
Al Tribunale dei Minori di Bari
Davide Marasco è nato il 28 aprile agli Ospedali Riuniti di Foggia. Subito dopo la nascita è stato trasportato in terapia intensiva neonatale per uno pneumotorace. Nelle ore, nei giorni successivi le notizie si sono susseguite, in un crescendo che ha via via eroso la speranza: Davide forse non ha i reni, Davide certamente non ha i reni, Davide ha la sindrome di Potter. Nome simpatico per una malattia terribile. I bambini affetti da sindrome (o sequenza) di Potter non hanno i reni, hanno i piedi torti, non hanno o hanno poco sviluppati gli ureteri e la vescica, hanno
malformazioni al viso (facies di Potter) e, nel 60% dei casi, malformazioni intestinali ed anorettali. Nel caso di Davide, a ciò si aggiunge l’altissima probabilità di danni cerebrali per mancanza di ossigeno durante il parto. La prognosi per la sindrome di Potter è “costantemente infausta” (R. Domini-R. De Castro, Chirurgia delle malformazioni urinarie e genitali, Piccin, Padova 1998, p. 96). Quasi tutti i bambini affetti da questa malattia muoiono subito dopo il parto. Nel caso di Davide, le cose vanno diversamente. Il bambino sopravvive alle prime ore. Nei giorni successivi le sue condizioni polmonari migliorano, fino a non rendere più necessaria la respirazione artificiale.
Nel raccontare i nudi fatti abbiamo tralasciato di riferire lo stato d’animo dei genitori. Non occorre spendere molte parole: ognuno può figurarselo. I genitori di Davide passano dalla felicità per la nascita al dolore, alla speranza che cerca di alimentarsi frugando nelle pieghe dei resoconti dei medici. I quali, però, di speranze non ne lasciano. L’indicazione che ricevono dai sanitari è chiara: un bambino con quella malattia non può sopravvivere, insistere sarebbe egoismo. Si rassegnano, comprendono. E’ doloroso, ma bisogna fare i conti con la realtà. Quando Davide comincia a respirare da solo, la situazione cambia di colpo. Ai genitori, che con non poca sofferenza hanno accettato una situazione così disperante, si chiede ora di fare una scelta: evitare ogni ulteriore trattamento, oppure autorizzare la dialisi. Non è una scelta facile. Nessun genitore vorrebbe arrendersi alla morte del figlio. Ma la dialisi è forse, in questo caso, una forma di accanimento terapeutico. Una terapia dolorosa ed invasiva che con ogni probabilità non eviterà a Davide la morte. I genitori sono confusi. Non è facile passare dalla gioia al dolore alla speranza alla rassegnazione. Né è facile capire cosa è bene e cosa è male per Davide. Chiedono tempo. Vorrebbero discuterne con il comitato etico dell’ospedale. Nella rivista eMedicine si legge che nel caso di sindrome di Potter con pneumotorace “può non essere indicato un ulteriore trattamento”, e che “la decisione dev’essere presa dopo una discussione con i genitori”. Così vanno probabilmente le cose all’estero; non in Italia. Nessuna discussione, nessuna riunione del comitato etico. Con un atto di forza incomprensibile ed umanamente deprecabile, il primario del reparto di terapia intensiva degli Ospedali Riuniti si rivolge al Tribunale per i Minori di Bari per chiedere la sospensione dei genitori di Davide dalla potestà genitoriale, ottenere di esserne nominato tutore e autorizzare, in quanto tutore, il suo trasferimento presso un ospedale attrezzato per la dialisi. Viene accontentato. Con provvedimento del 10 maggio il Tribunale per i Minori di Bari sospende la potestà genitoriale dei genitori di Davide. La decisione è presa “inaudita altera parte e senza ulteriori approfondimenti del caso”, dice il provvedimento. Che vuol dire: senza ascoltare i genitori di Davide e senza nemmeno chiedersi cos’è una sindrome di Potter.
Ora Davide si trova presso l’ospedale Giovanni XXIII di Bari. Vi è stato trasportato senza che i genitori venissero informati; hanno saputo dove si trovava il figlio solo a trasferimento avvenuto. Ai medici dell’ospedale di Bari, persone umane e premurose, non sono stati forniti i numeri di telefono dei genitori di Davide.
Le condizioni di Davide sono attualmente disperate.
