LA CHITARRA BATTENTE E LA MUSICALITA' DELLA TRADIZIONE DI CARPINO PORTATE A SANREMO DA EUGENIO BENNATO
Raccolgo e rilancio l'appello del Carpino Folk Festival per votare Eugenio Bennato al Festival di Sanremo. Bennato ha il merito di aver portato per la chitarra battente del Gargano sul palco dell'Ariston; nella sua canzone alcune strofe sono nel dialetto di Carpino. Nella band che accompagna Bennato, bravissimi la corista ballerina Sonia Totaro di Monte Sant'Angelo e il tamburellista carpinese Roberto Menonna, che ha esordito giovanissimo con i Cantori di Carpino. Alla chitarra battente Francesco Loccisano.
Eugenio Bennato con Sonia Totaro all'Ariston
Ecco il testo della canzone “Grande Sud”
C’è una musica in quel treno
che si muove e va lontano
musica di terza classe
in partenza per Milano
c’è una musica che batte
come batte forte il cuore
di chi parte contadino
ed arriverà terrone.
C’è una musica in quel sole
che negli occhi ancora brucia
nell’orgoglio dei braccianti
figli della Magna Grecia
in quel sogno di emigranti
grande come è grande il mare
che si porta i bastimenti
per le Americhe lontane
(E chi parte oggi pe’ turnare crai(1)
e chi è partuto ajere pe’ un turnaremai).
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
Grande sud che sarà
quella musica del ghetto
di chi va per il mondo
e si porta il suo dialetto.
(None none none none
Lieva la capa da lu sole
Ca t’abbruciarrai lu viso
Perdarrai lu tuo colore
None none none none
Piglia lu libro e va alla scola
Quando te ‘mpari a legge e a scrive
Tanto te ‘mpari a fa l’amore)(2)
C’è una musica nei sogni
di chi dorme alle stazioni
negli antichi sentimenti
delle nuove emigrazioni
c’è una musica nel viaggio
dalla terra di nessuno
di chi porta nel futuro
i tamburi del villaggio.
(Zehey maro nandeha
Nandeha ny lefa jialy
Nmatsiaro anareo
Matsiaro antanana).(3)
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
Grande sud che sarà
quella musica del ghetto
di chi va per il mondo
col suo ritmo maledetto
E sarà quel racconto
E sarà quella canzone
Che ha a che fare coi briganti
E coi santi in processione
Che ha a che fare coi perdenti
Della civiltà globale
Vincitori della gara
A chi è più meridionale.
(E chi parte oggi pe’ turnare crai(1)
e chi è partuto ajere pe’ un turnaremai).
(Zehey maro nandeha
Nandeha ny lefa jialy
Nmatsiaro anareo
Matsiaro antanana).(3)
(Muessi warire ure,
muesi warire ja,
muesi wala niripachungo) (4)
(wash ddani ghir lsani ma bqit nawed tani
wash ddani ghir Imor ma bquit nawed sar). (5)
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
(1) Domani (dialetto napoletano)
(2) Strofa in dialetto di Carpino (FG)
(3) Mettersi in cammino, per sfuggire la povertà, nell’anima chi ci ama e chi ci pensa (lingua malgascia del Madagascar)
(4) Quella luna che illumina, quella luna che illumina chi fa innamorare (lingua swahili del Mozambico)
(5) Mi ha tradito la mia lingua ma non lo farò mai, la vita è troppo amara e io non racconterò mai i segreti (lingua araba)
CENTRO STUDI MARTELLA: NUOVO VOLUME SULLA RELIGIOSITA' POPOLARE A PESCHICI
Sarà presentato a Foggia il 3 marzo 2008 alle ore 17.00, nella Sala del Tribunale di Palazzo Dogana (Piazza XX settembre), con il patrocinio dell'Ente Provincia FG, il volume di AA.VV. del Centro Studi Martella “Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco Letterario San Michele Arcangelo-Gargano segreto”, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia, 2008.
Con questo nuovo volume, il Centro Studi Martella vuole dare un contributo di idee sui possibili itinerari storico-artistico-religiosi del "Parco Letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto", che ha visto recentemente la luce sotto gli auspici della Comunità Montana del Gargano e delle fondazioni "Ippolito Nievo" e "Pasquale Soccio".
La Montagna del sole mistica e mitica, che ha fissato da secoli la sua location nella Grotta dell’Arcangelo, ha già ispirato una notevole produzione letteraria da parte di grandi viaggiatori ed intellettuali del Promontorio.
Il tema del V volume della collana "I luoghi della memoria" del Centro Studi "Giuseppe Martella» di Peschici ha consentito la partecipazione di 15 studiosi, dal momento che le chiese, presenti nella cittadina garganica e nel suo territorio, e le manifestazioni socio-religiose ad esse collegate, possono essere studiate dal punto di vista storico-architettonico, storico-iconografico, storico-devozionale e storico-sociale. Tale ampia possibilità di angolazioni interpretative e di lettura ha permesso di ripercorrere la storia di Peschici secondo diverse direttrici che, intersecandosi, si illuminano e si arricchiscono reciprocamente, rappresentando un grande e variegato affresco, uno spaccato emblematico di microstoria pienamente inserito nella macrostoria italiana ed europea.
