LE FESTE NATALIZIE AD ISCHITELLA 

La "presentazione" del Natale, come da tradizione, iniziava l’8 dicembre il giorno dell’Immacolata Concezione. In questo giorno si preparava il presepe con la capanna; tutte le altre casette erano fatte di cartone e le statuine dei pastorelli venivano modellate a mano con l’argilla rossa. Il giorno di Santa Lucia si preparano le “statiole” che andavano dal 13 fino al 25 Dicembre e si diceva che questi giorni portavano tutti i mesi dell’anno. In questo giorno il 13 Dicembre veniva detta anche un detto: “ Sante Necòla a Natal diciannove, Santa Lucia a Natale tredicine”.
Quattro o cinque giorni prima di Natale si preparavano crustoli, i cavciungid e i struffl. La notte del 24 si andava in chiesa e tutta la gente portava con sè i capitoni, le pecorelle e le pentole. Le portavano tutte in dono a Gesù bambino. Il giorno di Natale si riunivano tutte le famiglie e dopo mangiato si cantava la venuta di Gesù bambino. 

Maria Consiglia Coco Piccolo (Ischitella)

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.
Le feste natalizie erano molto attese dai nostri nonni perché era una festa per tutta la famiglia, in cui si mangiava abbondantemente, si indossavano vestiti nuovi o dei propri fratelli ed era un giorno di pieno divertimento.
Il Natale era la festa più bella e più calda, in cui si riuniva tutta la famiglia per festeggiare. L’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione detta dagli antichi “a Cuncett”, si preparava nelle proprie case un piccolo Presepe e l’albero di Natale abbellito da arance, limoni, melograni e con delle caramelle. Nell’attesa del giorno di Natale, le donne di casa preparavano dolci fritti particolari di quel periodo: pettole, struffoli, crustoli con noccioline, mandorle con vincotto o miele, e calzoncelli ripieni di vincotto mandorle e ceci. La notte del 24 dicembre tuta la famiglia andava in Chiesa per ascoltare la Santa Messa portando qualcosa in mano: agnello, capretto, gallina, arance, limoni, frutta secca, anguille e altre cose…e le mettevano vicino al Presepe. Il giorno di Natale tutta la famiglia festeggiava, si pranzava a base di pese, bevendo il vino fatto da loro detto: “paesan” e cantavano canti natalizi:

LA NOTTE DI NATALE 
E la notte di Natale
J’è la festa principale 
E nu bue e n’asinelle
E San Giuseppe lu vecchiarelle
San Giuseppe teneve le fasce
la madonna le pigghie e lu n’ fasce
e le mette n cineline
ninne nanna Gesù Bambino.
 

MARIA LAVAVA
Maria lavava, Giuseppe spannev 
U figghie chiagnev, di latte non ho
Zitto mio figlio te deng la zizza te facc durmì
Dormi, dormi 
Fai la ninna nanna Gesù!


TU SCENDI DALLE STELLE
Tu scendi dalle stelle o Re del cielo 
E vieni in una grotta al freddo e al gelo 

Giulia Cataneo
(Ischitella)
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Il Natale dei miei nonni era molto più semplice di quelli dei nostri tempi. I miei nonni si accontentavano di tutto, pure il regalo più banale era il più bello per loro.
Dal 13 novembre al 24 dicembre si inizia a contare un mese per ogni giorno. Mi racconta mio nonno che erano questi i periodi in cui si facevano i dolci tipici (i crustl, cavciuncidd, i struffl, i chiacchir, ecc…). Solitamente si aspettava la notte di Natale per poterli consumare.
Il 24 si andava ad ascoltare la messa natalizia notturna, il capo famiglia accendeva il fuoco per arrostire la carne ed il pesce, soprattutto il capitone. La notte di Natale si cantavano i canti tipici mentre la notte di S. Silvestro si lanciavano gli oggetti vecchi dal balcone per scacciare via l’anno vecchio e dare il benvenuto a quello nuovo. 

FILASTROCCA 

Sant Lucii a tredcin 
che cont fin a dudc
Natal sta vucin.

