Uriatinon

Vuoi seguirmi in un viaggio virtuale? Partendo dal Gargano, scoprirai tutta la Capitanata. In un mix tra cultura, tradizioni, microstorie dimenticate ...
sabato, 30 agosto 2008

A TUTTI I NAVIGANTI!

 

 

 

 

 29 agosto 2008: un giorno da ricordare. Uno di quei giorni in cui ti auguri che l’ispirazione ti stia accanto e si manifesti in forme tali da farti scrivere l’articolo dell’anno, sospingendoti verso la meta del premio giornalistico più importante della terra. E poi, molto semplicemente, non ti viene che annunciare, altrettanto semplicemente: “Signori, ce l’abbiamo fatta!” Il progetto che avevamo in testa da tempo è andato in porto: è nata l’Associazione culturale “Punto di Stella”!

 

Superando la terza parte della locuzione - facilmente riconducibile a testimonianze cartacee e mediatiche di recente costituzione e fra breve anche “ri”costituzione per cause non dipendenti dalla nostra volontà ma effetto di comportamenti lontani un milione di anni-luce dalle nostre ottiche di vita - soffermiamoci un attimo sulle prime due, “associazione” e “culturale”, entrambe divenute nel tempo ambigue, distorte dalla loro inflazione e dal loro ricorso a situazioni che non hanno nulla di associativo o associazionistico, e di culturale. Nel nostro caso, al contrario, l’intenzione è di riconquistarne il significato che compete loro perché le energie che sono in noi e in chi ha voluto costituire il sodalizio sono fuori discussione.

 

Anche se le mille 669 parole che compongono lo statuto (postato nella categoria ULTIME DAL PALAZZO, nel qual caso il “palazzo”… è il nostro; ndr) appariranno viete e di routine, pure dietro ciascuna di esse c’è una sofferta e ponderata misurazione e valutazione del vocabolo, dell’aggettivo, del verbo, finanche delle congiunzioni scelte e utilizzate. Ergo: nel momento in cui sono state vergate hanno riassunto il loro autentico significato, non solo, ma anche sintetizzato - ci auguriamo felicemente - l’obiettivo-principe, anzi “gli” obiettivi-principe della neonata “Punto di Sella”: valorizzazione del territorio, considerato nelle sue decine e decine di sfaccettature, finalizzata al recupero integrale delle tradizioni, e - tenetevi forte - “destagionalizzazione”!

 

“Destagionalizzazione”, altro sostantivo inflazionato, non dalla sua puntuale traduzione in fatti ed eventi, ma dalla sistematica impotenza a realizzarla, incapacità a vivificarla, indecisione a fornirla di linfa vitale. Le attività fondanti dell’associazione, infatti, saranno informate a richiamare - pur con il coacervo delle difficoltà logistiche e strutturali (di collegamenti e trasporto, viabilità e velocità di raggiungimento) di un territorio abbandonato a se stesso - i nostri vicini dell’entroterra subappenninico, dell’irpinate, delle aree murgiano-salentina e lucana, prima, poi dei flussi turistici organizzati provenienti da zone sempre più lontane, nelle fasce temporali “morte” di una stagionalità allargata. E creare così nuove “stagioni” per il nostro territorio che non siano più la sola estate o scampoli primaveril-autunnali, ma l’enfatizzazione di periodi altrettanto suggestivi e accattivanti, per l’offerta variegata di colori, profumi, attrazioni, festività, consuetudini, diversi e diversificati a seconda degli eventi aggreganti di popolazioni che sanno ancora stare insieme esaltando la personale abilità genetica a creare momenti di allegria e, perché no, nuove dimensioni.

 

Non sarà facile, lo sappiamo, ma per “forma mentis” miriamo alto per colpire a mezz’altezza; non sarà tutto scontato, ce l’abbiamo in preventivo, ma solo chi non fa non produce (… e non sbaglia!) e noi intendiamo produrre (… e, possibilmente, sbagliare poco!).

 

Piero Giannini

 

www.puntodistella.it

 

 

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categorie: editoriali
sabato, 30 agosto 2008

A Peschici nasce una nuova associazione culturale: PUNTO DI STELLA

 

 

 

A Peschici si avvertiva proprio il bisogno di un’associazione culturale ONLUS di utilità sociale, indipendente, apartitica, aconfessionale. Ed ecco che il sogno si è realizzato: ieri 29 agosto 2008 è nata “Punto di stella”. La sede è in Peschici (Fg) in Piazza del Popolo, 18.

Soci Fondatori dell'Associazione sono Piero Giannini (presidente),  Leonardo Lagrande,  Antonella Carano; Maria Rosaria Tavaglione, Domenico Michele Martino.

Quali gli scopi statutari del nuovo sodalizio?

“Punto di stella” si propone di perseguire esclusivamente finalità di solidarietà sociale e di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali, di promuovere ed esperire attività culturali come convegni, conferenze, dibattiti, seminari, mostre, proiezioni di film e documentari; attività editoriali come la pubblicazione di atti di convegni e seminari, nonché di studi e ricerche inerenti l’oggetto sociale e riguardanti in particolare la storia di Peschici, del Gargano e della Puglia intera.

Il punto forte e caratterizzante è la pubblicazione dell’omonimo periodico, la gestione del portale www.puntodistella.it già in essere, e che gli internauti e i lettori del Gargano hanno imparato a conoscere ed apprezzare.

Ma non finisce qui: i soci fondatori non escludono la messa in rete di eventuali futuri portali.

Oltre a queste finalità, “Punto di stella” si propone di promuovere, incoraggiare e supportare festeggiamenti civili e religiosi, fiere, sagre, spettacoli pubblici, gite ed escursioni a valenza culturale; organizzare e coordinare commemorazioni celebrative di personaggi che hanno dato lustro a Peschici e al suo territorio.

Numero di registrazione notarile dell’Associazione è il 2512: «Il giorno universalmente riconosciuto come il più emblematico ( 25  12      25-12      25/12) - dichiara il neo presidente Piero Giannini - e da adesso anche per noi!».                             

E noi gli auguriamo, scaramanticamente: “Buon Natale e lunga vita, al tuo (... e da oggi anche nostro) Punto di stella!