Uno studio serio e qualificato su uno degli assi portanti dell’identità del sud Italia, con un interessante scandaglio del rapporto tra “saeculum” e “religio”, non privo di un forte richiamo all’attualità, come l’impulso al recupero dell’antica abbazia di Santa Maria di Càlena.
Peschici, perduta nel mare dell’esistenza senza risposta, toccata, a fasi alterne, da eventi felici e tragici, continua a riporre nel culto antico del santo profeta Elia che libera i suoi poveri, pochi abitanti, dalle cavallette, dalla siccità, dalle malattie e dalle incertezze della vita, la speranza di salvezza o quanto meno la speranza consolatrice di un futuro migliore. I modelli della società di massa e consumistici non hanno ancora scalfito questa realtà, consolidata da secoli: un modo di fare e di essere collegato, nella sua dimensione più profonda, alla misteriosa ricerca di sé, della propria identità, del minimo di garanzia vitale.
PROGRAMMA PRESENTAZIONE 3 marzo, ore 17 Palazzo Dogana Foggia
SALUTI
- Carmine Stallone (presidente Provincia di Foggia)
- Autorità presenti
INTERVENTI
- Pasquale Corsi (ordinario di Storia medievale Università di Bari)
- Liana Bertoldi Lenoci (Università di Trieste, autrice e curatrice del volume)
- Teresa Maria Rauzino (presidente Centro Studi Martella, autrice e curatrice del volume)
Coordinerà la serata Gianfranco Piemontese (coautore del volume)
Saranno presenti gli altri autori del volume: Sergio Afferrante, Gioia Bertelli, Giovanni Boraccesi, Barbara Coletta, Enzo d’Amato, Michele d’Arienzo, Libera Iervolino, Lucia Lopriore, Tiziana Luisi, Francesco Granatiero, Michel’Antonio Piemontese, Grazia Silvestri.
In apertura sarà proiettato il CD "Kàlena, lo scrigno chiuso" di Enzo D’Amato.

IL MANIFESTO DELL'EVENTO è scaricabile qui:
http://files.splinder.com/db207fe42c9d026c39f7a7ca1921b21f.pdf
L'INVITO è scaricabile qui:
http://files.splinder.com/1df573658d8cf5fd85156453e981b784.pdf
Il CENTRO STUDI MARTELLA
Il Centro Studi Martella di Peschici si è costituito nel 1997 ed ha acquisito personalità giuridica il 19 luglio 1999. E’ formato da studiosi locali e da studiosi esterni al territorio, che stanno attuando un programma di ricerche storiche ad ampio spettro, interdisciplinare. Il gruppo di studiosi raccolto nel Centro ha organizzato giornate di studio, i cui atti sono pubblicati nella collana I luoghi della memoria, centrate sulla tradizione culturale del territorio, sulla pubblicazione di documenti inediti di diversa natura, sulle testimonianze architettoniche e iconografiche dei siti, in modo da inserire Peschici, il Gargano e le tradizioni dei suoi abitanti nella “grande storia”.
Il Centro Studi, oltre alle ricerche di vasto respiro, si batte da anni per una sempre maggiore valorizzazione del patrimonio culturale, artistico del territorio. Svolge una corposa attività di informazione attraverso siti telematici, articoli e saggi pubblicati da quotidiani, riviste specializzate locali e nazionali.
AA.VV. CENTRO STUDI MARTELLA, Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco letterario San Michele Arcangelo- Gargano segreto, a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci, pp.400, ill. a colori, Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia 2008, € 25,00.
Per ordinare il volume on line: centrostudimartella@hotmail.com
Info: 380-2577054
Aggiungi un posto sul tetto
Nell’ambito del progetto LIFE Natura “Rapaci del Gargano”, sotto l’egida dell’amministrazione provinciale di Foggia, il Centro Studi Naturalistici Onlus e l’Associazione Gargano Nature si stanno attivando nell’attuare le azioni previste per favorire il ripopolamento di un raro falco, il Grillaio, che negli ultimi decenni si è quasi estinto in Capitanata.

“Il Grillaio - afferma Vincenzo Rizzi, presidente del Centro Studi Naturalistici-Onlus - è una specie prevalentemente insettivora e per questo ben si integra nel contesto degli agroecosistemi a conduzione tradizionale diffusi nella fascia pedegarganica”.
Tra le azioni che le due associazioni hanno inteso lanciare è quello di fornire nidi artificiali in legno, realizzati dalla Società Oasi Lago Salso, per favorire la nidificazione di questo stupendo rapace che ama vivere in stretto contatto con l’uomo.