CANZONI

Je a nott d Natal e a fest principal e nu buu
E l’asinel San Giusepp u vicchiarel San Giusepp ten fasch a madon u pigli e lu infash e lu mett indr u cnlin nin nan Gesù Bamin.

Maria lavav Giusepp spannev e u nin chianniev a zizz vulev, caro mio figlio t pigli e t deng la zizz e t port a cuca


Antonio Pizzarelli (Ischitella)

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Le feste per lo più religiose venivano attese con gioia da tutti, per diversi motivi: c’era un’abbondanza di cibo, tornavano i parenti per vivere insieme le tradizioni. Ad esempio “si ingegniava” (indossavano il vestito nuovo e rimediato). 
Ecco un canto natalizio:

La Notte de Natale 
e na festa principale,
è nato nostro Signore 
inte una povera mangiatoia 
e nu bue e n’asinelle 
e Maria la Verginelle…

Proprio come dicono i primi versi di questa poesia popolare, Natale era la festa più bella e attesa dell’anno: la festa delle famiglie al completo riunite attorno al camino dove scoppiettava “u’cippone” (gran ceppo) che era già stato messo da parte, e che doveva bruciare per tutta la notte santa. Per la gioia dei bambini, dal giorno dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre "A Cuncetta") si allestiva in ogni casa un piccolo presepe con i personaggi principali realizzati con la creta,o addirittura mollica di pane o cera. Non mancava l’albero di Natale che era un ramo ornato con arance e limoni. I grandi, e precisamente le donne, erano indaffarate a preparare dolcetti fritti particolari: struffoli, crustoli, cavicioncelli ripieni di crema a base di ceci, miele e cacao, pettole; questi dolci dovevano durare per tutto il periodo delle feste. La sera del 24 si consumava la cena a base d’anguille con senapi, spigole e anguille arrostite, baccalà fritto e tante altre cose, che la padrona di casa portava a tavola. Si mangiava con allegria gustando un bicchiere di vino novello e intonando canti natalizi:


E la notte di Natele 
Jè na festa principale,
e nu voue e n’asenelle
e San Giuseppe lu vecchierelle 
San Giuseppe teneve la fasce,
la Madonne lu pigghiè lu nfasce.
Lu mette in cineline: 
“ninna-nanna, Gesù Bambine!” 



Gesù bambin d’amore, io ti saluto,
perché dal cielo in terra, TU sei venuto! 
O mio caro Bambinello e tu sei un rondinello 
Sei racchiuso in un piccol seno 
E di tanto amor ripieno.
O Gesù mio, 
il latte io ti darò
e l’amor mio.



Maria lavava
Giuseppe spanneva
‘U figghije chiagneve 
a zizza vuleve
zitto mio figlio 
te nfasce e te pigghije
te denghe la zizza 
e te torne a cucà.

A mezzanotte tutti andavano a messa portando sulle spalle o tra le mani qualcosa: un agnellino, un capretto, una gallina, un piccione, arance, limoni e frutta secca, un listino di pesce, dolci…! Si cercava così di far rivivere lo scenario del vero Natale del Signore. Il giorno di Natale ci si riuniva di nuovo per consumare il pranzo.

Gemma d'Avolio (Ischitella)

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FESTE NATALIZIE A CARPINO


Mio nonno mia ha raccontato che il Natale prima era molto povero, ma quel poco che loro avevano li rendeva molto felici. Prima chi aveva qualche soldo da parte aspettava il Natale per farsi una giacca nuova o un paio di scarpe nuove. Nei giorni precedenti la festa, la nonna e qualche parente o vicino di casa si riunivano per fare tanti fritti: “pettole”, “struffoli”, “scartellate”, e molti altri dolci. I nonni ammazzavano il maiale che avevano cresciuto nella stalla, con la carne preparavano le salsicce, il prosciutto, poi con il sangue del maiale preparavano una cosa buona per i bambini, il cosiddetto: “ lu sagnnat” che era come la nutella di oggi, che prima non c’era. La mattina di Natale, i nonni si alzavano verso le 3 le 4 di notte per andare al bosco per raccogliere la legna e ritornare a casa presto per andare alla messa di Natale. Dopo la messa, si rientrava a casa e tutti i parenti si riunivano per festeggiare il Natale. Si restava fino a tarda sera a ballare e mangiare.

