E' ON LINE IL GARGANO NUOVO MARZO 2008:
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Alla premiazione di “Assaggi”
Il J'accuse di Enzo D’Amato su Kàlena
“Questa lodevole iniziativa è stata sostenuta con entusiasmo dalla Provincia di Foggia – ha dichiarato Sergio Clemente – che in questi anni ha promosso arte e cultura come sinonimo di progresso e di emancipazione formativa, sociale e civile e si è impegnata in un percorso virtuoso; quello di ridare prestigio alle nostre istituzioni e al nostro patrimonio culturale e di creare tra enti, associazioni e scuole una rete che ha come obiettivo primario la conoscenza e la valorizzazione delle risorse del nostro territorio. Mi auguro che segua una seconda stagione di questa splendida iniziativa – ha concluso Clemente – visto che è stata messa in campo una splendida sinergia tra diversi enti”. Durante la serata sono stati premiati alcuni giovani talenti del panorama musicale locale, come i pianisti Domenico Monaco, Antonio Russo e Antonio Di Dedda, il chitarrista Andrea Roberto, al soprano Michela Sarcina, al mezzosoprano Tina D’Alessandro e al tenore Pierdavid Lombardi, ma riconoscimenti sono andati anche ai ragazzi del coro di voci bianche, del coro giovanile e del coro polifonico.
L'Amministrazione provinciale ha conferito anche ai relatori di "Assaggi di Arte", delle targhe di riconoscimento.
Da Peschici, in rappresentanza di Teresa Rauzino, presidente del Centro Studi Martella, ha ritirato la targa Enzo D'Amato, "pasionario" autore del dossier/denuncia "Salviamo Kàlena da un'agonia di pietra" , che ha fatto il punto sulle velleitarie promesse Istituzionali per il recupero del prezioso monumento garganico.
Ancora oggi, purtroppo, quello che è stato definito uno dei più amati "luoghi del cuore" del FAI, è impietosamente soggetto ad un degrado inaccettabile, nonostante si siano levati, da ogni dove, innumerevoli appelli per salvarlo.
Riportiamo integralmente il significativo intervento di D'Amato:
«Sono ben lieto di ritirare questo riconoscimento, che finalmente attesta l’impegno del Centro Studi "Martella", cuore pulsante per la rinascita di un monumento di Peschici.
Da parte mia, sono stato la coscienza scomoda, affinchè tutti perseguissero un’unica finalità: salvare un’abbazia. Kàlena!
Uno scrigno chiuso che rispecchia una realtà; un gioiello costruito dall’uomo, ma dallo stesso condannato al suo oblio culturale, artistico e spirituale. Ricordo ancora una volta che essa viene ufficialmente aperta al pubblico solo in occasione della festa dell’8 settembre.
La nostra voce è stata quella di studiosi e cultori dell’antico, che vedono man mano deteriorarsi un eccezionale patrimonio artistico della nostra storia passata e delle nostre radici culturali e spirituali.
Questa abbazia appartiene nella sua originale vocazione e nella sua interezza, alla coscienza di tutti. Ha contribuito ad aggregare gli uomini della nostra terra ed ha rappresentato l’altalenante vita spirituale, economica e sociale dei vari Ordini monastici insediatisi nella badia.
Sono però indignato ed amareggiato come uomo di cultura, come studioso e come cittadino, di come “il problema Càlena”, sia stato condotto, sentito, e ... tuttora irrisolto:
- Si è parlato di esproprio. Mai fatto dal comune di Peschici, nonostante il Consiglio lo abbia deliberato fin dal luglio 2005!
- Si è parlato di “Progetto integrato” per ottenere dei fondi per Calena. Parole difficili.
Nulla si sa.
- Si è parlato di acquisto dell’immobile da parte del Comune. Sono stati dei semplici approcci con i proprietari, non seri e voluti accordi.