Afferma Arcangelo Palumbo, presidente di Gargano Nature, “Chiunque abbia edifici nell’ambito della fascia pedegarganica compresa tra i comuni di Monte Sant’Angelo, Manfredonia e San Giovanni Rotondo, può fare richiesta di nidi artificiali. Fino ad esaurimento delle scorte infatti non è richiesto nessun contributo, in quanto i nidi sono stati finanziati dall’Unione Europea. L’unico impegno richiesto è che i nidi vengano apposti e sia possibile per i ricercatori monitorare e avere notizie circa l’eventuale utilizzo da parte dei rapaci.”
“Per la prima volta - afferma Matteo Caldarella, ricercatore del Centro Studi Naturalistici - Onlus - sarà possibile in Puglia, seguendo un impostazione consolidata nei paesi anglosassoni, partecipare attivamente ad un progetto di conservazione, con il semplice gesto di apporre un nido. Tale gesto, in apparenza banale, in realtà può risultare fondamentale per garantire spazi idonei per la nidificazione di questa e altre specie, in un periodo in cui le moderne tecniche di costruzione eliminano le tradizionali coperture con i coppi che un tempo rappresentavano i siti di nidificazione del Grillaio.”
Ovviamente potranno partecipare anche istituti scolastici presenti nei tre comuni di Monte Sant’Angelo, San Giovanni e Manfredonia
Chiunque voglia partecipare al progetto può richiedere i nidi ai seguenti recapiti 348.0442898 o 347.3037851 – 340.5568727
Indirizzo e-mail: arcangelopalumbo@yahoo.it
"Il Gargano nuovo" febbraio 2008 è on line su questo blog :
http://files.splinder.com/4d5356758c2172dbe05df4cebcbcae02.pdf
SAN VALENTINO A VICO DEL GARGANO dal 13 al 17 febbraio
Arance dell’amore serenate e strambotti
Incontro Borghi più belli d’Italia fiera, mostra-mercato, premio internazionale d’arte

Danze con il maestro Michele Mangano

Gli innamorati di ogni età non possono mancare al tradizionale appuntamento con i festeggiamenti di San Valentino a Vico del Gargano (FG), il “Paese dell’Amore” che si trova nel cuore del Gargano più spettacolare, uno dei nove “Borghi più belli d’Italia” situati in Puglia. Il 14 febbraio, da secoli, giovani e meno giovani calano nel suo caratteristico centro storico per gustare il succo delle arance benedette dal patrono San Valentino, per quel giorno una miracolosa pozione d’amore. Si scambiano dolci effusioni nell’intimità di uno stretto vicolo (solo 50 centimetri di larghezza) detto, appunto, “Vicolo del Bacio”. E, da quest’anno, potranno ascoltare, tra le piazzette ed vicoli addobbati a festa, le serenate tradizionali del Gargano, con il magico accompagnamento di chitarra battente e castagnole.
Dal 13 al 17 febbraio a Vico del Gargano si svolgono i festeggiamenti in onore di San Valentino, patrono della città e protettore degli agrumeti dell’Oasi Garganica.
Il giorno della festa degli innamorati i vicoli e le piazzette del suo centro storico si vestono a festa con addobbi di arance, limoni e foglie di alloro,per accogliere frotte di giovani in amore. Una secolare tradizione racconta che mangiare le arance benedette dal patrono San Valentino e berne il succo, esaudisca tutti i desideri di gioia e felicità, come una miracolosa pozione d’amore. La tradizione prevede anche un passaggio “intimo” nel Vicolo del Bacio, strettissima viuzza che garantisce dolci effusioni e facili contatti.
La mattinata è caratterizzata dalla Santa Messa celebrata, nella Chiesa Matrice, da S.E. Mons. Arcivescovo Domenico d’Ambrosio, e dalla solenne processione della statua del Santo Protettore che si tiene alle 11.30.
Dal pomeriggio fino a notte inoltrata, il centro storico di Vico del Gargano farà da palcoscenico naturale alle serenate del Gargano, con il progetto “Oi mà, chè passe u zòite”, curato dal maestro Michele Maria Mangano. La magia del sonetto, con l’accompagnamento della chitarra battente e delle castagnole, i suoi cantori, i danzatori e la musica tradizionale garganica faranno rivivere l’antica tradizione della serenata. In ogni angolo e sotto ogni finestra riecheggeranno gli strambotti, con i quali gli innamorati usavano rivolgersi alla propria amata per fare promesse d’amore. Interverranno i gruppi di musica popolare:
I musicanti, Le donne della Tammorra, Il Tratturo, Danzanova. La serata si chiuderà con un unico grande concerto, che vedrà l’esibizione dell’ensemble della serenata, diretta da Michele Mangano.