 

 

Teresa Maria Rauzino

presidente Centro Studi Martella

 

 

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categorie: eventi, identitĂ , giornali garganici
venerdì, 29 agosto 2008

 MICROSTORIE SETTEMBRE 2008 


Blog collegato a: Storia medievale dai castelli ai monstra  ® Microstorie. La memoria dimenticata

 a cura di TERESA MARIA RAUZINO

home page sito: http://www.microstorie.net

 

MICROSTORIE

SETTEMBRE 2008


Lucien Febre, storico delle «Annales», dettava questi “anomali” consigli agli aspiranti ricercatori:

«Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (...). È tutto? No. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata...».


Di questo insegnamento cercheremo di far tesoro nel proporvi le nostre, speriamo interessanti, MICROSTORIE.


ECCO A VOI LE "MICROSTORIE" DEL MESE DI SETTEMBRE 2008.

Buona lettura a tutti!



CARLO TIBALDESCHI: 1378. Un conclave contestato ed una finta elezione


POTITO MELE: presentazione del libro di Lucia Lopriore: "Ascoli di Capitanata tra Medioevo ed Età moderna"


LUCIA LOPRIORE: Ascoli di Capitanata tra Medioevo ed Età moderna (estratto volume)


LUCIA LOPRIORE: I trattati di architettura di Vincenzo Marulli, duca di Ascoli


PIERO GIANNINI: Un giallo del ‘500. Che fine ha fatto Isabella Morra?


PIERO GIANNINI: Filippo Cifariello, il “Gattonero”

MARIA TERESA D'ORAZIO: Il nostro pane quotidiano

TERESA MARIA RAUZINO: Bertaux e le Tremiti: Un amore a prima vista


TERESA MARIA RAUZINO: La saga dei Pinto Y Mendoza, Principi di Ischitella


ADOLFO ZAMBONI: Ricordo di Mario Rigoni Stern

 

 

 


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categorie: identitĂ , la storia e la memoria
venerdì, 29 agosto 2008

Ischitella 7 settembre 2008

Concorso Nazionale "Città di Ischitella – Pietro Giannone"

 Reading e premiazione di poesia nei dialetti d'Italia 

   

ischitella1.jpg

   

Il 7 settembre 2008, con i vincitori del quinto Premio "Città di Ischitella - Pietro Giannone" La cerimonia di premiazione del Concorso nazionale di poesia in dialetto "Città di Ischitella - Pietro Giannone", si svolgerà alle ore 18 di domenica 7 settembre 2008, nella cittadina garganica, nel suggestivo sagrato della chiesa barocca di Sant'Eustachio.

 

"Ancora una volta - affermano il sindaco Piero Colecchia e l'assessore alla Cultura Anna Maria Agricola - il nostro paese apre le porte ai poeti che si esprimono nelle lingue locali, di cui è estremamente ricca l'Italia,offrendo loro ospitalità ed ascoltando il loro messaggio nelle diverse

lingue".

 

La premiazione sarà preceduta da un reading dei poeti: Maurizio Noris, 50 anni, di Albino (BG), vincitore della quinta edizione del Premio con la raccolta inedita in dialetto bergamasco *Dialèt de nòcc, d'amur* (Dialetto di notte, d'amore); la siciliana di Ragusa Antonella Pizzo, seconda classificata, il romagnolo di Marina di Ravenna Paolo Borghi, terzo classificato, e il pugliese di Ruvo di Puglia (Bari) Vincenzo Mastropirro, finalista. Il poeta Rocco Brindisi, vincitore della scorsa edizione ed ospite, leggerà un suo brano poetico inedito.

 

I testi poetici saranno intervallati da musiche del Duo Vincenzo Aniello e Massimo Scardicchio.

 

Saranno presenti alla cerimonia autorità, enti ed associazioni e numerosi membri della Giuria del Premio composta da: Franzo Grande Stevens (Presidente onorario), Dante Della Terza (Presidente), Rino Caputo, Giuseppe Gaetano Castorina, Franco Trequadrini, Achille Serrao, Cosma Siani, Franca Pinto Minerva, Francesco Bellino, Vincenzo Luciani.

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categorie: eventi, liriche
venerdì, 29 agosto 2008

Il dialetto oltre il confine

 

Francesco Granatiero

a Monte Sant'Angelo

per interpretare e commentare la sua poesia

 

 

Francesco Granatiero

 

 

Nella prestigiosa collana "Lyra" di Interlinea (Novara), tra classici e Nobel, figura oggi il nome del poeta Francesco Granatiero, con un'opera in un dialetto, quello di Monte Sant'Angelo - Mattinata, che non è scritto per i garganici, o non solo, ma per gli italiani, i quali vi pervengono attraverso la fedele e dignitosa versione in lingua posta in calce.

 

Granatiero è infatti ben lontano «dall'oleografia dialettale di tanti autori locali, – precisa l'amico Dr. Antonio Rinaldi, nato a Monte Sant'Angelo, ma medico otorinolaringoiatra da molti anni a Como, – anche se il suo dialetto, utilizzato per un deciso affondo nei grandi temi della vita e della morte, finisce per conquistare tanto lo scaltrito lettore dal gusto sofisticato, quanto il semplice parlante pugliese che alla sua poesia si accosta cercandovi l'anima della propria terra».

 

Il Centro di Promozione Culturale "Terra dell'Arcangelo" dedica (vedi l'allegata locandina-invito), su indicazione del Dr. Rinaldi, una serata a Francesco Granatiero, di cui a Monte Sant'Angelo non si parla dal lontano 1994, anno in cui veniva tributato alla sua poesia un convegno organizzato dalla Comunità Montana del Gargano, che vedeva la partecipazione dell'illustre critico torinese Giovanni Tesio.

 

«Francesco Granatiero, in cui la vena creativa si congiunge a un'indagine sapiente del dialetto, un'indagine che a livello scientifico ha avuto esiti assai autorevoli, – come ha recentemente evidenziato il critico dell'Ateneo foggiano Domenico Cofano – è ormai una delle voci più convincenti della poesia dialettale del Novecento».

Matteo Notarangelo


Notizia bio-bibliografica

 

FRANCESCO GRANATIERO, nato a Mattinata (Foggia) nel 1949, vive a Rivoli (Torino), dove lavora come medico ospedaliero (patologo clinico).