- Si è parlato di Fondazione. Ma, dello Statuto celermente approntato dal Centro Studi Martella, ed inviato alle istituzioni, associazioni, presenti la sera del 26 febbraio 2007, poco si sa. Pubblicamente tutti erano pronti a firmarlo! Risposte ufficiali? Oltre alla Provincia di Foggia, la prima a rispondere positivamente insieme all’Università di Foggia, stiamo ancora attendendo le risposte dalle altre istituzioni.
Eppure lo Stato era intervenuto positivamente, stanziando migliaia di Euro per il restauro ed il recupero dell’abbazia. Sarebbero serviti come fondo-cassa per attivare la Fondazione!
- Si è parlato di finanziamento dello Stato? Bene.
Ma nell’aprile del 2007, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare dell’On. Di Gioia sul caso Calena, scrive tra l’altro: «Non si hanno, inoltre, notizie aggiornate su eventuali restauri nel frattempo effettuati dal Comune con il finanziamento di Euro 350.000 concesso dal Ministero dell’Economia».
- Sono ora disponibili altri 500.000 Euro, ottenuti da Mons. D’Ambrosio dal Ministro Rutelli per il consolidamento, restauro e risanamento delle due Chiese di Calena.
Da dieci anni si parla di Calena, positivamente e negativamente di quest’abbazia che è un bene comune di tutti e di ciascuno. E’ stato detto infinite volte: faremo! Solo vaghe promesse di impegni.
Talleyrand giustamente affermava: «La lingua fu data agli uomini affinché potessero meglio nascondere il loro pensiero».
Su Kàlena finora soltanto tante parole, parole…. sempre parole.
Ci chiediamo: «Quali pensieri nascondono?».
On line la versione web del mensile di Piero Giannini
In bocca al lupo, "punto di stella"!
Il mio augurio che la versione web di "punto di stella" riesca ad avere il successo che ha già registrato, in questi pochi mesi di vita, con il cartaceo, distribuito gratuitamente a Peschici e nelle edicole di molti paesi del Gargano.
"Punto di stella", nella tradizione di Peschici, è un giorno festivo (il 20 luglio, il 15 agosto) tradizionalmente vocato alle attività spirituali, e ad alto rischio per chi queste feste trasgredisce dedicandosi ad attività lavorative o ludiche.
Si racconta di marinai e ragazzi inopinatamente annegati per aver trasgredito la consegna, andando a pescare o al mare in questi giorni "vietati".
Che senso ha oggi pubblicare un giornale dal titolo "punto di stella"?
Segnala la criticità di certi comportamenti a rischio, in un periodo, quello del Terzo millennio, in cui tutto sembra consentito, e l'illegalità è divenuta fenomeno dilagante, e supinamente accettata nei nostri piccoli centri.
Il mio augurio è che "punto di stella" assolva il compito che si è prefisso: modificare una mentalità purtroppo finora vincente, e stratificatasi nell'ultimo cinquantennio, quella mentalità utilitaristica che ha fatto del nostro Gargano un terreno fertile per comportamenti ad alto rischio che hanno letteralmente devastato la bellezza del nostro territorio.
Un segnale di questa criticità, il nostro "punto di stella" più tragico, è stato l'incendio del 24 luglio 2007.
E' giunta l’ora di cambiare, se non vogliamo ritrovarci a vivere in una landa desolata, oltre che dalle fiamme, dalla nostra colpevole indifferenza!
Cominciando da un'opera di sana e corretta informazione su "punto di stella"!
In bocca al lupo al direttore editoriale Piero Giannini e a tutta la redazione di Peschici.
Buon lavoro, e complimenti per l'iniziativa!
Teresa Rauzino

Il numero di aprile:
IL GIORNALE Scarica il Mensile in PDF
LA PASQUA AD ISCHITELLA E CARPINO, AL TEMPO DEI NOSTRI NONNI
AD ISCHITELLA
Tecchete à palme e facim pace
non è temp d stà lite
sonne e turche e fanne a pace
tecchete a palme e facime pace!”.