Mercoledì 13 febbraio alle ore 16.00, si riuniranno nella Sala Consiliere i comuni pugliesi del Club Borghi più Belli d’Italia. Partecipano i sindaci di Alberona, Bovino, Cisternino, Locorotondo, Otranto, Pietra Montecorvino, Roseto Valfortore, Specchia, Vico del Gargano. Seguirà il convegno ” I Borghi più Belli d’Italia. Nuove prospettive per un turismo di qualità”, con l’intervento di Massimo Ostillio (Assessore Regionale al Turismo), Giuseppe M. de Leonardis (Assessore provinciale al Turismo), Fiorello Primi (Presidente Nazionale “Club Borghi più Belli d’Italia”), Umberto Forte (Direttore Nazionale “Club Borghi più Belli d’Italia”), Michele Lamacchia (Presidente A.N.C.I regionale), Nicola Vascello (Commissario straordinario A.P.T. Foggia), Luigi Damiani (Sindaco di Vico del Gargano), Matteo Cannarozzi de Grazia (Consigliere delegato al Turismo). Modera Ernesto Tardivo, responsabile de La Gazzetta di Capitanata.
Il programma completo dei festeggiamenti di San Valentino prevede anche la VII “Fiera Città di Vico del Gargano” (Zona Fiera, 13-17 febbraio), l'XI edizione del Premio internazionale d'arte “S. Valentino” (Palazzo Della Bella, 13-17 febbraio) e la Mostra-Mercato (Centro storico, 14-17 febbraio).
Venerdì 15 febbraio alle ore 15.00 sulla spiaggia di San Menaio si svolge il III “Palio di San Valentino” Corsa di cavalli.
Alle ore 20.00 alla Sala consiliare la VI edizione del salotto letterario “L'Amore secondo noi”. Sabato 16 febbraio alle ore 15.00 presso la Sala consiliare si svolge il 1° Torneo di Scacchi “San Valentino”, alle 18.00 all'Auditorium Comunale “I Colori dell'Anima”, spaccato su Van Gogh, diretto e interpretato da Lino de Venuto, e alle 19.30 alla Chiesa Matrice il Concerto di San Valentino coro polifonico “Armònia”, con la partecipazione del maestro Giuseppe Quitadamo. Infine, domenica 17 febbraio alle ore 10.30 prenda il via la 1^ Maratona di San Valentino e alle ore 11.00 presso il Palazzo della Bella la premiazione dell'XI edizione del Premio d’arte “S. Valentino”.
Informazioni 0884.991075
p. UFFICIO STAMPA
cell. 360.357222
SAN VALENTINO
Nel cuore del Gargano più spettacolare, dove il mare si inchina docilmente alla potenza del verde montano, si trova il paese dell’amore, Vico del Gargano.
Il giorno della festa degli innamorati, 14 Febbraio, i vicoli e le piazzette del suo centro storico si vestono in festa per accogliere frotte di giovani in amore. Mangiano le arance del luogo benedette dal patrono San Valentino, bevono il loro succo che, come una miracolosa pozione d’amore, esaudisce i loro desideri di gioia, felicità e vita.
Uno scorcio tipico del centro storico porta il suggestivo nome di “Vicolo del bacio”, solo 50cm di larghezza…effusione assicurata!
La cultura, le tradizioni popolari, le nostre origini, questi termini ci evocano immagini ormai sbiadite, dimenticate e forse sconosciute dalle nuove generazioni. E proprio in virtù dell’importanza del nostro passato come strumento per costruire un presente ed un futuro all’insegna dei valori fondamentali della nostra società che si è ideato il progetto “La Serenata nel Gargano – Oi mà, chè passe u zòite – I ^ Edizione” ideato e curato in tutti i suoi aspetti dal M° Michele Maria Màngano, che da anni è ormai rientrato a far parte di quella ristretta cerchia di studiosi della cultura popolare del centro-meridione.
Quando si parla del Gargano non si può non fare riferimento alla magia del sonetto accompagnato della chitarra battente e dalle castagnole, una magia ancora tutta da scoprire con i suoi cantori e danzatori, la loro musica meravigliosa, fonte inesauribile di poesie e melodie, di qualcosa che sta al di sopra di tutte le musiche etniche del mondo, degno di essere studiato attentamente e approfonditamente per comprendere ciò che oggi siamo.
Lo scopo del progetto è quello di far rivivere, riscoprendo l’antica tradizione della serenata , il sonetto, gli strambotti, la vichese, ossia una delle tradizioni considerate tra le più belle del Gargano e quindi del nostro Sud Italia.
Portare il sonetto, significava portare la serenata e prima gli strambotti, con i quali gli innamorati usavano rivolgersi alla propria amata, di notte sotto i balconi per far promesse d’amore.
E proprio da questa idea che nasce il canto “Oi mà chè passe lù zoite” originario proprio di Vico del Gargano, col quale una figlia chiede consiglio alla madre per accogliere il suo innamorato…
Il fine è sempre quello di divulgare tra i giovani le tradizioni popolari ed in particolare quelle legate al canto, alla poesia popolare, alla musica e alla danza.