Dopo alcuni volumetti di poesia in lingua, si è rivolto al dialetto: All’acchjitte ("Al riparo dal vento", Torino 1976), U iréne ("Il grano", pref. di Giovanni Tesio, Roma, ed. Mario dell’Arco, 1983), La préte de Bbacucche ("La pietra di Bacucco", intr. di G. Tesio, Mondovì, Boetti, 1986), Énece ("Nidiandolo", pref. di Pietro Gibellini, Udine, Campanotto, 1994), Iréve ("Voragine", Foggia, Grenzi, 1995; Premio Grado-Vanni Scheiwiller al Biagio Marin), L’endice la grava (pref. di Cosma Siani, 1997), Scúerzele ("Spoglia", pref. di Donato Valli, postfaz. di Achille Serrao, Roma, Cofine, 2002; Premio Salvo Basso), Bbommine ("Asfodelo"/"Bambino", pref. di Franco Pappalardo La Rosa, Joker, Novi Ligure, 2006), Passéte ("Usta"/"Passato", postfaz. di Giovanni Tesio, Novara, Interlinea, 2008).  

È presente nelle più importanti antologie e storie letterarie di poesia dialettale (Chiesa-Tesio, Mondadori; Spagnoletti-Vivaldi, Garzanti; Brevini, Einaudi), anche straniere (Bonaffini, Haller, Domènech, Coco).

 Parallelamente ha scritto una grammatica storica del dialetto di Mattinata (Foggia 1987), un dizionario dello stesso dialetto (Foggia 1993), due dizionari dei proverbi del Gargano (Foggia 2001 e 2002), un profilo linguistico parascolastico della Apulia augustea (La memoria delle parole. Apulia: storia, lingua e poesia, Foggia, Grenzi, 2003), una raccolta di versioni in dialetto (Giargianese. Poesia in altre lingue, ivi, 2006), Vocabolario dei Dialetti Garganici (in corso di stampa).

 


Locandina - invito

 

 

Venerdì 5 settembre 2008 - ore 19,00

 

SALA CONFERENZE

CENTRO DI PROMOZIONE CULTURALE

“TERRA DELL’ARCANGELO”

 

Corso Vittorio Emanuele n. 151

Monte Sant’Angelo

 

FRANCESCO GRANATIERO

 

Il dialetto che va oltre il confine

 

Saluto

Avv. Michele Picaro

Presidente Centro di Promozione Culturale "Terra dell'Arcangelo"

 

Presentazione

Dott. Antonio Rinaldi

 

Incontro con il poeta

Dott. Francesco Granatiero

che in occasione dell'uscita del nuovo libro in dialetto

di Monte Sant'Angelo - Mattinata, Passéte - Usta / Passato (Interlinea, Novara)

interpreta e commenta con gli amici vecchi e nuovi il meglio della sua poesia

 

 

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categorie: eventi, la lirica del gargano, i grandi intellettuali di capita, francesco granatiero
lunedì, 25 agosto 2008

 

Appello del Centro Studi “Martella” di Peschici al ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, per chiedere l’esproprio immediato dell’Abazia Benedettina di Kàlena (872 d.C.)

 

KALENA

UNA COLPEVOLE RIMOZIONE

 L’abbazia di Santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici (Fg) è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico in suo “affido”. Ma è anche lo specchio di una colpevole dimenticanza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’ abbazia stessa. Infatti, nonostante dal 1997 l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia molto forte su Kàlena, l’Ente di tutela non ha mai imposto (effettivamente e non soltanto sulla carta) ai proprietari le opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali.

Eppure il Ministero ha invitato da tempo la Soprintendenza a muoversi in questo senso. Il 23 aprile 2003 il soprintendente Giammarco Jacobitti rispondeva con questa nota rassicurante al Ministero che lo sollecitava ad applicare la normativa della legge 490/99 per l’abbazia di Kàlena: “Questo Ufficio, con nota n. 23673 del 23.09.2003, invitava i proprietari a contattare il funzionario tecnico di zona (allora era l’arch. Nunzio Tomaiuoli; ndr) per concordare la data del sopralluogo e le modalità di presentazione degli atti progettuali. A seguito di sopralluogo congiunto, i proprietari si sono impegnati a predisporre atti progettuali volti alla realizzazione delle seguenti opere:

a) risanamento delle creste murarie della chiesa e del recinto del complesso e successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio;
b) consolidamento e restauro della copertura lignea della campata absidale;
c) impermeabilizzazione degli estradossi delle navate laterali;
d) ricomposizione e bloccaggio degli elementi lapidei dell’ambito sommatale della vela campanaria e posa in opera di massetto protettivo in cocciopesto di colore grigio;
e) rifacimento dei canali di gronda e dei discendenti pluviali (in rame) sul prospetto laterale (lato cortile) della chiesa e dell’edificio adibito ad abitazione dei proprietari;
f) interventi di stilatura dei giunti dei conci lapidei lungo le sconnessioni della tessitura muraria;
g) bonifica dei vani della primitiva chiesa.

A riguardo, il soprintendente Jacobitti faceva presente al Ministero che i proprietari di Kàlena erano prossimi a trasmettere al suo Ufficio il progetto delle misure conservative del bene, concludendo con questa secca nota: “Qualora i suddetti Proprietari disattenderanno agli impegni assunti, questo Ufficio procederà immediatamente ai sensi degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99”.

Iacobitti quantificava il preventivo di spesa dell’intervento da realizzarsi a Kàlena: il costo del restauro dell’intero complesso poteva attestarsi presumibilmente intorno a un milione e mezzo di euro; riguardo poi alla sua funzionalità, la spesa (non inferiore a 750mila euro) poteva variare a seconda della tipologia funzionale che si intendeva conferirgli (museo, struttura di accoglienza, o altro).

Il 19 maggio 2003 il Ministero per i beni e le Attività culturali, Direzione Generale per i beni Architettonici ed il Paesaggio (Serv. III, Prot. N. 17790) rispondeva così al Soprintendente di Bari:
«E’ pervenuta a questa D.G. la nota prot. 7384 del 23 aprile 2003 con la quale la S.V., secondo quanto richiesto, riferisce nel merito dell’effettivo interesse e stato di conservazione dell’immobile nonché sugli interventi di restauro, e relativi costi, necessari a restituire funzionalità al bene medesimo. Non potendo questo Ministero, allo stato attuale, sopperire direttamente alle necessità di restauro e rifunzionalizzazione dell’immobile si ritiene di poter pienamente condividere quanto concordato tra la S.V. ed i proprietari del complesso.