Eccoti la palma: facciamo pace
Non è tempo di stare in disaccordo
Persino i Turchi fanno pace
Eccoti la palma: facciamo pace!
Queste erano le parole che si pronunciavano quando si scambiavano le palme, in quanto la festa era, ed è ritenuta, un giorno di pace e di scambi. Donare il rametto d’ulivo benedetto significava far regnare la pace. La sera del sabato, tutti i contadini tornavano dalle campagne con fasci di rami d’ulivo, e la domenica mattina i bambini, con i rametti sulle spalle, si recavano in Chiesa per farli benedire dal sacerdote. Questo rito voleva ricordare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ma il significato del rito non era compreso dai bambini per i quali il senso immediato era quello di “spartire” le palme per avere in cambio dei soldi o dei dolcetti. Infatti era un giorno di grossi “guadagni” perché in ogni casa in cui si recavano, ricevevano regali. Il giorno seguente, i contadini riportavano i rami benedetti nella campagna e li piantavano simbolicamente, per propiziarsi il futuro raccolto, tra gli ulivi e tra il grano in erba.
Oggi i bambini non vanno più per le case, ma si scambiano solo il rametto d’ulivo.
La festa religiosa, detta “settimana santa”, di solito, veniva seguita con spirito di fede dagli adulti e larga partecipazione dei piccoli: erano giorni d’attesa prima della grande festa primaverile. Sin dal giorno delle Ceneri, ci si preparava alla Pasqua seguendo funzioni religiose quotidiane. L’arciprete invitava dei predicatori che, con le loro belle parole, attiravano in Chiesa tutta la comunità cristiana.
Per tutta la Quaresima non si mangiava la carne e le “guiccerie” (macellerie) restavano chiuse fino al sabato santo, giorno in cui si esponevano gli agnelli e le persone potevano andare a comprare la carne per il giorno di Pasqua e per la Pasquetta. Durante la settimana santa, in ogni casa le donne erano impegnate nella preparazione di dolci pasquali che si sarebbero consumati dopo la cerimonia della Resurrezione. Si preparavano ciambelle, friselle (taralli con farina, zucchero e anice e i cacciandoli (taralli a treccia con uovo intero sopra ). Erano questi i dolci che il giorno di Pasqua i bambini portavano orgogliosi, infilati al braccio, in Chiesa, per poi assaporarli dopo la benedizione. Oggi non si fanno più perché sono stati sostituiti dalle uova di cioccolato.
Oltre a questi dolci, la cosa più buona che si preparava era “ù cavicione”, una pizza rustica ripiena che sarebbe servita come pranzo per il venerdì santo, giorno in cui solitamente non si cucinava in segno di lutto per la morte del Signore.
I ragazzi intanto avevano già pronti i “turr”, cioè le “tocchere” costruite da loro stessi per annunciare le funzioni sacre al posto delle campane legate dal giovedì santo fino al sabato mattina.
La sera del giovedì, c’era la visita ai sepolcri: ci si andava in tutte le chiese, procedendo in assoluto silenzio e in pieno raccoglimento.
Il venerdì santo, dopo le funzioni religiose della Chiesa Madre, c’era una commovente processione con due cortei: quello delle donne dietro alla statua dell’Addolorata che girava per l’antica via della “ Sottana” e l’altro degli uomini per il corso del “Ponte” dietro a Cristo Morto, e alla luce delle fiaccole. In piazza c’era l’incontro dei due cortei e poi insieme si tornava in Chiesa con molta commozione di tutti i partecipanti.
Il Sabato Santo, sciolte le campane, esplodeva la gioia e si potevano mangiare la carne e i dolci.
La Domenica di Pasqua, si gustavano la pasta fatta in casa, l’agnello con le patate al forno (ù rote).