Si parla tanto della musica e della danza ma si parla molto poco del sonetto, ossia del canto ed è proprio per questo che abbiamo deciso di dare risalto a questo importante aspetto della tradizione nella ricorrenza di San Valentino a Vico del Gargano.
Venite a scoprire come si fa una serenata sotto balconi più caratteristici del centro storico di Vico del Gargano, addobbati suggestivamente su cui si affacceranno graziose fanciulle vestite in costume tradizionale del Gargano in genere, destinatarie dei melodiosi messaggi d’amore.
Sui manifesti, affissi dalla Provincia di Foggia, vi sono cinque foto. Tra queste, due ritraggono filo spinato. Ed una addirittura I BAMBINI EBREI DI AUSCHWITZ!
LA GIORNATA DEL RICORDO
SI AVVICINA ...
E GLI AMMINISTRATORI ROVISTANO NEGLI SCAFFALI ... DELLA SHOAH
La foto dei bambini di Auschwitz che campeggia sul manifesto della Giornata del ricordo
Il manifesto, affisso in un centinaio di copie in città, è celeste e azzurro.
Impaginato con evidente fretta, esteticamente respingente.
Vi si legge: “10 febbraio, Giornata del Ricordo...”.
Cinque foto completano l’opera: del filo spinato, un volto di donna e – in basso a sinistra – dei bambini. Bambini, alcuni molto piccoli. Vestiti alla stessa maniera, con dei camici a righe. Fotografati in gruppo, sullo sfondo di un muro di pietra. Palesemente prigionieri.
La foto è di quelle più che famose. È uno scatto celeberrimo, paragonabile alla morte del repubblicano spagnolo o a quella del ghetto di Varsavia.
È una testimonianza di Auschwitz.
Superfluo dire: non c’entra nulla con le foibe. Nulla con l’esodo istriano. Nulla di nulla neppure con la Giornata del Ricordo. Stallone aveva finito le fotografie tristi e, non avendo quella di Campilongo a portata di mano, ha pensato bene di ricorrere ai bimbi ebrei.
Siamo laici e umanisti. Comprendiamo le debolezze, anche quando queste appartengono alle più alte cariche amministrative. L’ignoranza allo stato brado, un arguto tentativo di parificazione, un’urgenza tecnica, un’ansia amministrativa colmata alla meno peggio.
Qualunque sia il motivo che ha spinto la Provincia di Foggia ad onorare i “martiri” delle foibe con una foto di Auschwitz, beh, noi lo comprendiamo.
E ne facciamo tesoro.
Giacché è il segnale più evidente di quanto andiamo dicendo da anni, oramai.
La Giornata del Ricordo è un semplice contraltare alla Giornata della Memoria, una sorta di commemorazione riparatrice, una ricorrenza strappata ad un governo compiacente da una pattuglia di neofascisti, più o meno mascherati. Sul corpo vivo di un Paese immemore. E che, oltretutto, come la nostra amministrazione provinciale ha dimostrato in maniera lampante, non sa di cosa di stia parlando.
Noi lo sappiamo, l’abbiamo sempre saputo. Per questo abbiamo il coraggio e sentiamo il dovere, da quattro anni a questa parte, di denunciare la mistificazione della Storia e il miserabile tentativo di “pacificazione” nel segno di un presunto doppio orrore: quello nazista e quello comunista, quello repubblichino e quello partigiano.
Ma la Storia non si riscrive a suon di fiction.
Questo deve essere chiaro, molto chiaro, ai nostri revisionisti.
Siamo disponibili a parlare di quello che successe dopo la fine della Seconda guerra mondiale esclusivamente a patto che il dibattito cominci da quello che è successo prima. Altrimenti è semplice propaganda.
LABORATORIO POLITICO JACOB
via Mario Pagano, 38 – Foggia –
LE FOIBE, FRUTTO DELLA “PULIZIA ETNICA” FASCISTA
Il silenzio sulle foibe, e sull'esodo forzato di dalmati e istriani dalle loro terre, è forse la pagina più oscura della nostra storia repubblicana. Ma ancora più oscure sono le pagine che l'Italia ha scritto tra il 1919 e il 1944 in Slovenia e Croazia (sulle quali continua ipocritamente il silenzio), a cui va fatta risalire la feroce reazione degli Slavi di cui si parla in questi giorni.
E' singolare che a sollevare la questione (solo delle foibe e dell'esodo, ovviamente) siano, anche a Foggia e in Capitanata, proprio gli "eredi" di quel regime che fu il primo responsabile della sanguinosa e sanguinaria reazione slava.
A tutti coloro che vogliono saperne di più su questa storia “dimenticata” consigliamo la lettura di un libro (a cura) di Costantino di Sante: Italiani senza onore (edizioni Ombre Corte, pp. 270) che pubblica documentazione inedita sui crimini compiuti dall'esercito del Duce in Jugoslavia. Ci fornisce una dettagliata, illuminante cronistoria dell'antislavismo viscerale perseguito dal regime fascista nei Balcani, brutto retroscena della bruttissima storia delle foibe. La politica di occupazione italiana si contraddistinse per una serie ripetuta di violenze, angherie e sopraffazioni che non furono il risultato di scelte isolate dei comandi militari, ma componente essenziale della strategia di dominio territoriale dell’Italia fascista il cui scopo era arrivare alla «distruzione totale e integrale dell’identità nazionale slovena e croata».
«Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava - scriveva Benito Mussolini già dal 1920 - non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».
In una lettera spedita in data 8 settembre 1942 (N. 08906) dal generale Roatta al Comando supremo, viene proposta, addirittura, la deportazione dell’ intera popolazione slovena. Nella riunione di Fiume del 23-5-1942, lo stesso Roatta aveva riferito le direttive di Mussolini: «Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. Ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /.../ Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone. Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L'azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /.../ Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno».
Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i lager di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Alla fine del Ventennio gli occupanti italiani costruirono nelle terre slave campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. “Pericolosi nelle contingenze belliche”, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini.
Facendo riferimento a uno studio effettuato da Viviano Iazzetti (funzionario dell’archivio di Stato di Foggia) sul campo di concentramento pugliese di Manfredonia (che funzionò dal 1940 alla fine dell’estate del 1943), possiamo confermare che un gruppo consistente delle persone ivi internate proveniva dalla provincia di Fiume erano cittadini italiani “slavofili“ ovvero ex jugoslavi sospetti di attività antitaliana. Per ex jugoslavi – precisa Iazzetti– si intendevano gli internati originari dei territori dell’Istria annessi all’Italia in seguito allo smembramento dell’impero austro-ungarico conseguente il primo conflitto bellico mondiale. Nel campo di concentramento di Manfredonia la libertà degli internati era limitatissima. Essi potevano passeggiare liberamente soltanto per alcune ore della giornata, ed esclusivamente nell’ambito della zona delimitata. Quando i reclusi si trovavano in quest’area venivano attivati sei posti fissi di guardia per la loro vigilanza; contemporaneamente degli agenti in bicicletta percorrevano la nazionale per Foggia, lungo il tratto antistante il campo, onde evitare contatti con estranei.
Al rientro degli internati nelle camerate venivano chiuse finestre e porte, applicando a queste ultime dei lucchetti dall’esterno. Durante la notte funzionava un servizio di ronda sia all’esterno che all’interno del campo. Per gli internati non era possibile intrattenere rapporti epistolari con i familiari senza la preventiva autorizzazione ministeriale e subordinatamente al vaglio della posta per motivi di censura.
Gli internati avevano l’obbligo di presentarsi negli Uffici della Direzione, ogni qualvolta invitati, a capo scoperto, abbigliati compostamente e salutando "romanamente". Per poter leggere dei libri italiani occorreva l’autorizzazione della direzione, mentre, per i giornali ed i libri in lingua straniera, quella del ministero. Era vietato usare lingue straniere nelle conversazioni.
Della traduzione della corrispondenza degli internati serbo-croati e Sloveni si occupava la signora Maria Nannut presso il campo di concentramento di Fabriano. Il campo di Manfredonia fu una “cosa all’Italiana”, non furono uccisi internati come nei famigerati campi nazisti. Ma non dimentichiamo che il 1° luglio 1940 nel campo suddetto giunsero 31 ebrei tedeschi.
Il 18 settembre 1940 gran parte di essi furono trasferiti presso il campo di concentramento di Tossicia in provincia di Teramo. Restarono solo in cinque a Manfredonia che, a loro volta, ad eccezione di un ebreo di cui si perdono le tracce, furono trasferiti nel campo di concentramento di Campagna (in provincia di Salerno) il 26 febbraio 1942.
Viviano Iazzetti si chiede quale sorte sia toccata a queste persone ( di cui comunicò i nominativi alla Comunità ebraica di Roma fin dal 1984-85), invitando gli studiosi ad effettuare ulteriori ricerche. Noi lo abbiamo fatto sul sito www1.yadvashem.org: ben 16 su 31 ebrei tedeschi risultano periti nei famigerati campi di concentramento nazisti dove si consumò la Shoah.
Oggi, al Comune di Manfredonia chiediamo che sia posta almeno una targa a loro ricordo e a ricordo dei 519 internati, compresi quelli slavi, nel luogo (il macello comunale, oggi dismesso) che li ospitò.
TERESA MARIA RAUZINO
APPROFONDIMENTO
"Il cuore nel pozzo".
Un caso di revisionismo mediatico sulla questione delle foibe:
http://www.youtube.com/watch?v=zn9nbAQa_vg&eurl=http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=7229721
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Nel segno dell'usta e della memoria
"PASSÉTE" DI FRANCESCO GRANATIERO
LA MATURITÀ DI UN DIALETTALE DI GRANDE VALORE
LA PUGLIA HA IL SUO POETA
Se si sfoglia il catalogo di Interlinea, tra i ventinove volumi della collana "Lyra" si incontrano i nomi di Clemente Rebora, Saffo, Lalla Romano, Alessandro Parronchi, Mario Luzi, del dialettale milanese Franco Loi, del premio Nobel irlandese Seamus Heany, del dialettale Paolo Bertolani di Serra di Lerici e così via.