«A tale proposito si rammenta che, secondo quanto stabilito dall’art. 41 del D.Lgs 490/99 comma 1: “Lo Stato ha facoltà di concorrere nella spesa sostenuta dal proprietario del bene culturale per l’esecuzione degli interventi di restauro per un ammontare non superiore alla metà della stessa”. Sarà dunque facoltà della S.V., valutata la qualità del restauro effettuato dal proprietario, concedere allo stesso un contributo pari anche al 50 percento della spesa sostenuta». La nota ministeriale era firmata dal responsabile del procedimento, architetto Maria Maddalena Scoccianti, e dal Direttore generale, architetto Roberto Cecchi.

In questi anni la Soprintendenza di Bari si è completamente dimenticata di Kàlena… Ha completamente rimosso la sua dichiarazione d’intenti di procedere all’applicazione degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99. Gli interventi di recupero ormai inderogabili per la sopravvivenza del monumento non sono mai stati imposti alla proprietà che andava obbligata dal 2003, come da normativa, all’esecuzione delle opere necessarie alla reintegrazione del bene culturale. In caso di inottemperanza, il Ministero era tenuto direttamente, d’ufficio, ad attuarlo, notificando le spese all’obbligato. Non lo ha mai fatto perché la Sovrintendenza non ha mai dato seguito alla sua nota del 2003.

I principi richiamati nella nota Jacobitti al Ministero sono stati riconfermati dall’attuale normativa, vigente dal 2004: il codice Urbani sui “beni culturali e sul paesaggio” mette sempre in primo piano la conservazione dell’integrità dei beni sottoposti a tutela, la loro valorizzazione ed il rispetto dell’interesse pubblico generale. L’articolo 95 del Codice Urbani prevede l’estrema ratio: se c’è un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica di monumento, esso può essere espropriato direttamente dal Ministero per causa di pubblica utilità. Lo stesso provvedimento può essere adottato dalla Regione Puglia.

Perché la Soprintendenza in tutti questi anni non ha mai dato un reale seguito all’invito ministeriale di portare avanti la questione del restauro di Kàlena? Perché ha ignorato la legge vigente, impedendo al Ministero di procedere nelle misure del restauro coatto e dell’esproprio? Perché non ha proceduto con celerità al progetto che avrebbe permesso di utilizzare i 500mila euro stanziati dal ministro Rutelli e azzerati nell’attuale finanziaria perché l’opera non è stata ancora cantierizzata?

Crediamo sia giunta l’ora che la normativa dell’esproprio venga finalmente applicata anche per Kàlena, visto che la Legge è stata disattesa da anni e il Consiglio Comunale di Peschici ha deliberato di procedere all’esproprio per pubblica utilità sin dal lontano 2005. Deliberato mai attuato. Con l’aggravante della perdita di un vecchio finanziamento (del Ministero dell'Economia) di 350mila euro.

Chiediamo al ministro Bondi di adoperarsi per l’esproprio immediato dell’abbazia di Peschici.

Kàlena non può aspettare oltre. Sta davvero crollando!

prof.ssa Teresa Maria Rauzino
presidente Centro Studi MARTELLA di Peschici
 
 


N.B: - Lo stesso testo, con qualche leggera variante, è stato inoltrato al presidente della regione Puglia Nichi Vendola

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categorie: appelli, identitĂ , la storia e la memoria, salviamo kalena, i luoghi del cuore
domenica, 24 agosto 2008

In edicola e on line per "Gli Apolidi" dell'Editrice  "IL ROSONE-FRANCO MARASCA"

Rima Rerum

una silloge

di Antonio Vigilante

recensione di Alessandro Canzian

 

 

senza_titolo_1_492“VARCO"


םיעגי םירבדה־לכ dice Qohelet (1, 8). Tutte le cose sono - cosa? Cosa sono tutte le cose? In travaglio, dice la Bibbia di Gerusalemme. Ogni cosa si affatica, traduce la Diodati; per la Nuova Diodati richiedono fatica, le cose. E la Vulgata: cunctæ res difficiles. Il Lexikon del Gesenius dice: omnia verba fatigantur, fessa fiunt. רבד è in ebraico tanto la parola quanto la cosa. Fesse, spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. La parola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea.

Cosa vuol dire che le cose e le parole sono aperte? Vuol dire che non sono cose. È la fine del mondo, la sconfitta delle parole. La cosa sta al di là del mondo e al di là delle parole. Mondo e parola cadono, cedono alla provocazione che l’apertura delle cose rappresenta.

Che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Il vangelo delle cose non annuncia cose belle né cose brutte. Al di là del mondo, tramontata la parola, frantumati i nomi, si esauriscono anche le possibilità della sofferenza e della gioia. Entrambe stanno al di qua dell’apertura delle cose, appartengono al mondo ed all’uomo di mondo. Un uomo che sta, aperto, nell’apertura delle cose, è uno cui è impossibile chiedere – come stai? O – dove stai? È un sugata, uno che è ben andato.

L’apertura delle cose non ha un come né un dove. Al tempo stesso, nell’apertura delle cose sta la possibilità della poesia. Ne è il luogo. Ne rappresenta il come e il dove.”



Così inizia Rima rerum, ultima fatica letteraria di Antonio Vigilante (Edizioni Del Rosone, Foggia 2008, rilasciato in licenza copyleft). Nato a Foggia il 23 dicembre 1971, vive a Manfredonia, dove insegna scienza sociali in un liceo. Ha pubblicato: La realtà liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Quartine, Edizioni del Rosone, Foggia 2001; Il pensiero nonviolento, Edizioni del Rosone, Foggia 2004; La barchetta di Virginia. Manifesto per una scuola improbabile, Rainone Editore, Bergamo 2006. Ha tradotto e/o curato: La carità carnale. Istoria di Suor Giulia di Marco, Rainone Editore, Bergamo 2006; G. Rensi, La religione. Spirito religioso, misticismo e ateismo, Sentieri Meridiani, Foggia 2006; M. K. Gandhi, La prova del fuoco. Nonviolenza e vita animale, Edizioni del Rosone, Foggia 2007.