La Pasquetta veniva vissuta in modo molto diverso da oggi. Un’evasione in campagna, da trascorrere con tanta allegria: la ricorrenza era comunemente indicata come il “giorno della frittata” (a frettate) perché essa costituiva la componente principale del cibo che ognuno si portava dietro.
Girolama D’Avolio
La domenica delle Palme era una festa che si aspettava con ansia. La domenica mattina dopo che le palme venivano benedette si andavano distribuendo a tutti i parenti, i quali ricambiavano il dono con i dolci o con i soldi. A mezzogiorno si pranzava tutti insieme; poi la sera si faceva la Via Crucis per tutte le vie del paese.
Durante la settimana Santa venivano preparati i dolci tipici del paese come: i “cavicioni” venivano portati al forno grande; per infornarli si aspettava la notte.
Dal lunedì santo fino al sabato santo, le campane venivano legate e si facevano anche dei fioretti come quello di digiunare, evitando di mangiare la carne.
Il giovedì santo si aspettava che Gesù venisse deposto nel sepolcro e tutta la gente del paese si recava in Chiesa a sentire la messa; la sera tardi si visitavano tutte e quattro le Chiese del paese. Invece la sera del venerdì santo si svolgeva la processione di Gesù morto e della Madonna Addolorata.
Il sabato santo, a mezzogiorno, venivano sciolte le campane e nelle case si faceva rumore, battendo sulle porte e sui tavoli “per scacciare il demonio”.
Il giorno successivo, il parroco del paese andava benedicendo tutte le case del paese.
La mattina di Pasqua si andava a messa, e poi a mezzogiorno ci si riuniva tutti in famiglia, a mangiare e bere.
E per finire, il giorno della Pasquetta: tutti in campagna, per festeggiare insieme a parenti e amici; si mangiava, si beveva e si giocava fino a tarda sera.
Maria Consiglia Coco Piccolo 2 B Igea
Nel mio paese, la Pasqua era una festa molto attesa soprattutto dai bambini più piccoli. Essa era svolta seguendo le tradizioni del paese. Questa tradizione oggi per fortuna esiste ancora perché si è tramandata di generazione in generazione. Era una festa in cui tutta la famiglia si riuniva e festeggiava insieme.
La domenica delle Palme era una giornata molto attesa. I nostri nonni la mattina portavano a benedire le palme che avevano raccolto la sera prima nelle loro campagne, dopo quel momento si andava ad ascoltare la Santa Messa. Poi i bambini portavano i rametti di palma ai parenti per dare gli auguri e in cambio ricevevano delle caramelle o soldi. Si festeggiava con tutta la famiglia mangiando cibi di tradizione pasquale: cozze, polpette ripiene di carne e formaggio.
La sera usciva la cosiddetta Via Crucis, prima si andava ad ascoltare la Santa Messa, e poi si partecipava alla processione, e per il paese venivano esposte delle coperte sui balconi delle proprie case.
I nostri nonni durante la settimana Santa si preparavano per la Pasqua. Era una settimana molto intensa, di dolore e gioia. In questa settimana si faceva il “fioretto” che consisteva nel non mangiare carne per tutta la settimana Santa, come per tutti i venerdì nel periodo di tutta la Quaresima.
I nostri nonni preparavano dei cibi pasquali: “u cavcion” con cipolle, uvetta passa e acciughe, ciambelle, friselle e taralli con uova.
La sera del giovedì Santo si ascoltava la santa Messa e poi si andavano a visitare i Sepolcri in ogni Chiesa.
Il venerdì Santo era una giornata molto triste, la sera prima si ascoltava la Santa Messa, poi si partecipava alla processione di Gesù Morto con la Madonna Addolorata e si girava per tutte le vie del paese.
Nella giornata del sabato Santo, a mezzogiorno si scioglievano le campane e nelle case si faceva rumore, battendo sui tavoli e sulle porte per scacciare il demonio.