Non è facile, in situazioni così gravi e difficili, fare la cosa giusta. Sbagliare è comprensibile, sempre; in questi casi lo è di più. Ma è difficile non scorgere in alcuni passaggi della storia che è stata raccontata una incomprensibile insensibilità nei confronti di persone che si sono trovate ad affrontare un grande dramma umano. Il provvedimento di sospensione della potestà genitoriale è offensivo e umiliante, ed ha arrecato una grande sofferenza psicologica a persone già duramente provate.
Per questo chiediamo che il provvedimento venga sospeso e che venga riconosciuto ai genitori di Davide Marasco il diritto di dire la loro sul futuro di loro figlio e sui trattamenti medici cui sottoporlo.
Firma la petizione:
http://www.petitiononline.com/davmar/petition.html
Scrive Mina Welby:
| Mina Welby | In questi momenti così difficili voglio essere vicina a Davide e ai suoi genitori e chiedere che il Tribunale non si accanisca contro ogni ragione e sia umano, dando forte supporto psicologico ai genitori, per poter decidere loro in consapevolezza e responsabilmente della sorte del proprio figlio. | Roma |
Cerisdi, Palermo - 28, 29, 30 maggio 2008
Alla luce dei brillanti risultati conseguiti dal convegno "Miti Mediterranei" (Palermo-Terrasini, 4,5, 6 ottobre 2007) e delle istanze giunte dai relatori intervenuti, dai partecipanti e dalle Istituzioni pubbliche, la Fondazione Buttitta, in collaborazione con il Centro Ricerche e Studi Direzionali (CERISDI) e con il Dipartimento Città e Territorio dell'Università di Palermo, intende ulteriormente sviluppare le relazioni con studiosi, italiani e stranieri, di Antropologia, Sociologia, Storia e Storia delle religioni proponendo un convegno dal titolo di "Riti mediterranei". Il Convegno prevede di approfondire la conoscenza delle molteplici forme rituali e del simbolismo cerimoniale dei Paesi del Mediterraneo e di rintracciarne le radici comuni e le specificità culturali, allo scopo di rimarcare il ruolo centrale del Mediterraneo negli ininterrotti rapporti culturali tra Oriente e Occidente. Il Convegno sarà realizzato presso Castello Utveggio, Palermo, dal 28 al 30 maggio.
MERCOLEDÌ 28 MAGGIO
ore 9.00
Saluti inaugurali
Introduzione ai lavori
Prof. Tullio De Mauro, Presidente della Fondazione Ignazio Buttitta Avv. Raffaele Bonsignore, Vice Presidente del CERISDI
Presiede Vincenzo Guarrasi
Marino Niola, Università "Suor Orsola Benincasa", Napoli
L'invenzione del Mediterraneo. Archeologia, allegoria, antropologia
Giulio Angioni, Università di Cagliari
Il "bando" della danza nella ritualità cristiana
Gianluigi Bravo, Università di Torino/Piercarlo Grimaldi, Università del Piemonte Orientale
Le vicende della danza delle spade e la sua concentrazione in Piemonte
Isidoro Moreno Navarro, Università di Siviglia
La activación de los rituales religiosos en Andalucía: globalización e identidades colectivas
Elsa Guggino, Università di Palermo
Rituali magicoterapeutici in Sicilia
ore 15.00
Presiede Maurizio Carta
Domenico Scafoglio, Università di Salerno
Le Amazzoni contadine. Il mito delle brigantesse dell'Italia postunitaria
Valerio Petrarca, Università "Federico II", Napoli
Il folklore religioso tra paganesimo e cristianesimo
Laura Faranda, Università "La Sapienza", Roma
Confini contesi: Divagazioni antropologiche su due Madonne nere e le loro gemelle
Francesco Faeta, Università di Messina
Visione, memoria, somiglianza. Simulacri e contesti rituali
Salvatore D'Onofrio, Università di Palermo
Non è santo che suda
Stefano Montes, Università di Palermo
Micro-antropologie del quotidiano e riti mediterranei
GIOVEDÌ 29 MAGGIO
ore 9.00
Presiede Salvatore Nicosia
Jean Cuisenier, Centre de Ethnologie français
Héros épiques, héros tragiques et marins d'aujourd'hui: la figure du devin et la pronostication du temps