Autore di non poco impegno intellettuale plasma il suo verso all'insegna della violenza insita nel varco delle parole. Nella Rima rerum. Violenza lessicale che in qualche modo non appartiene alla sostanza della parola bensì alla sua forma, che diviene in un certo modo maniera. È un costruire/ricostruire la realtà quasi a livello metafisico partendo dal varco dissolutorio delle cose, della realtà stessa. Dalla distruzione la ricostruzione in una sberla verbale che a una lettura appena appena più attenta non può che palesare il patema sottostante il verso.


La donna, questo amore quasi a livello di convissuto che riverbera nel rapporto lo stesso rapporto poeta/mondo, si fa in un certo senso via parallela e chiave di lettura di un ermetismo malcelato e malfigurato, molto probabilmente con sottile arguzia. Perché in effetti se qualche oscurità nelle immagini può essere accusata ecco accorgersi parola dopo parola che in queste pagine non si sta nascondendo nulla e che la difficoltà della parola non sta tanto nella parola stessa quanto nella realtà che la parola in qualche modo riflette e tenta di mutare. È la difficoltà del vivere e del mondo che crea una sorta di ermetismo sottilmente claudicante.


Sono versi, questi, sapienti e tenui nella loro violenza. Alla ricerca di una verità che sia oggettivamente esistenziale e soggettivamente filosofica. Una spiegazione del mondo, forse, della quale c'è però tanto bisogno. Forse troppo. Ma è il vivere che inevitabilmente pone e pretende le domande.


L'impotenza, la furia umana, Dio inteso come interpretazione infettante la realtà, l'assenza inaccettabile intesa come concetto, la radice umana, l'orrore, l'essere e il suo male, sono la tenebra che fuoriesce dal varco delle cose e che nella parola trova non tanto una prosastica collocazione quanto una sincera querela. Che indirettamente si fa moderna ricostruzione. Non so più dove sono, se è il mio occhio / che guarda oppure se mi guarda il mondo, / non so più se la cosa è cosa certa / se il nome è nome, se la vita è vita. Afferma l'autore in uno dei brani più emblematici dell'intera raccolta.


da Rime Rerum di Antonio Vigilante

(Edizioni Del Rosone, Foggia 2008, rilasciato in licenza copyleft)

http://rimarerum.altervista.org/antonio_vigilante_rima_rerum.pdf

www.edizionidelrosone.it

 


In memoria

di Franco Marasca


Deriva di frammenti i diecimila esseri

fragili cattedrali di materia

madre distratta e muta:

e illusoria la signoria del dire.

Parole intorno tentano le cose

finché cadono stanche di sé stesse

senza nulla toccare, poiché nulla

è il tutto e non c’è cosa

che possa innamorare una parola.

Lontana l’antica radice delle cose.





L’Ucraina, dicesti, ha immensi campi

di girasoli (solicelli li chiamano)

che cammini per giorni e non ne vedi la fine:

ridenti devoti raccolgono donano

la densa rete di gioia del sole.

Sospendono il giorno, allegri

e vi appendono una corda:

con coraggio t’arrampichi.

Io ti vedo svanire non so dove

solo coscienza di cose

del non essere cosa delle cose.






Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.

Qualunque cosa sia successa è certo

che noi non accettiamo alcuna assenza.





Sorprendo a volte nelle cose

una luce diversa, in cui risuona

una promessa o forse un’ingiunzione

(batte il tempo un ritmo nuovo

quel ch’è perso si ritrova.)

Mi chiedo se non sia d’un’altra terra

una terra oltre quella degli ulivi

più in là dei girasoli e le betulle.





Dalla tempesta dei diecimila esseri

uomini come foglie precipitano.

Pietosa l’antica radice li raccoglie

sciogliendoli dal nome e dal destino.





Siamo solo di passaggio” sorridi

la tua pelle di vetro la tua

carne d’acqua le tue ossa le tue

ossa di madreperla sorridi

e giochi con la sabbia e le conchiglie.





Fin dall’origine l’essere è male

tutto è insidiato consunto malato

promessa di dissoluzione

la radice che preme nel silenzio

richiamo al quale accorrono

festose le moltitudini dei vivi

festosi gli eserciti degli andati.





Ti cade una conchiglia la raccogli

ti rialzi mi sei di fronte la tua

carne d’acqua le tue ossa le tue

ossa di madreperla mi sorridi

piccola e trasparente.





Fin dall’origine l’essere è male

tutto è insidiato consunto malato

se si potessero uccidere i morti

tutto sarebbe davvero perfetto.





Nell’acqua mobilissimi voraci

con i denti aguzzi e feroci

lottano feriscono addentano

la tua pelle di vetro la tua

carne d’acqua le tue ossa

di madreperla la tua pelle

scorza, squame, grumo

orrore che nascondi con l’assenza.





Mi son dannato l’anima a cercare

conoscenza, saggezza, il senso ultimo

di tutto questo affare sulla terra

che ci toglie il riposo notte e giorno.

Ed ho visto che le opere di dio

tutto quello che accade sotto il sole

l’uomo non può comprenderlo: e chi dice

d’esser sapiente ed afferrare il mondo

più degli altri è smarrito ed impotente.

Qohelet, 8, 16-17.





E’ tutto uguale davanti al Suo volto

non differisce il giusto dal malvagio:

una vita si spegne come un’altra.

Ecco, la gente corre, un terremoto

distrugge case, fa crepare gente:

pianti, lamenti, preghiere accorate.

Lui non soccorre: guarda e se la ride.

Per suo volere il mondo è governato

da ladri, pazzi furiosi e assassini,

povera gente accecata da dio.

Job, 9, 22-24.





Fuggono nelle bocche tue terribili

a sfracellarsi il capo contro i denti:

come fiumi che muoiono nel mare

vengono nella tua bocca di fuoco

queste folle di uomini ed eroi;

come mosche consunte dalla fiamma

cadono in te, signore, per morire.

Tu lecchi, tu rapisci, tu distruggi

vite d’uomini e donne in ogni dove.

Di te, signore, brucia l’universo.

Bhagavadgita, XI, 27-30.





Contro il male dell’alto maledetto

verrà la cosa nuova verrà il tempo

nuovo verrà la nuova vita

verrà la nuova terra il nuovo uomo

ed ultimo, vagente ed innocente

verrà lo strappo grande in mezzo al cielo

lo stupro metafisico la pioggia

di sangue dopo il taglio del testicolo

divino verrà il tempo del silenzio

insolito insoluto ed insolvibile.