La sera si ascoltava la “Veglia Pasquale”, e solo dopo si potevano mangiare tutti i dolci e i cibi pasquali preparati durante la settimana.
Pasqua era il giorno più bello, più importante, e tanto atteso da tutti. I bambini indossavano i vestiti nuovi o riciclati dai loro fratelli più grandi. La mattina si andava ad ascoltare la Santa Messa di Gesù Risorto insieme a tutta la famiglia. Nelle case si festeggiava questa giornata con gran gioia; si mangiavano maccheroni al sugo con carne d’agnello e i dolci preparati durante la settimana. Tutta la famiglia festeggiava, divertendosi molto.
La Pasquetta era la giornata più bella, e non solo per i bambini. Le grandi famiglie si riunivano con i propri amici nelle campagne per festeggiare, si mangiavano frittata con asparagi, carne arrostita e vari cibi pasquali. Era una giornata di grande divertimento.
Giulia Cataneo
A CARPINO
A Carpino, la Pasqua una volta era molto più sentita di oggi. Nel periodo della Quaresima si facevano dei piccoli fioretti, ad esempio il venerdì non si mangiava la carne, ecc…
Una settimana prima di Pasqua, il venerdì si svolgeva una Via Crucis per le vie cittadine. La Domenica delle Palme si portavano dei ramoscelli di olivo in chiesa per farli benedire. I ramoscelli si benedivano nella Chiesa di San Cirillo e dopo con una processione si andava nell’altra Chiesa, cioè la Chiesa di San Nicola di Mira. Far benedire quei ramoscelli (palme) significava far regnare la pace nel proprio paese. I bambini poi li regalavano alla gente, ricevendo in cambio dei soldi oppure dei dolci…
Arrivata la settimana santa, si legavano le campane, cosi non potevano suonare nel periodo di lutto per la morte di Gesù.
Il Giovedì Santo si andava a messa per la celebrazione dell’ultima cena di Gesù Cristo. Dopo la messa, si andava a visitare il sepolcro dove era posto Gesù morto e si faceva la veglia leggendo i Vangeli.
Il Venerdì Santo si faceva una processione per le vie del paese dove gli uomini portavano (sulle spalle) i Santi e le donne cantando gli andavano dietro…
Il Sabato Santo, per onorare la Pasqua, si ammazzava un agnellino e si preparavano dei dolci pasquali, ad esempio “friselle”, ciambelle, ecc… La sera si svolgeva una Veglia Pasquale e allo scoccare della mezzanotte toglievano il lenzuolo che copriva la statua di Gesù risorto.
La Pasqua si festeggiava con tutta la famiglia riunita (nonni, zii,ecc..) mangiando l’agnello.
Il giorno di Pasquetta si andava in campagna e si faceva un picnic che si svolgeva per tutta la giornata, con amici e parenti. Per i bambini era un gran divertimento perché potevano giocare liberamente…
Basile Rosalba
UNA RICETTA DI PASQUA
Ciambelle di Pasqua cu naspre (con la glassa)
Ingredienti:
8 uova, 8 cucchiai di olio extravergine, 8 cucchiai di zucchero, un po’ di liquore di anice, la scorza grattugiata di un limone, 1 kg di farina (q.b.)
Guarnizione: albume e zucchero a velo
In una ciotola rompere le uova, aggiungere lo zucchero, l’olio, il limone grattugiato, poi un po’ alla volta la farina fino a quando l’impasto avrà una consistenza non troppo morbida né troppo dura. Aggiungere l’anice solo quando si è già iniziato ad impastare la farina. Lavorare l’impasto per qualche minuto, quindi dividerlo in tanti rotolini, dando loro la forma di ciambelle. Lessarle in una pentola di acqua bollente per almeno otto minuti, rigirandole da ambo i lati. Delicatamente, con una schiumarola, toglierle dall’acqua e metterle a scolare su un canovaccio. Quando saranno asciutte, inciderle lateralmente per tutta la circonferenza. Infornarle quindi per quaranta minuti a 180°C. Saranno pronte quando assumeranno la loro forma caratteristica e saranno ben dorate.