Angelo Mitrione (Carpino)

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I preparativi per il Natale iniziavano l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione. In questo giorno veniva preparato il presepe. Veniva creato con del cartone, l’erba veniva simulata con del muschio e i personaggi venivano fatti a mano. Due o tre giorni prima di Natale venivano preparati i dolci natalizi, come ad esempio “ crustoli, cavucncedd, pettole, ecc”. La notte della vigilia, tutta la gente del paese andava in chiesa a celebrare la nascita del bambinello, portando con sé i doni come un capretto, o il capitone (“ u capton”) e le pettole. La mattina di Natale, tutta la famiglia si riuniva a mangiare, tutti insieme, mangiando capitone ed altri cibi di quel tempo. Così, finito di mangiare, si riunivano attorno al camino a cantare e suonare con tamburelli e nacchere. La sera del 31 dicembre, tutta la famiglia si riuniva a tavola, bevendo vino paesano e mangiando vari tipi di carne. Arrivati alla mezzanotte, si affacciavano alla finestra e buttavano roba vecchia che faceva rumore, per scacciare l’anno vecchio, come ad esempio bicchieri e piatti. Il 6 gennaio tutte le mamme mettevano davanti al camino delle calze con dentro delle mele, arance e carbone, un antico detto era “Quando arriva l’epifania tutte le feste porta via”.

Michele Vicedomini (Carpino)

Cantori carpinesi mentre suonano e cantano durante le feste natalizie


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Le feste erano molto importanti soprattutto perché c’era abbondanza di cibo e si riunivano i parenti per passare insieme le feste.
La notte del 24 dicembre si celebrava la messa per la nascita di Gesù bambino. Nelle case veniva fatto il presepe, all’inizio e alla fine del presepe c’era un filo dove veniva steso il corredo a Gesù bambino. Nel presepe i personaggi principali erano fatti di creta o di mollica di pane. L’albero di Natale veniva ornato con arance e limoni. La notte di Natale si riunivano insieme a tutti i parenti per festeggiare la nascita di Cristo. Ognuno portava sulle spalle qualcosa: una gallina, arance, limoni agnelli. Poi il mattino seguente si riunivano per consumare il pranzo: c’erano l’anguilla arrostita, il baccalà e i dolci fritti come pettole, struffoli e cartellate, tutto ciò veniva accompagnato con il vino paesano. 
A Capodanno, tutti i parenti mangiavano come tradizione per mangiare insieme, loro arrostivano carne, pesce e facevano come usanza u rot d patan e mangiano i fritti che dovevano durare per tutto il periodo natalizio. Allo scoccare della mezzanotte si davano gli auguri di rito. Per scacciare l’anno vecchio e inaugurare quello nuovo si buttavano i piatti e bicchieri vecchi.
Si usciva di casa e cantando si andava a casa dei vicini, se per caso dormivano venivano invitati ad alzarsi. Dopo aver sentito gli auguri cantati, aprivano la porta e la padrona di casa offriva tutto ciò che aveva in casa e si restava in compagnia fino a notte fonda, cantando e giocando o a tombola o a carte.
La notte del 5 gennaio veniva vissuta dai bambini con molta attesa perché appendevano la calza al caminetto, aspettando l’arrivo della Befana. La Befana era una signora anziana d’aspetto, avente dei vestiti vecchi. I bambini la attendevano perché erano stati buoni per tutto l’anno. La befana puniva i bimbi cattivi con cenere e carbone invece dei dolci. La mattina del 6 gennaio, i bambini svuotavano le calze e contavano i regali portati dalla Befana. 