Cristo sale, s’acquieta, s’abbandona,

dove il mio-me dà fine alla sua fuga:

e depone lo scettro e la corona

e muore come l’ultimo dei cani.

Il mio-me lo circonda compiaciuto

vita che sopravvive al dio che muore.

Ma presto quella colpa lo travolge

torna alla fuga, s’agita, si sforma,

commuore come l’ultimo dei cani.

Resta l’essere limpido, mondato,

di là dall’occhio, di là dalla voce.





Stringe il pugno trattiene l’urgenza

la strada marmo nero non è vulva

accarezza il pianeta con i suoi passi

di capraio che piscia su cespugli

e lancia pietre al sole che tramonta


trattiene l’urgenza stringe il pugno

la notte fredda si stende su lui nudo

e si muove la notte e ansima e gioisce

trattiene e soccorre il serpente spirante

al centro della terra seppellito

sotto i nomi degli esseri e le cose


trattiene, stringe, non parla

con la notte disdegna la strada

passa leggero come una carezza

depone le sue ossa e la sua pelle

capraio serpente cielo assente

dove il mondo si snuda senzanome


riposa nell’origine scomposto

il suo nome sventrato suoni sillabe

silenzio e rantolo il suo corpo sciolto

atomi vuoto fuga arrampicata


la corda s’è spezzata l’arco pure

le fondamenta fragili del mondo

rose dai topi rose dal silenzio.





La casa di campagna abbandonata

affossata nel grano di febbraio

ha stanze vuote che ospitano il vento

e la cicoria, e la lumaca, e il cardo.


Ferita nella terra di febbraio

chiama all’odio di dio ed al silenzio

e non ha tetto, né consolazione.


È la mia casa, la mia disciplina.





E’ cresciuta l’erba tra gli ulivi.

Mio padre diceva che un campo dev’essere

tenuto ben pulito perché l’erba

ruba la vita agli alberi, ma a me

piace quest’erba tenera ed allegra

e rompo il guscio delle mandorle, e bevo

il vino e me la rido del tramonto

e della notte che inciampa nel mondo.





Sfinito sotto il sole, giallo, assorto

in un’indignazione vegetale,

lui tradito truffato dalla vita

sta il cardo di Maria.


Nel pomeriggio che cede alla sera

la sua protesta vince: tutto è preso

nella sua rete di dolore, tutto

è tormentato, smorto, sofferente.


Il mondo mi si sfalda tra le mani.


Il giorno aveva tutte le parole

i nomi delle cose le sostanze

certe, la terra il cielo, l’io e l’altro:

ma non ha retto a lungo la finzione.


Non so più dove sono, se è il mio occhio

che guarda oppure se mi guarda il mondo,

non so più se la cosa è cosa certa

se il nome è nome, se la vita è vita.

 

 Tratto da http://alessandrocanzian.leonardo.it/blog/rima_rerum_di_antonio_vigilante.html

LA SILLOGE "RIMA RERUM"  DI ANTONIO VIGILANTE  E' SCARICABILE QUI IN FORMATO PDF:

http://rimarerum.altervista.org/antonio_vigilante_rima_rerum.pdf

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categorie: la lirica del gargano, libri di capitanata, i grandi intellettuali di capita
giovedì, 21 agosto 2008

E' on line "punto di stella" di agosto, mensile d'informazione del Gargano

direttore editoriale Piero Giannini

IL GIORNALE DI "PUNTO DI STELLA"

 

http://www.puntodistella.it/public/file/giornale/m-agosto.pdf

 

 

 

 

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categorie: punto di stella, piero giannini
domenica, 17 agosto 2008

 

V appuntamento a Rodi della kermesse del Rosone: "IL GARGANO TRA NATURA E CULTURA". Presentato un romanzo breve di Maria Antonia Ferrante

La fantasiosa

 

…Quando sarai sola e vorrai non esserlo, vai dove vuoi con la tua mente. Viaggia, ritorna dove già sei stata. Ritrova le montagne, ritrova i ruscelli e le cascate. Torna al mare e guardalo di giorno e di notte.

 

Metti in cielo la luna o mettici il sole. Crea le tue stagioni. Vai anche dove non sei mai stata. Crea il tuo mondo. Viaggia sulle ali della libera fantasia verso Oriente e verso Occidente. Visita gli azzurri ghiacciai dei Poli: avvertirai perfino un senso di freddo. Oppure, vai nel deserto e cammina arrancando sulle dune…. 

 

 

la fantasiosa 

  

RECENSIONE DI  PIETRO SAGGESE 

 

Originaria di Cagnano Varano, Maria Antonia Ferrante esercita la sua professione di psicologa e psicoterapeuta a Roma, pur restando sempre legata al Gargano dove torna appena le è possibile.

 

Ma Marinetta Ferrante si cimenta da sempre con la scrittura, oltre che di articoli inerenti alla sua professione, anche di opere storiche o d’invenzione. All’ambito storico vanno attribuite: “San Michele tra luce e ombre”, sul culto micaelico a Cagnano Varano; “Memorie di guerra dall’idroscalo. Il lago Varano 1915-1918”, sulla stazione di idrovolanti di San Nicola Imbuti durante la prima guerra mondiale; “L’anima e la spada. Desiderio di Montecassino e Roberto il Guiscardo”, sullo sfondo di un medioevo caratterizzato dal conflitto tra papato e impero; all’altro filone è da attribuire la favola “Lo spaventapasseri”.

 

Il romanzo che presentiamo questa sera si pone forse a metà, esso è la storia di un’ anima e  ruota attorno alla figura di Malìa (il nome è dovuto alla stravaganza del padre, nome che la convenzionalità della madre ha trasformato in Maria). Già nel nome ella rivela la sua particolarità, rappresentata soprattutto dall’esercizio della fantasia, un esercizio a cui l’ha avviata il padre e che lei mette in atto di volta in volta per superare dei momenti particolari nel corso della sua vita: da bambina per compensare le rigide regole che la madre le impone; nel corso della vita per superare momenti di insoddisfazione, di carenza affettiva, di grande dolore.