Piero Bartoloni, Università di Sassari
Nuovi dati sul rito del tofet
Sebastiano Tusa, Soprintendenza del Mare
Riti e miti del mare nell'antichità mediterranea
Alberto Borghini, Politecnico di Torino
Negli intorni simbolici dell'Artemide Efesia: la quercia e la ghianda in ambito antico
Rosalia Marino, Università di Palermo
Il Mito di Venere-Afrodite in Sicilia tra politica e cultura
Attilio Mastino, Paola Ruggeri, Università di Sassari
Miti e riti tra Sardegna e Sicilia in età antica
Nicola Cusumano, Daniela Bonanno, Università di Palermo
"E l'altro dietro a lui parlando sputa". Pratiche rituali in Grecia
ore 15.00
Presiede Attilio Mastino
Amalia Signorelli, Università "Federico II", Napoli
Case mediterranee. Miti, riti, sogni, desideri intorno a un oggetto molto materiale
Luigi M. Lombardi Satriani, Università "La Sapienza", Roma
Il linguaggio del sangue tra "murmuru" e nuovi silenzi
Mauro Geraci, Università di Messina
Albania, un mare di libri. Scritture, editorie, poetiche della "transizione"
Caterina Pasqualino, Fondation Maison des Sciences de l'homme
Il richiamo dei morti
Maria Solimini, Università di Bari
I riti della terra madre
Paolo Sibilla, Università di Torino
Diffusione, permanenza e destini di un culto tardo antico. I martiri della Legione Tebea nelle costruzioni culturali e nelle pratiche rituali alpine
Vincenzo Matera, Università "La Bicocca", Milano
Epistemologia e pratiche etnografiche contemporanee: la lamentazione funebre e il paradigma dell'incorporazione
VENERDÌ 30 MAGGIO
ore 9.00
Presiede Silvana Miceli
Vincenzo M. Spera, Università del Molise
Grano tagliato e bianchi lini. Su due riti popolari rilevati a Cipro
Letizia Bindi, Università del Molise
Volatili misteri. Festa e città a Campobasso
Rosa Parisi, Università di Foggia
Simboli, memoria e politica. La festa di San Bernardino e le narrazioni della storia cittadina
Maria Margherita Satta, Università di Sassari
Riti propiziatori e giostre equestri in Sardegna
Maurizio Del Ninno, Università "Carlo Bo", Urbino
I Ceri di Gubbio e i Candelieri sardi. Il caso di Ploaghe
Mario Bolognari, Università di Messina
La festa di San Pancrazio a Taormina
Ignazio E. Buttitta, Università di Sassari/Rosario Perricone, Folkstudio, Palermo
Il circu della vita e della morte
ore 15.00
Presiede Antonino Buttitta
Patrizia Resta, Università di Foggia
Costruire l'immagine di sé. Eventi festivi nel promontorio del Gargano
José Antonio González Alcantud, Università di Granada
Dragones que mueven a risa: Las Tarascas del Mediterraneo de Tarascon a Granada
Sergio Bonanzinga, Università di Palermo
Il tarantismo in Sicilia
Antonello Ricci, Università "La Sapienza", Roma
Suono e rito. Pratiche sonore e orizzonti dell'immaginario
Ottavio Cavalcanti, Università della Calabria
Persefone rivisitata
Fatima Giallombardo, Università di Palermo
Una corsa per i santi
ore 19.00
U Cuntu, "Carlotto contro Polinoro" di Gaetano Celano
http://www.fondazionebuttitta.it
Una settimana fa, nella mia casella di posta elettronica ho trovato un’e-mail di Cecilia Porro, regista di "Taccuino Italiano", trasmissione radiofonica di RAI International:
«Seguiremo tappa dopo tappa i luoghi del Giro d'Italia. Come saprà, giovedì 15 è previsto il giro del Gargano, con arrivo a Peschici. Mi piacerebbe che fosse lei la nostra guida al Gargano, alla sua storia, alle sue tradizioni; abbiamo 15 minuti a disposizione, da registrare telefonicamente nei prossimi giorni. La prego di contattarmi per farmi sapere se è disponibile e, eventualmente, per concordare gli argomenti di cui parlare. Se vuole conoscere la trasmissione, che va in onda via satellite e su internet, la invito a visitare il sito www.international.rai.it/taccuinoitaliano ;
le tappe del Giro d'Italia saranno inserite nello spazio "Oggi parliamo di...", alle 14.45 circa. Spero di sentirla presto».