Servirle al naturale o ricoperte dalla glassa bianca.
L'articolo, pubblicato sull'Attacco del 20 marzo 2008, è uno stralcio di una ricerca sul campo sulle tradizioni popolari garganiche, effettuata dalla classe II B Igea dell’Istituto “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico e coordinata dalla prof.ssa Teresa Rauzino.
| Ecco le iniziative della Provincia di Foggia per la settimana della cultura | |
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Sono state presentate, a Palazzo Dogana, le iniziative della Provincia di Foggia per la decima settimana della cultura. Di seguito l’elenco completo degli appuntamenti.
comunicato stampa a cura di ENZO PIZZOLO |
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Ciao, Zi' Ndrea
La ricorrenza del 17 marzo 2006 della morte di Andrea Sacco, rappresenta un appuntamento importante e non dimenticabile per il Carpino Folk Festival, per il suo territorio e per il Gargano.
Perché la nostra comunità non solo si rinnova e rigenera attraverso certe ritualità consolidate, come ricorrenze di eventi così importanti, ma soprattutto perché a questo Cantore, che grazie alla sua tenacia, al suo talento e alla sua forza interiore è riuscito a portare in alto, in giro per il mondo, il nome della città di Carpino e della Gargano, noi dobbiamo tanto.
Quello di rendere conosciuta a chi pregiudizialmente non conosceva la cultura popolare di tradizione del Gargano prima che fosse troppo tardi, era uno degli auspici che Sacco Andrea si era posto, pur vivendo in un luogo marginale. Per Zi'ndrea questa era una missione da perseguire, anche all'età di 92, 93 e poi 94 anni quando pur in situazione fisica molto debilitata continuava a ricevere a casa sua appassionati e artisti che lui chiamava amici.
Il suo scopo era di riscattarsi e di sollevare in alto il nome del suo paese così mal conosciuto e denigrato per i continui fatti di cronaca.
Così, attraverso il suo sguardo “Ispanico”, definito in questo modo da uno degli etnomusicologi che nel corso della sua vita gli hanno fatto visita e lo hanno immortalato nei nastri poi depositati presso l'Accademia di S.Cecilia, Zì ‘Ndrea ha raccontato una porzione di mondo, quella garganica dell’entroterra, facendola varcare i confini e facendola rompere quella frontiera mentale e culturale ma anche geografica, che a fatto si che i canti e i suoni di una generazione ormai del tutto scomparsa potessero giungere fino a noi, per farci sentire nel futuro sempre e ineluttabilmente “altro” da tutto il resto del mondo.
Ecco perché Zì ‘Ndrea verrà ricordato a lungo, perché anche a partire da lui gli abitanti di questa terra avvertiranno sempre più una soddisfazione e un orgoglio particolare. Attraverso i canti che ha tramandato ci riconosceremo principalmente nella sua garganicità, in questo misterioso e affascinante contesto identitario dal quale è difficile distaccarsi.
I cantori come Zì ‘Ndrea Sacco diventano, prima di tutto, persino prima del loro talento che hanno espresso con risultati eccellenti, gli ambasciatori ideali di questa appartenenza.
Perciò questi “anniversari”, diventano un motivo che toccano le corde non di un qualsiasi strumento musicale, ma quelle molto più complesse della nostra anima.
Tutte le volte che un artista celebra Zì ‘Ndrea, oltre che far riscoprire il cantore, di fatto rievoca la nostra unica tradizione che permette a chiunque nel mondo lo ascolta, di entrare dentro la nostra terra, dentro le nostre case e i nostri focolari, attraverso l’anima di quei sonetti che fino all'ultimo si è ostinato a cantare.