 

L’esercizio della fantasia da parte di Malìa non rappresenta, però, una fuga dalla realtà. L’uso della fantasia è un esercizio terapeutico che la aiuta a dare pienezza alla sua vita, alla sua voglia di vivere e diventerà una sorta di antidoto contro la tirannide del mondo, del luogo, del tempo, del destino, per proiettarsi verso una dimensione più piena, per soddisfare quel bisogno di infinito che è in ognuno di noi e che si concretizza attraverso gesti semplici come un rapporto quasi intimo di Malìa con le stelle, sulla scorta degli insegnamenti del padre, fino a dare alle stelle un nome tutto suo. È così che Malia esercita il monito paterno: “resistere, resistere, bastare a se stessa”; cerca in se stessa la forza di affrontare le difficoltà di cui è disseminata la vita; trova un “rinforzo benefico alla quotidianità”.

 

Insomma Malìa non sta con la testa tra le nuvole. Malìa-Maria-Fantasiosa è nel mondo, lo ama e lo comprende, ama giugno e la luce, ama quelle atmosfere mediterranee che accendono la sua fantasia e ci riportano ai tanti miti di cui sono depositarie le isole mediterranee, come quella che tutte le sintetizza in quest’opera, l’isola di Malta, crogiuolo di culture, dove realtà e fantasia si toccano per Malìa: quell’isola è oggetto dei suoi studi di insegnante universitaria di Geografia, ma è anche lo scenario dove la sua fantasia colloca le vicende che scandiscono il libro.

 

In quest’isola, permeata di cultura mediterranea, Malìa trova le premesse alle sue creazioni fantastiche nella presenza del mito come espressione della ricchezza interpretativa della realtà, che riesce a trasfigurare persino i due momenti essenziali della nostra esistenza: la vita e la morte; in quella cultura Malìa ritrova anche il mito di una dea della fecondità, che nel suo caso sovrintende alla fecondità dell’immaginazione.

 

E come ogni mito è specchio del luogo che lo ha generato, così la fantasia di Malìa è specchio delle diverse situazioni problematiche che costellano la sua esistenza, frustrando il suo desiderio di pienezza di vita. 

 

La protagonista del romanzo di Marinetta Ferrante si muove tra le mille difficoltà della sua vita, come Ulisse affronta mille difficoltà, sfida più volte la sorte, per approdare nel luogo degli affetti.

 

Il viaggio, metafora della vita, è il filo rosso del romanzo. E il  mito del viaggio si scorge forse anche in quel nome “Argò”, che è il paese di Malìa, ma che solo per un accento si differenzia da Argo, la nave usata da Giasone nel sua viaggio difficile e travagliato, continuamente minacciato dal rischio di mille pericoli, sventati solo dalla provvidenza benigna degli Dei,  e metafora dell’esistenza stessa di Malìa, in cui ella è sorretta dalla fantasia, ma non è forse divino quest’uso della fantasia di cui è capace l’uomo?, fantasia che riesce a darle la carica giusta per andare avanti, per giungere alla meta.

 

Né penso vada taciuto l’aspetto autobiografico, presente non solo nelle vicissitudini di Malìa, ma nella stessa descrizione dei luoghi, a partire proprio da quell’Argò, in cui non è difficile intravedere Cagnano Varano, il paese d’origine di Marinetta, con il suo monte, “la difesa”, come lo chiamano, che lo sovrasta e lo protegge; e ancora in quelle caratteristiche archeologiche e paesaggistiche, come le cavità naturali, la ricchezza di acque che rendono possibile la presenza dell’uomo fin da epoche preistoriche, elementi che ci riportano al Gargano e forse ancora a Cagnano, penso alla zona di Bagni e di Pannoni; per concludere con i riferimenti alle “essenze di zagare, di garofani e gerani”, non siamo ancora nel Gargano, o forse potremmo dire più semplicemente in ambito mediterraneo?

 

Qui realtà e fantasia non sono in antitesi, come nella novella di Gogol citata nel libro. Malìa, nel romanzo di Marinetta Ferrante, dietro l’insegnamento del papà, grazie alla iniziale complicità di questi, esercita un attento dosaggio tra il reale e l’irreale, “senza avvertire stati di confusione e di inquinamento fra l’una e l’altra realtà”, in una sorta di complementarietà tra realtà e fantasia.

 

E alla meta, Malìa troverà gli affetti, come è accaduto per Ulisse, o l’agognato premio, come per Giasone? O, ancora una volta, il confronto tra l’uomo classico e quello moderno si risolverà a favore del primo? Per Malìa si prospetta forse la tragica sorte della “Piccola fiammiferaia”, che papà Eccelso amava raccontarle da bambina: la forza della fantasia di Malìa soccomberà nel suo scontro con la realtà, lasciando,  purtroppo, la Fantasiosa sola con la sua amara realtà di vita?

 

Forse nulla di tutto questo, perché Malìa ha imparato che “Immaginazione e Fantasia sono depositate nello Spirito, nella parte immortale dell’uomo” e questo le proietta ben oltre i limiti naturali dell’uomo stesso, per offrire ancora una volta a ognuno quella pienezza di vita a cui si aspira, almeno in una dimensione altra, in una dimensione in cui finito e infinito, realtà e fantasia finalmente si ricongiungano.

 

  

Pietro  Saggese

 

 "La Fantasiosa" di Maria Antonia Ferrante fa parte della nuova Collana delle Edizioni del Rosone: GLI APOLIDI

 

Privi di cittadinanza, gli apolidi varcano i confini, attraversano le frontiere, gettano ponti, stabiliscono connessioni. In un’epoca in cui l’identità é rivendicata con ferocia, essi si dedicano alla contaminazione, alla comunicazione, alla fusione di orizzonti.

I libri della collana GLI APOLIDI delle Edizioni del Rosone vogliono essere questo: libri che aprono al confronto, che gettano nel mondo della cultura nuove idee, che provocano, che fanno riflettere da una posizione scomoda; libri che, grazie al contributo della stampa digitale, sono a basso costo.

Non solo.

A scelta di ciascun autore, i volumi della collana, oltre che in versione cartacea, potranno essere pubblicati e distribuiti secondo uno dei seguenti criteri, opportunamente precisato ogni volta:

* Anche in versione digitale. Quest’ultima sarà venduta sul sito www.edizionidelrosone.it a un prezzo fortemente ridotto.