Il lettore di Capitanata può trovarvi ora anche quello di Francesco Granatiero, un poeta della sua terra, che, per giunta, scrive nella lingua della sua terra, il dialetto apulo-foggiano di Mattinata. La pubblicazione di un precedente volumetto di Granatiero, “Scúerzele” (Spoglia), fu annunciata da Vanni Scheiwiller, ma non se ne fece nulla per la morte improvvisa dell'Editore di «libri farfalla» (come ebbe a definirlo Eugenio Montale).
Il nuovo libro di Francesco Granatiero («La maturità di un dialettale di grande valore», recita la nota editoriale dell'ultima di copertina) è intitolato “Passéte”, parola dal duplice significato di "passata", cioè traccia, orma, usta, e di "passato", ossia memoria.
La intensa, penetrante e bellissima postfazione al libro porta la firma di Giovanni Tesio. Tesio con Franco Buffoni, Luciano Erba e Roberto Cicala forma il comitato editoriale della collana. Ma Tesio è anche lo scopritore, il massimo interprete e specialista convinto assertore, starei per dire testimone, della poesia di Granatiero. In effetti il noto critico, fin dal 1994, venne a Monte Sant'Angelo per parlare del poeta di Mattinata, in occasione dell'uscita del suo volumetto “Énece” (Nidiandolo), pubblicato da Campanotto con l'introduzione di Pietro Gibellini. Tesio venne allora sul Gargano – mi confida Granatiero – «per conoscere le mie tane grotte voragini (Cafúerchie irótte iréve)» e trovava conferma alla parola del poeta che gli additava ad una ad una per Sellino Cavola, sopra la necropoli di Monte Saraceno, tutte le piante che calpestava, pronunciandone il nome dialettale, quello comune e quello scientifico.
«Dalla lontananza (e dalla memoria) – dice a ragione Giovanni Tesio – Granatiero ha estratto le vibrazioni di un tempo bambino, l'asprezza e il mistero di un rituale arcaico, di fatica e di magia. Nel correlativo di un paesaggio di grotte e di dirupi ha incontrato ansia e segreto, solitudine e tremore. Crepacci, strapiombi, tane, antri, ricetti, caverne, voragini, inghiottitoi, che conservano gli arcani di una civiltà primordiale. La storia di un paesaggio drammatico e dolce, aspro e materno, cuoio duro di una terra di pietre e di radici, di muricce e di ulivi storti al vento. Tutto il contrario di un'arte come fuga dall'emozione personale».
“Passéte”, sebbene distinto in tre parti (La passéte, La bbèlla nóve, La mala nóve) – dice ancora il critico – «interpreta il suo statuto di opera non addizionale: ossia di libro, non di raccolta». La prima sezione insegue la traccia, apre uno scenario, annuncia e sviluppa una poetica: la fame di terra che prorompeva in “Scúerzele” (‘Fuqualite’, Terra di selci) diventa qui metamorfosi dell'uomo in ulivo, come nei sonetti di settenari ‘Cúrpe’ (Tronchi) e ‘Lu lèbbre’ (La lepre). La seconda riprende, in parte rielaborandola, la buona nuova, l'annuncio protratto della nascita della sorella Rosanna. La terza evoca la mala nuova della sua tragica morte, mirabilmente congiunta al dolore universale suscitato dallo Tsunami.
Nella poesia ‘in limine’ Granatiero dice: «Il cane che non trova / la traccia non prende caccia. / Chi non fiuta dietro // il cacherello della lepre / – dentro a ciò che è stato – / non è morto, non è mai nato» (La cacaròzze u lèbbre). Questi stessi versi sono dall'Editore posti in fondo al volume (dopo il sommario), quasi a sottolinearne una struttura a chiasmo.
Torna in “Passéte”, ancora e più insistente, la ‘vòuce annatavanne’, la «voce altrove» di “Scúerzele” (Spoglia), quella che «detta (ditta) tempi, ritmi, parole» di un fare poetico artigianalmente discreto, sorretto da un lavoro di scavo filologico e linguistico, che è sempre uno «scavare ‘dajindre’, ossia dentro di sé», un'archeologia della parola che è, prima di tutto – come evidenziato anche da Pietro Gibellini – «archeologia della psiche».
«Lo studio metrico o metricistico è consapevolezza di una probità poetica necessitante», – sottolinea Tesio – evidenziando le qualità particolari del verso di Granatiero, delle sue paronomasie e apofonie, delle sue rime «giocate con dissimulata variatio» nelle terzine del poemetto “La bbèlla nóve”, nelle quartine e nei sonetti di settenari, ora più frequenti (‘Veddecòuse’, Vitalba; ‘Jabbamínde’, Scherzetti; ‘Prescézza nzúnne’, Gioia in sogno; ‘Lu uéte’, Il guado; ‘L'arie’, L'aria).