Naturalmente, Cecilia Porro mi ha sentito.
Di cosa ho parlato? Ma naturalmente degli artisti che hanno amato Peschici scegliendola, fin dagli anni Cinquanta, come “luogo dell’anima”.
Oggi ne parlo anche ai lettori del mio blog.
Al pittore Alfredo Bortoluzzi, che nel 1953 chiedeva a un’agenzia di viaggi come arrivare nella cittadina garganica, consigliarono di prendersi una bicicletta
Peschici “luogo dell’anima”
di Bortoluzzi e Conversano

L’ispirazione materica è alla base della passione che alcuni pittori nutrono per Peschici e per i colori della sua tavolozza mediterranea, che costituiscono da sempre un polo di attrazione per molti artisti italiani e stranieri.
ALFREDO BORTOLUZZI, leggendario artista di origine italiana, si stabilì a Peschici nel 1957, in un bianco villino laboratorio antistante la spiaggia, in località Valle Clavia. “Un fascio di luce mediterranea trasfiguratrice di ogni cosa, lo aveva ammaliato e ancorato ai piedi della rupe di Peschici “. Nella Germania degli anni Trenta il pittore era stato allievo dei mitici maestri della Bauhaus: Klee, Kandisky, Albers, Schlemmer. Una loro mostra collettiva di dirompente sperimentalismo fu sequestrata dal regime nazista nel 1933 a Dusseldorf. Bortoluzzi smise di dipingere e si dedicò al balletto classico, diventò quindi coreografo e scenografo di successo.
In una bellissima intervista di una decina di anni fa, l’artista, visibilmente commosso dai ricordi, ci racconta il suo primo rocambolesco ma affascinante viaggio-scoperta verso il favoloso Gargano: «Sono arrivato a Peschici nel 1953 per la prima volta, era in febbraio... Il mio critico d’arte mi aveva raccontato del Gargano... molto bello, verde e selvaggio e così mi sono messo in viaggio fino a Roma. A una agenzia di viaggi ho chiesto come si arriva nel Gargano. Mi hanno detto: “Si può andare fino a San Severo e là non c’è più un mezzo per andare più avanti; prenditi una bicicletta”. Ma abbiam trovato un trenino e un pullman che ci hanno portato fino a Peschici. Siamo andati subito alla spiaggia, era dopo una pioggia, avevano messo le barche ad asciugare e le vele erano tutte dipinte dagli stessi pescatori con colori molto vivaci, anche una Madonna. Era bellissimo, mi ha impressionato molto. La gente aveva una cultura rustica, erano molto gentili. Quello che mi è piaciuto molto a Peschici erano le cupolette delle case, quasi orientali, mi sembrava che le onde e le cupole avevano lo stesso movimento. E mi sono innamorato di Peschici. E adesso sono diventato proprio meridionale e mi sento a casa, qui…».
Secondo il critico Carlo Munari, il pittore aveva colto Peschici quale simbolo del suo stesso atteggiamento spirituale, protesa com’è, simile ad un’invocazione, verso il mondo greco. I monti, e le valli, e il mare, le ore di Peschici diventano pretesti per evocare la Stimmung della solarità. Molti pittori, avventuratisi a dipingere laggiù nella suggestione delle luci e dei colori garganici, si sono ritrovati, alla fine, prigionieri di quelle suggestioni. Solo lui, Bortoluzzi, ha saputo imprimere all’immagine la vitale energia di un’intuizione poetica. E strutturarla, quell’immagine, in una durata, sottraendola all’occasionalità effimera. L’immagine si decanta in visione, nella maniera impalpabile del sogno.
Bortoluzzi è morto qualche anno fa, a novant’anni, ma il suo ricordo è ancora vivo in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. La Chiesa Matrice di sant'Elia di Peschici ha il privilegio di essere ricca delle sue opere, tra cui uno stupendo polittico d’altare e le stazioni di una Via Crucis.