Zì ‘Ndrea attraverso i suoi canti e la sua mundanara riesce non solo a trasferire in modo chiaro e nitido l’essenza di ciò che siamo, simili ma unici, ma anche a raccontare il nostro orizzonte arcaico. Un orizzonte non dimenticato, ma ancora presente nei nostri cuori e nel nostro codice culturale identitario.
Ecco perché, attraverso queste poche righe, vogliamo essergli infinitamente grati, perché ci fa sentire u n i c i al mondo.
Il comunicato stampa è tratto dal blog e dal sito ufficiale del Carpinofolkfestival a cura di Antonio Basile.
da Wikipedia una breve biografia di Andrea Sacco
I suonatori e
cantatori di Carpino
I cantatori più validi sono coloro che, oltre a conoscere molti canti popolari, di questo vasto repertorio sanno rielaborare i versi tradizionali, variandoli e mischiandoli durante l’esecuzione. (Roberto de Simone)
di TERESA MARIA RAUZINO
Nel lontano 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella, nel loro "tour" alla ricerca delle radici della musica popolare, scoprirono il "filone" più puro" e prezioso a Carpino, un piccolo paese dell’entroterra garganico quasi decimato dall’emigrazione.

Il ricco repertorio di sonetti fu portato alla ribalta nazionale da Roberto Leydi che nel 1967 preparò con Carpitella uno spettacolo per il Teatro Lirico di Milano dal titolo Sentite buona gente.
In quell’occasione, i suonatori ed i cantatori di Carpino, davanti a duemila spettatori abituati a tutt’altro genere musicale, offrirono una esecuzione viva, autentica, e particolarmente trascinante.
Autentici aedi del Gargano, essi riuscirono a "cucire" con maestria un canto all’altro, senza fratture stilistiche e formali, in un unicum ininterrotto ed armonioso, mai uguale, che si delineava di volta in volta, con naturalezza. Rivelarono una professionalità innata: senza alcuna platealità, senza alcuna concessione alle "regole" dello spettacolo.
Leydi, come i numerosi ricercatori che si recarono a Carpino, registrò nel 1966 il repertorio dei Cantori e pubblicò in un disco due brani tra cui Garoffl d’ammore, oggi nota a tutti come la Tarantella del Gargano. Un "pezzo" che divenne un vero successo, riproposto per ben 11 volte da artisti vari, tra cui Eugenio Bennato.
Da allora i Cantori sono divenuti una fonte inesauribile per gli interpreti di musica popolare, con un piccolo neo: nessuno dichiarava, fino a qualche anno fa, che il copyrait delle loro canzoni spettava non ad un’indistinta tradizione popolare, ma ai "cantatori e suonatori" di Carpino: Andrea Sacco, Antonio Piccininno ed Antonio Maccarone.

E’ merito delle puntuali ricerche di Salvatore Villani e degli appassionati cultori di musica popolare che hanno fondato ed animato l’associazione culturale "Carpino Folk festival" (ricordiamo il compianto Rocco Draicchio), se oggi la tradizione musicale del piccolo centro, che si stava spezzettando in mille rivoli indistinti, è stata collocata nel suo contesto originale: lo spazio umano, culturale e musicale del promontorio del Gargano.
Oggi i Cantori sono diventati un vero e proprio mito per i cultori di musica etnica.
Ed il Gargano, nonostante il progresso omologante introdotto dal turismo fin dagli anni sessanta, si sta rivelando un "luogo della memoria" ricco di echi suggestivi e di suoni tarantati, che si pensava fossero ormai spenti, dimenticati.