Giulio di Lella (Carpino)
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A quell’epoca, il Natale era un momento di gioia perché si riuniva tutta la famiglia. L’8 dicembre (giorno della Concetta) si preparava il presepe, le casette erano fatte di legno e le grotte con carta marrone. La neve era creata con dei batuffoli d’ovatta. La sera della Concetta era acceso un gran falò e intorno ad esso si mangiava e si cantava. Il 24 dicembre, vigila di Natale, si preparavano i dolci tipici (pettole, scartellate, struffoli, cavincioncelli) che dovevano durare per tutto il periodo delle feste. La sera si riunivano per consumare la cena e verso le 22. 30 si andava in chiesa ad attendere la nascita di Gesù Bambino. Quando si andava a messa si portava con sé dei piccoli doni per il nascituro. Il giorno 25 dicembre (Natale) si riuniva tutta la famiglia e si faceva un gran cenone, i piccoli che andavano a scuola, mettevano sotto il piatto del padre una piccola lettera in cui auguravano un Buon Natale e un Buon anno. La sera si riunivano davanti ad un caminetto, si raccontavano delle storie e si giocava a tombola o a carte. Il 26 dicembre, giorno di santo Stefano, le madri portavano i propri neonati a visitare il Bambino Gesù. Una leggenda di Ischitella racconta che una donna senza figli prese un cuscino e lo travestì da bambino e il Bambinello lo trasformò in un vero bambino. La sera del 31 Dicembre ci si riuniva tutti insieme in casa, amici e parenti. Si consumava una grande cena. In onore dell’anno nuovo, si ammazzava l’anguilla più grande che si poteva trovare, si arrostiva sulla brace, si beveva del vino novello. Arrivata la mezzanotte, si usciva sul balcone e si buttavano piatti e bicchieri vecchi (si diceva che si scacciava l’anno vecchio e s’ inaugurava l’anno nuovo). Il primo giorno dell’anno si usciva con la famiglia e si augurava a tutti un buon anno nuovo. La sera del 5 Gennaio (vigilia della Befana) tutti i bambini mettevano una piccola calza agurandosi che la Befana passasse di lì e che non lasciasse del carbone. Al mattino del 6 Gennaio, i bambini andavano vicino al camino per guardare cosa aveva portato loro la Befana. A quell’epoca, nella calza si mettevano arance, mele e caramelle alla liquirizia e qualche volta anche dei giocattoli, ma soprattutto c’era del carbone… 

Rosalba Basile (Carpino)
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Ai tempi di mia nonna circa negli anni trenta, il Natale si festeggiava cosi: la vigilia di Natale si riunivano tutti in casa della nonna o in casa della mamma, per fare i fritti. Per i bambini di allora era un giorno fantastico, non tanto perché si riunivano tutti in casa, ma per quell’ atmosfera che solo il Natale sapeva dare.
Poi la notte di Natale si faceva il cenone con tutti i parenti riuniti, e si ballava e cantava con chitarra, castagnole e tamburi a ritmo di tarantella fino alla mattina del giorno seguente.
Il giorno di Natale, poi si mangiava tutti insieme.

Giuseppe Gerratana (Carpino)
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IL NATALE A RODI GARGANICO

Il Natale a Rodi Garganico, come penso per tutti i paesi garganici, era un appuntamento importante della vita cui ci si preparava con fervore e spirito religioso. Quotidianamente si cantavano i giorni mancanti e fin dai primi di dicembre nelle case s’affrettavano a preparare le riserve alimentari: salsicce, pancette, vincotto, taralli, e poi ci si deliziava con rosoli e limoncini. Si preparava l’albero di Natale che veniva preso nelle pinete e veniva abbellito con caramelle, biscotti fatti a mano, cioccolatini, e con fili di cotone tra i rami. Il presepe veniva allestito con montagne di carta, prati di muschio, case di cartone o legno, laghetti con pezzi di vetro e di specchio, sentieri di farina e con pastori di creta. Veniva poi legato un filo a partire dall’inizio del presepe e per finire appunto alla fine di esso, dove veniva steso il corredo di Gesù Bambino ricamato a mano. Nelle serate fredde ci si riuniva intorno al fuoco del camino e si giocava a tombola, al gioco dell’oca e al sette e mezzo e tra un gioco e un altro si cantavano delle ninne nanne e nenie. La sera di Natale ci si riuniva intorno al tavolo e si mangiava baccalà fritto e anguille arrostite. Per dolce c’erano crustoli, crespelle, struffoli, cartellate e ostie ripiene di mandorle abbrustolite e miele. Contribuiva a rendere più gioiosa l’attesa del Natale, il suono delle zampogne dei pastori abruzzesi. Le funzioni religiose venivano svolte nella chiesa di San Pietro, dove veniva celebrata la novena. La notte di Natale invece la messa si teneva alla Madonna della Libera dove veniva e viene tuttora preparato il presepe. Si cantavano le melodie “Tu Scendi dalle Stelle” e “Astro del ciel”.