Un altro grande pittore, “innamorato” della nostra Peschici, è ROMANO CONVERSANO. Egli nasce il 30 settembre 1920 a Rovigno d’Istria. Nel solaio della “casa veneziana, con l’altana, a picco sul mare”, ancora ragazzo ritrova, per caso, i vecchi attrezzi per dipingere del nonno materno. Scopre così la propria vocazione artistica, distinguendosi per l’abilità del segno che contorna le figure senza soluzione di continuità. A Parigi, oltre ai quadri degli impressionisti, scopre la poesia dei simbolisti; “le bateau ivre”, l’ivresse di Rimbaud sono simili a quelli istriani, misti di bora, mare e cielo.
Più tardi in Spagna scopre i colori delle terre, le case contadine cubiche, scolpite nel tufo. Milano è il luogo di lavoro, ma la malinconia padana, le nebbie, le estati continentali non lo ispirano, se non nel “ripensamento”.
E’ l’Italia del sud ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: vi scende di corsa, tormentato dall’idea che l’improvvisa illuminazione gli possa sfuggire come acqua tra le dita aperte.
“Arroccata sul promontorio del Gargano, Peschici appare a Conversano, in un mattino d’estate, come una visione di fiaba: un bianco candeggiato, un lustro di rocce, un cielo satinato sul mare di smeraldo puro. Quando rocce, mare e cielo appaiono agli occhi del pittore, non hanno bisogno di essere amati, poiché lo sono già da tempo immemorabile... E diventano un luogo della memoria, un luogo dell’anima. E’ il lontano 1957. Il mare, gli scogli, la pineta, la vegetazione aggrovigliata e lucente gli appaiono il luogo congeniale dove fermarsi, dove poter costruire, un quadro dopo l’altro, il proprio racconto pittorico... Cerca un luogo qualsiasi, un locale ampio, una stalla. Trova invece un castello medievale un tempo fortezza, torre d’avvistamento, a picco sul mare, ormai rudere, per il quale si trasforma in fabbro, falegname, restauratore...
Diventerà il suo rifugio, a contatto con la natura, lontano dal caos metropolitano, dove è possibile «addormentarsi col rombo del mare sotto le finestre, svegliarsi col suo respiro possente, avendo subito negli occhi colori incredibili». Dipinge ammaliato da quelle luci, dall’incantesimo di quel mare sempre azzurro, fra rocce, pini d’Aleppo e sabbie. E’ il periodo dedicato alla “Puglia antica”, ma anche alle enigmatiche “donne del mare”, quelle donne che aveva ritrovato proprio qui, cariche del loro antico fascino slavo e mediterraneo.
E’ lo scrittore Dino Buzzati a descriverci magistralmente le sue marine, il chiarore accecante delle case mediterranee controra, i trabucchi, il mare di cobalto, le donne, facendoci immergere nella magia del Castello, studio artistico d’eccezione, “antico fortilizio sul ciglio della rupe precipitante a picco nel mare”. Conversano riesce a comunicargli il senso del vuoto, della profondità dell’abisso: “scaglie di colore, verdi e azzurri dominanti, fuse e sovrapposte a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione”. “Ma è soltanto la luce a far questo?” “o è una irrequieta sensibilità del pittore che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?” si domanda Buzzati.
E’ la sua stessa risposta ad evocare ulteriori suggestioni: “Non si muovono solo le acque laggiù, ma si muovono anche le scogliere, tremolano le bianche case nel sole meridiano e non riescono all’immobilità neppure gli alberi, i prati, la pelle delle giovani donne, non parliamo poi degli occhi!“.
Anche il poeta Mario Luzi fu profondamente colpito dagli occhi delle “donne d’oggi e di sempre” di Romano Conversano, nereidi dotate di sguardo indagatore, franco, che rivelano a ciascuno di noi il suo cuore vero.
E' on line IL GARGANO NUOVO MAGGIO 2008

Puoi scaricarlo qui:
http://files.splinder.com/e428c0239c173d6d7851a123c529ead3.pdf
Buona Lettura!

A margine della sagra delle arance di Rodi Garganico
A margine della sagra delle arance con cui Rodi G.co ha reso omaggio sabato 3 alla sua Oasi Agrumaria, abbiamo recuperato un illuminante scritto di Terry Rauzino. Ve lo proponiamo con l’intento di contribuire ad assegnare il giusto valore a certe manifestazioni.
«Tempo fa RaiUno si è collegata con Rodi Garganico: una carrellata dal cuore dell’Oasi Agrumaria, alla riscoperta di profumi, sapori e cultura.