In questo senso un ampio materiale documentario è stato recentemente pubblicato da Remigio de Cristofaro Ischitella. I canti del popolo, da Nasuti I canti del ricordo, da Angela Campanile (del Centro Studi Giuseppe Martella) in Peschici nei ricordi. Merito indubbio del De Cristofaro è di essere stato uno dei primi "ricercatori" ad avere registrato già nel 1955 la musica popolare di molti centri garganici, i cui nastri sono oggi conservati presso l’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. Sarebbe interessante estendere oggi la ricerca in tutta l’area allora indagata per verificare in che modo, dopo cinquant’anni di trasformazioni socio-economiche e culturali questa tradizione persista, si sia modificata o "contaminata" nell’inevitabile evoluzione.
Con Leydi siamo comunque lieti che "quelle voci, quelle chitarre battenti, quel canto ricco di arcaica potenza panica" siano, grazie ai ricercatori che li hanno riportati alla luce, ancora vitali. Ci auguriamo che ritornino ad echeggiare nei vicoli dei borghi antichi non solo di Carpino, ma di tutti i piccoli e grandi paesi del Gargano.
I sonetti e la taranta
Il repertorio dei Cantori consiste, oltre che nei "sonetti", componimenti lirico- monostrofici a carattere amoroso per serenate, in "sonetti" di sdegno e di "stramurte" con evidenti traslati erotico-allusivi. Caratteristica la "ripresa": ha l’effetto di concatenare i diversi testi in ininterrotte sequenze, dando loro una certa uniformità. Il testo può essere integrato da gruppi sillabici o brevi frasi stereotipe, asemantiche, con funzione ritmica.
Nei "sonetti" il testo, solitamente attinto dal patrimonio poetico della comunità, è funzionale al messaggio erotico che si vuole trasmettere al destinatario. Particolari sonorità sono ritmate dal "cantatore", la cui voce "di testa" con picchi acuti, accompagnata dalla mitica "chitarra battente", oltre che dalla "francese", dalle "castagnole" e dalla "tamorra", emerge anche a distanza.
La persistenza della "battente" anche in periodi di guerra o autarchici, in cui non era possibile reperire dai liutai le corde necessarie, è testimoniata dagli anziani che ricordano come i contadini che amavano suonare questo strumento, quando le corde si rompevano, "strecciavano" i fili d’acciaio del freno delle biciclette e ne ricavavano delle nuove, che poi accordavano a seconda dello stile personale. Il piano superiore della chitarra veniva ornato, oltre che dalle inconfondibili "rose" in corrispondenza dei fori della cassa armonica, da disegni e foto di procaci bellezze "al bagno".
Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, le popolazioni del Gargano, in occasione del Carnevale, durante i pellegrinaggi, ma soprattutto durante i lavori campestri o nelle feste religiose o parentali, voltavano i sonetti in "tarantelle". Questa usanza persiste oggi solo a Carpino, Ischitella e San Giovanni Rotondo, dove si balla sporadicamente durante le feste di matrimonio.
Un tempo il ballo aveva finalità iatro-musicali legate al "tarantismo", come testimonia Michele Vocino, ne Lo Sperone del Gargano del 1914. Ogni morso del ragno, la venefica tarantola, "provocava una festa". Con la "regia" di un capo-attarantato s’addobbava una camera in nero, o in verde o in rosso. Il morsicato ballava con due ragazze a suon di tamburello e della chitarra battente, tra due specchi. Agli invitati, di solito parenti e vicini di casa, si offrivano ciambelle e vino.
Il Vocino attribuisce la scomparsa di questa suggestiva festa alla scomparsa della "tarantola": "Ormai l’arte del capo-attarantato è morta, perché le tarantole sono morte e non ne sono più nate".
Oggi l’unica "taranta" del Gargano che allude al morso del velenoso scorpione è la seguente: "Lassàteli abballà chisti zitelle/, che tènene la taranta sotte li pede/Madonne come ce menene, /come nu sacche de patene" (Lasciateli ballare questi zitelli,/ che hanno la tarantola sotto i piedi. /Madonna come si lanciano, /come un sacco di patate!). Naturalmente, è cantata dai Cantori di Carpino.
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