* Con licenza copyleft. Il lettore cioé potrà riprodurli e distribuirli, purché non lo faccia con scopo di lucro, non modifichi le opere e le attribuisca al loro autore.

Si tratta di una scelta importante, perché afferma con forza il valore della libertà della cultura e della circolazione delle idee, che nell’era digitale non possono essere ostacolate dai costi da una visione chiusa e miope del diritto d’autore.

 

 

 


postato da URIATINON alle ore 21:12 | link | commenti
categorie: eventi, identitĂ , libri di capitanata
domenica, 17 agosto 2008

Presentato a Peschici il libro di Piero Russo “Terra Bruciata”: cronaca di una giornata apocalittica in cui si è esaltato lo spirito dell’Homo Garganicus

 

“IL GARGANO

NON E' MAI MORTO”

 

 

Ce l’eravamo preparata la domanda, presuntuosamente, prima ancora che iniziasse la serata di presentazione del libro “Terra Bruciata” di Piero Russo (Sentieri Meridiani Edizioni, pagg. 80, € 10.00) tenuta nello spazio della Villa Comunale di Peschici ieri 16, non seguendo e snobbando la voce del mestiere che suggerisce di ascoltare, prima, e chiedere, poi.

 

L’avevamo preparata e al termine delle relazioni dei vari protagonisti presenti (il sindaco Vecera, l’editore Michele Vigilante, l’autore (nella foto) e un’ospite inattesa, la vicepresidente del Consiglio Provinciale dauno Billa Consiglio), non ce la siamo sentita di rivolgere. Il motivo è facilmente arguibile: qualunque tipo di risposta avesse ricevuto, ci era già stata data, da ciascuno dei quattro relatori ma soprattutto da Piero Russo, in particolare quando ha proferito una frase che potrebbe entrare negli annali di un paese martoriato dalla calamità dell’incendio del 24 luglio 2007 (argomento del volumetto reso in cronaca): “Il Gargano non è mai morto!”, quasi un marchio in grado di combattere gli isterismi giornalistici di quelle tragiche ore, un timbro da marcare a fuoco sulla pelle di chi ne decretò la venticinquennale scomparsa dallo scenario turistico del Bel Paese.

 

Per rimarcare la propria affermazione, l’autore aveva già chiesto cinque secondi di silenzio tali da poter ascoltare i rumori della piazza, il brusio frenetico dei frequentatori del vicino Corso Garibaldi, quasi il fruscio dei passi di centinaia di turisti che in quel momento, e da varie settimane, stavano “invadendo” la cittadina garganica; e stigmatizzare le facili conclusioni, diventate luoghi comuni, sulla (in)ospitalità del garganico, la (non)capacità di saper “accogliere” del peschiciano, che in altri posti assumono e acquistano espressioni lessicali ben diverse e molto meno “denigranti”.

 

Quale la domanda? “La lungimiranza di un cronista (perché Piero Russo è un cronista nato, cresciuto e pasciuto, come diciamo noi da queste parti; nda) talvolta è superiore alla lungimiranza di un politico. Quali scenari, allora, prevede per questo territorio il cronista Piero Russo in un futuro molto prossimo?”

 

Una domanda divenuta inutile perché sia lui, sia l’assessore Consiglio, sia (in parte) sindaco e editore, avevano già fornito una risposta. Specialmente lui, l’autore, con le sue dichiarazioni d’amore per questa terra - non sua, ma alla quale è legato come se gli avesse dato i natali - e le sue prese di posizione in favore di questa terra e la sua difesa di questa terra (difesa da ogni attacco becero e pseudointellettuale) e le sue escursioni solitarie su questa terra per comprenderne le reazioni alla durissima stangata e il suo rispetto per chi abita questa terra e il suo apprezzamento per quanto ha dimostrato di saper fare e il suo ossequio per come ha dimostrato di sapersi “donare”.

 

Una domanda divenuta inutile perché anticipata dalle dichiarazioni d’intenti del primo cittadino: basta parlare d’incendio, guardiamo avanti, pensiamo a un libro che s’intitoli “Terra Rinata”, apprezziamo lo spirito di solidarietà dei turisti tornati a riempire le nostre strade e i vicoli della città vecchia, offrendo una dimostrazione di partecipazione atta a confortare gli animi, sollevarli dalle ambasce e suggerire: dai, che ce la potete fare!

 

Una domanda divenuta inutile perché “bruciata” dalle emozioni di Billa Consiglio, dai suoi brividi procurati dalla lettura del testo-cronaca in cui il rigore giornalistico si è tradotto in appassionato amore per Peschici, dal suo spontaneo “grazie” a chi quel giorno si è trasfigurato in angelo salvatore, dalla sua volontà di tornare qui per “qualcosa di bello” (frase dichiaratamente mutuata dall’omelia dell’ex arciprete locale, don Giuseppe Clemente, pronunciata durante la messa in suffragio dei tre morti peschiciani e della natura sacrificata a un dio minore: il dio dell’idiozia e della scelleratezza).

 

Una domanda divenuta inutile anche per la conclusione cui è giunto, con disarmante schiettezza, l’editore: l’uomo, quel giorno, si è rivelato migliore delle istituzioni.

 

Personalmente ringraziamo l’autore per averci regalato un istante di gioventù, quando anche noi, come lui, imparammo, fra le lacrime, a rispettare questo lembo di eden, e a amarlo, davanti all’incendio della “Reseca” (1967), o avendo di fronte il rogo di Monte Pucci (1996), o calpestando le ceneri e gli scheletri di Tavole di Pietra (1999), o ascoltando da lontano, perché eravamo lontani, pianti recriminazioni bestemmie urla maledizioni appelli scoppi crepitii di San Nicola e Madonna di Loreto e Coppa di Cielo e Manacore e Zaiana e Calalonga (2007).

 

Non sappiamo a quale libro stia pensando adesso Piero Russo, ma qualunque esso sia, o sarà, di sicuro non si allontanerà da un’orma che ormai l’ha segnato: assemblare da par suo un’altra cronaca - questa volta “bianca”, se non addirittura “rosa” - in modo da renderla fluida e scorrevole come un romanzo avvincente, suggestivo e trascinante. Auguri.

 

Piero Giannini          

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categorie: eventi, libri di capitanata

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