Un’attenzione che premia l’impegno di tutti coloro che stanno sostenendo fortemente, in collaborazione con Italia Nostra e il Parco Nazionale del Gargano, il recupero di questa storica realtà produttiva, curandone la promozione con convegni sull’agrumicoltura sostenibile e la creazione di originali percorsi turistici.
“A tavola con le arance”, slow food proposto per la prima volta in occasione della diretta televisiva, è un percorso dal gusto invitante, ricco del suadente profumo di zagare, e dei sapori freschi dell’arancia e del limone.
Se verrà riproposto, come raffinato menu, dai ristoratori non solo di Rodi, ma di tutta l’area protetta, meraviglierà il turista più disincantato, alla ricerca di proposte nuove, oltre la scontata offerta sole-mare-spiagge pulite.
Al pari dell’itinerario segreto “A passeggio tra gli agrumeti”, svela la vera identità del territorio rodiano, di cui i “giardini” sono un importante tassello.
Un percorso del gusto per rivivere, o far vivere per la prima volta, sensazioni antiche ormai dimenticate.
I nomi di Ciampa & Sons, De Felice, Ricucci, Ruggero, Del Giudice, Pacifico, Russo, Ognissanti, Gramigna, Carnevale, Giovannelli, oggi poco o niente ci dicono. Eppure, singolarmente o uniti nella “Società Agrumaria di Rodi”, erano “premiate ditte”, che partecipavano con successo alle fiere internazionali di Paris, London e New York già dalla fine dell’Ottocento.
Le suggestive, coloratissime locandine in inglese, con in primo piano procaci “bellezze al bagno”, raccolte oggi nel catalogo “Rodi for ever”, ne costituirono gli accattivanti “promo”.
I pubblicizzati limoni, arance e cedri, trasportati in Dalmazia e a Trieste da otto trabaccoli e da numerosi barconi, venivano smistati in Germania, Austria, Jugoslavia, Ungheria.
Nel 1870 Isidoro Tomas aprì un canale commerciale transoceanico con gli Stati Uniti d’America. Col succo dei limoni i Tomas e i Coston fabbricavano a Rodi il rinomato estratto di “poncio”, molto richiesto in Germania.
Gli oli essenziali erano ricercati dai profumieri per le loro fragranze. Ma ricostruiamo ancora una volta la storia dell’Oasi. Si racconta che Melo da Bari, quando incontrò i Normanni nella Basilica dell’Arcangelo Michele a Monte, per invogliarli alla conquista della Puglia, donò loro i “pomi citrini” del Gargano.
Fino al 1500 il “melangolo”, un arancio amaro, era l’unica qualità di agrume coltivata in Europa. L’arancio dolce introdotto in Portogallo nel 1520, fu impiantato sul Gargano alla fine del Seicento. Nel Settecento i “giardini” fecero la fortuna di Rodi: un continuo traffico commerciale vide impegnati gli abitanti con i Veneziani e gli Schiavoni, che vi approdavano ogni giorno a caricare vini, arance, limoni.
La piccola oasi produttiva di circa mille ettari, per gli avanzati metodi colturali adottati, rappresentò un perfetto modello d’arboricoltura intensiva: secondo Serafino Gatti, era il tesoro dei paesi della costa. Nel 1848 vi si coltivavano diverse specie di agrumi: Francesco La Martora ne elenca nove.
Tra le varietà di “Portogallo” ricorda l’Arancia acre e l’Arancia dolce; tra quelle di “Limone”, la Limoncella, il Limone dolce, il Bergamotto, la Lima di Spagna, il Barberino; tra quelle di “Cedro”, il Bulsino e il Belvedere.
I “giardini” producevano 100 milioni di frutti all’anno, circa 150mila quintali. Una vera e propria “divisione del lavoro” impegnava operai specializzati: dai raccoglitori ai ragazzini che, con “sporte” e “cuffine” trasportavano il prodotto al “muntone”, alle “scapatrici” che con i calibri (“ferritte”) separavano i frutti a seconda della pezzatura, alle “incartatrici” che, sulla filiera del “canalone”, prima di riporli nelle cassette di legno di faggio, avvolgevano gli agrumi in preziose veline, con i “logo” delle ditte.