Lucia Delle Fave (Rodi Garganico)

Cornucopia con agrumi Rodi Garganico

Rodi Garganico all'inizio del Novecento

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IL NATALE A SAN NICANDRO GARGANICO 

Il Natale per i Cristiani è sempre stata la festa più importante dell’anno. Infatti, per l’occasione, si preparavano feste molto belle ed organizzate. Gli invitati erano, di solito, i componenti di tutta la famiglia, che per quel giorno, si ritrovavano tutti insieme a festeggiare. La festa incominciava l’8 dicembre, quando si preparava l’albero e il presepe. Ma, aspettando il Natale, c’era una canzoncina che contava i giorni, partendo dal 25 di novembre: Santa Caterina a Natale la trentina / Santo Nicola a Natale il diciannove / Santa Concetta a Natale la diciassette / Santa Lucia a Natale la dodicina.
Ad allestire l’albero, partecipava di solito tutta la famiglia. Gli alberi erano tutti sintetici, visto che gli abeti non si trovavano facilmente. Erano adornati con palline di vetro colorate e decorate, con fili dorati e argentati.
Per il presepe, si raccoglieva qualche giorno prima il muschio, per renderlo più vero. I miei nonni, avendo molto spazio in casa, realizzavano un presepe enorme, con fiumi e laghetti. Inoltre, allo scoccare della mezzanotte, il giorno di Natale si ritrovano tutti davanti al presepe dove, tirando delle cordicine, facevano scendere Gesù Bambino nella grotta. Tra l’altro, per rendere più realistica la scena, mia nonna cuciva corredini minuscoli che predisponeva nelle casette, come panni messi ad asciugare.
Il giorno della Vigilia di Natale si incominciava a mangiare alle sette, quando suonavano le campane della Chiesa. I piatti tipici erano gli spaghetti con le alici, il baccalà fritto e le anguille con la verdura. I più piccoli mettevano sotto il piatto del primo del papà una letterina con una poesia, preparata a scuola. Così, tra il primo e il secondo, recitavano la poesia e alla fine ricevevano come regalo un’offerta.
Invece, per il giorno di Natale, si uccideva un maiale con cui facevano la salsiccia, per gustarla a pranzo.
Nel periodo natalizio era rarissimo trovare un panettone. Ma le mamme preparavano i crustl e i caucuncidd, molto apprezzati dalle famiglie. 
Come diceva il detto “L’Epifania tutte le feste porta via”. In questa giornata, era usanza disfare l’albero e il presepe. Tra l’altro, si organizzava un’estrazione. Infatti, si preparavano dei dolci, che venivano poi impacchettati e numerati. Ma, oltre ai numeri dei pacchi, c’erano anche altri numeri, che corrispondevano a pegni o battute.
Molte tradizioni, tra quelle elencate sopra, sono tuttora ancora vive. 

Nazario Saccia (Rodi Garganico)
Sannicandro Garganico.



RICERCA SUL CAMPO COORDINATA DALLA PROF.SSA TERESA MARIA RAUZINO (LABORATORIO STORICO ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE "MAURO DEL GIUDICE" DI RODI GARGANICO -FG). 




I DOLCI E PIATTI NATALIZI


Uno dei " tredici pasti" della vigilia di Natale



un momento della preparazione dei " I crust " o cartellate
Un momento della preparazione dei " I crust " o cartellate
Un momento della preparazione dei " I crust " o cartellate
I dolci natalizi del Gargano: " I crust " o cartellate
Le pettole
postato da URIATINON alle ore 11:32 | link | commenti
categorie: il natale sul gargano
mercoledì, 03 dicembre 2008

E' on line il numero di dicembre di new punto di stella.

http://www.puntodistella.it/public/file/giornale/dicembre_2008.pdf

Buona Lettura a tutti!

 

postato da URIATINON alle ore 08:43 | link | commenti
categorie: editoriali, garganici, punto di stella, piero giannini, giornali garganici

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