Tesio parla, ancora, di corrispondenza perfetta di cosa e di parola. Corrispondenza che va oltre la caratteristica intrinseca del dialetto. Qui si tratta di esiti raggiunti – come lo stesso critico scrisse altrove – «in forza di studio e di memoria».
Libro denso, vivo, profondo, la cui parola è «ngènete che ce avvite / nd'a nnu libbre, nd'u nite / de ciappítte óu me sònne» («germoglio che si avvita in un libro, nel nido di scarabocchi dove sogno», ‘Ciappítte’, Scarabocchi), ma è anche vergogna per una colpa antica, per inquisizioni e imperialismi che oggi partoriscono follie integraliste: «Chi ce nzòure p'la mòrte / ce pigghie a ssecherdune, / ce sckande, ce schemmògghie... / ce scètte, vrevegnòuse, l'àneme / nd'u stírche de na cólepa andecòrie...» (Chi sposa la morte / ci prende di sorpresa, / ci scuote, ci spiazza... / ci getta, vergognosa, l'anima / nell'immondezzaio di una colpa antica...).
‘La passéte’ (l'usta) e ‘lu ppasséte’ (il passato) non sono che memoria, ma la memoria è tutto. Chiedetelo ai familiari di un malato di mente: «Sènza memòrie, píte / cíche, surde, sbauttune, / óu vé la vècchia vèdue?» (Senza memoria, piedi ciechi, sordi, vacillanti, dove va la vecchia vedova?, ‘La passéte’, L'orma).
Ma il passato è qui soprattutto dolore, come in ‘Sucuté’ (Inseguire): «Chi sucutèisce la passéte u lèbbre / è nu quéne che ce allécche la frite» (Chi insegue la pista della lepre / è un cane che si lecca la ferita).
Il ricordo degli asfodeli, però, anche se non li accendi, un poco ti scalda (‘Veluzze’, Asfodeli) e la chiocciolina «svavógghie» (sbavuglia), lustra d'acqua e di sole (‘Cambescènne’, Pascolando).
Il poemetto ‘La bbèlla nóve’, parte centrale del libro, fu già pubblicato in ‘Iréve’ (Voragine), nel 1995, quando la sorella del poeta era in vita, ma diventa qui non solo parte integrante, necessaria all’architettura del libro, bensì principio fondante, vitale, della sua ‘substantia’, in quanto – come lo stesso Tesio evidenzia – «tutto si tiene in una circolarità che resta radicata nell’intimità più profonda del dire poetico di Granatiero, fatta di calibri e richiami, di corrispondenze e citazioni interne» e il poemetto, che è la sezione più narrativa, ma non meno lirica, diventa qui il fulcro del «lirismo narrativo», l’occhio che si spalanca e illumina le altre due sezioni, forse più intense, compatte, dove lo scavare apre zone della psiche più oscure e dolorose.
La madre-basto e il padre-aratro; lo scorrere di luci e ombre, di assillanti ‘murèisce’ o fotogrammi; la confessione di strazianti scherzetti (Jabbamínde); il ricordo di gioie e privazioni, intessute di una sola rima o assonanza, dissimulata, in genere interna al verso, in “ ande o –anne”, come ‘Rosanne’, in ‘Cachille’ (Cachi); gli «occhi grandi» del bimbo dell'esodo iracheno in ‘Prescézza nzúnne’ (Gioia in sogno); l'invocazione a Virgilio, a Omero, a Dante e a san Francesco in ‘Cacaròzze’ (Cacherelli), perché aiutino il poeta a dire (e a lenire) lo strazio della tragica morte di ‘Bbèlle, tròppe bbèlle’ (Bella, troppo bella); la mala nuova di ‘L'arie’ (L'aria); la pena grande di ‘Nnanda l'úcchie’ (Davanti agli occhi); il timo, l'odore acerbo di memoria di ‘Tume tume’; il guado che divide il passato dal futuro e che si vorrebbe "traboccante" di cielo (Lu uéte); il niente e i porcellini di terra (Li purcedduzze); la seggiolina, la preghiera e l'attesa di una madre (La siggijòule); la sorella-corbello di vimini che si fa terra e germoglia in forma di rosa (La cruuèdde).
Poesia, poesia e ancora poesia. Granatiero coniuga la vicenda personale con le parole-cose della nostra terra, dilatando l'orizzonte della povera lingua garganica fino a comprendere l'universale.
Chiudo con Giovanni Tesio: «Nel segno della lepre – se vogliamo legare la soglia al congedo – non solo il poeta non è morto, ma non è mai stato così vivo».
FRANCESCO GRANATIERO, “Passéte”, con Nota critica di Giovanni Tesio, Edizioni Interlinea, Novara 2008, pp. 135, € 10