Una confezione accurata che meravigliò i Savoia per la bella immagine che conferiva al prodotto. Il ministro Ponzio Vaglia nel 1905 si complimentò con la premiata ditta Ricucci che aveva inviato in dono alla famiglia reale i suoi fragranti e profumati frutti.
Quale futuro per la moderna Oasi Agrumaria?
Oggi si stanno rilanciando, con i “Presìdi”, i prodotti tipici, di cui le arance “durette”, le “bionde” e il limone “femminello” del Gargano, sono la punta di diamante.
Le aziende Ricucci, Saggese, Damiani, Budrago al “Salone del gusto” di Torino hanno riproposto gli agrumi negli incarti tradizionali, registrando un successo che non ha sorpreso chi da anni apprezza la qualità organolettica del loro prodotto biologico.
Interesse ha riscosso anche l’accurata trasformazione, di cui Fausta Munno è un’originale interprete, con il delicatissimo liquore di zagare e l’ambrosia d’arancio.
Gli agrumi garganici sono presenti sul mercato, oltre che nei mesi invernali, nel periodo estivo in cui le altre varietà, nazionali e internazionali, mancano.
E’ questa la carta vincente che potrebbe assicurare quote importanti di mercato e il giusto incentivo a chi deciderà di curare i “giardini”, quasi abbandonati, che occupano una superficie di 400 ettari.
Oggi, la rivalutazione delle produzioni agricole è legata alla tipicità e alla biodiversità. Il marchio IGP, importante traguardo per il “Consorzio di Tutela degli agrumi del Gargano”, ha contribuito a dare l’abbrivo al ripristino di una produttiva Oasi Agrumaria e al lancio di una qualificata occupazione giovanile nel settore.
La memoria degli “Splendori di un passato” non poteva essere perduta per la necessità di ritessere quel filo cosmopolita che, nei secoli scorsi, consentì alla popolazione di quest’area di portare per il mondo i suoi gustosi prodotti con originale fantasia promozionale e arditezza imprenditoriale!»
Una sagra in cui l’hanna fatta da padroni assoluti arance e limoni dell’Oasi Agrumaria
SABATO 3 MAGGIO:
RODI RENDE OMAGGIO
ALLA PROPRIA RICCHEZZA
di PIERO GIANNINI

Dal pomeriggio del 3 maggio a sera inoltrata, vi hanno partecipato tutti: singoli privati e operatori turistici, imprenditori addetti ai lavori e scolaresche. Una festa di colori, suoni, giochi, profumi, balli, canti e danze (giovanissimi ballerini si sono esibiti in una sfrenata pizzica carpinese ossequiando le tradizioni dei padri).

Tra banchetti addobbati (uno allestito persino dal “glorioso” URIATINON… Cos’è? Scopritelo da soli, se siete capaci!) e imbanditi in concorrenza con tavolate da pranzo natalizio o matrimoniale e artisti di strada lanciati nelle loro funamboliche acrobazie, si sono sviluppati orgoglio e passione di chi ha voluto riportare agli antichi fasti, nelle loro più diversificate utilizzazioni, frutti che hanno colmato i mercati di mezza Europa osando perfino varcare gli oceani. Erano i primi anni del Novecento, certo, ma sono ritornati, o almeno stanno ritornando a farsi rispettare.
Le foto parlano da sole, ha suggerito con la solita modestia l’autrice (Terry Rauzino), che proprio per questo non ha voluto stendere un rigo di commento. E sono talmente tante che non abbiamo resistito a sceglierne una trentina e farne addirittura tre pagine da pubblicare su questo sito. Godetevele tutte! …

Dimenticavamo la consueta sollecitazione quando si tratta di… politici. LETTERINA - Esimio signor Carmine D’Anelli, sindaco di Rodi, cerchiamo di fare in modo che certe manifestazioni non si esauriscano per inedia. Non ci faccia dire altro, perché entrambi sappiamo (noi forse più di lei!), cosa s’intenda per inedia. Sono così ricche di fascino, turbamento, retaggio, malìa, magìa, che vedersele sfumare sotto gli occhi farebbe male al cuore. A buon intenditor… FINE DELLA LETTERINA
PIERO GIANNINI (su www.puntodistella.it )
L'intero album fotografico della sagra delle arance è visionabile sul blog di Terry Rauzino:
http://rauzino.spaces.live.com/
