Uriatinon

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domenica, 30 dicembre 2007

FINITA L'AGONIA DI KALENA. LE SUE PIETRE TORNERANNO A VIVERE

DOPO 10 ANNI DI LOTTE LA SOPRINTENDENZA DICE "STOP"

 

L'abbazia di Kàlena in una foto di Romano Conversano

 

Peschici - L’agonia di Kàlena non è finita con la sua morte! Il 27 u.s. la Soprintendenza ai Beni Culturali della Puglia ha notificato ufficialmente al Comune di Peschici che l’antica Abazia (872 d.C.) è stata sottoposta a vincolo integrale. Con tale atto sembra terminare la lunga lotta durata dieci anni condotta dal Centro Studi peschiciano “Giuseppe Martella” - guidato dalla lungimiranza culturale della prof.ssa Teresa Maria Rauzino col supporto “logistico” di Italia Nostra, sezione Gargano (nella persona del suo presidente Menuccia Fontana) - nei confronti della bisecolare proprietà dell’ultramillenario tempio-fortezza sito nella piana ai piedi della arroccata cittadina garganica.

  Abbandonata all’incuria del tempo e degli uomini, la primigenia cella benedettina alle dipendenze di Santa Maria delle Tremiti, famosissima “Montecassino del Mare”, cresciuta con questa fino a superarla in importanza e possedimenti che arrivavano addirittura in terra molisana (Campomarino) e barese (Canne e Molfetta), acquistata dalla famiglia Martucci alla fine del Settecento, il 1997 ha sollevato un movimento d’opinioni e di popolo per merito del ricordato Centro “Martella” che s’è fatto portavoce di una battaglia per “salvare dalla lunga agonia di pietra” questa importante testimonianza della cultura di Capitanata e dell’intero Meridione. Un movimento che ha raggiunto una dimensione nazionale, come hanno dimostrato le migliaia di adesioni alle varie petizioni “Pro Kàlena”, giunte anche via Internet da tutta Italia.

  Vari convegni,  giornate di studio e il libro/denuncia del Centro Studi, “Salviamo Kàlena. Un’agonia di pietra”, curato da Liana Bertoldi Lenoci dell’Università di Trieste, hanno posto all'attenzione del mondo  la storia millenaria dell'Abazia, dando una visione d'insieme alle varie problematiche e sensibilizzando le varie istituzioni alla sua tutela, affinché cercassero, coralmente, soluzioni concrete e più opportune per il restauro del monumento di notevole struttura architettonica ormai in rovina e realizzare un sogno: la sua restituzione alla fruizione collettiva non soltanto dei residenti, ma dei numerosi cittadini del mondo che scelgono il Gargano come meta preferita delle proprie vacanze, non solo per il mare incontaminato e lo splendido paesaggio, ma per l'originale storia e cultura di cui è stato protagonista nel corso dei secoli.

  In occasione dell’ultima apertura dell’Abazia al pubblico, il Centro “Martella” comunicava il suo attuale stato al Soprintendente Ruggero Martines: «Càlena, lo abbiamo verificato l´8 settembre 2007, unico giorno dell’anno in cui è aperta al pubblico per la festa della Madonna, sta cadendo a pezzi, sempre più soggetta a vandalismi e furti: lo stemma del portale del lato sud, chiuso e interrato, mostra segni abrasivi sui simboli dei Canonici Lateranensi; sparito, nella chiesa nuova, quella con la campata principale en plein air, il lastrone di pietra che chiudeva l’ipogeo della cripta; se non si agirà nel più breve tempo possibile, la copertura lignea dell’abside crollerà (una trave di legno è in bilico); il campanile a vela, che ospita un prezioso bassorilievo di Madonna orante risalente al 1393 è completamente ricoperto da vegetazione invasiva e sta letteralmente sgretolandosi; la chiesa antica, risalente all´XI secolo, segnalata da Emile Bertaux all´inizio del ‘900 per una rarissima tipologia di cupole in asse, divisa in due ambienti separati, continua a “ospitare” attrezzi agricoli».

   Dopo la recente “messa in tutela” e i 500mila euro promessi dal vicepresidente del Consiglio Rutelli, oltre ai 350mila già stanziati e giacenti nelle casse comunali, ci si augura che lo scempio finalmente finisca.


Piero Giannini

L'articolo di PIERO GIANNINI è stato pubblicato a pagina 10 del quotidiano regionale "Puglia" del 30 dicembre 2007:

 

http://www.quotidianopuglia.it/public/pdf/30122007.pdf
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categorie: salviamo kalena
sabato, 29 dicembre 2007

 

E' in edicola «MATInates» di Antonio Latino

 

 

 

 

 Presentato a Mattinata, sabato 29 dicembre,  il nuovo volume "MATInates" che lo storico locale Antonio Latino ha dato alle stampe, per i tipi di Basso editore.

 

Il saggio, che ha avuto il patrocinio morale a titolo gratuito del Comune di Mattinata, del Parco del Gargano e il sostegno degli operatori del Consorzio Matinum, è già in vendita presso la Libreria Mantuano ed acquistabile anche online.

 

«Matinatès, Mati natès sono i nativi Matini, ovvero quella tribù dei Matinates, nella definizione dell’archeologo Silvio Ferri relativa agli antichi abitatori del territorio che, a partire dalla piccola città fortificata attigua alla Necropoli protostorica di Monte Saraceno si insediò nel territorio circostante»..

«Ma Matinatès siamo anche noi – continua l’autore, così chiamati nell’etimo dialettale locale, mattinatesi appunto, nativi di quel territorio Matino già noto nell’antichità e rintracciabile in alcuni scritti classici da Orazio a Lucano (apis matina, litus matinum ecc.)».

 

Il libro non intende supplire, come sottolinea Latino, «carenze altrui quanto mettere nella giusta luce persone meritevoli di essere ricordate e tradizioni da sottrarre al dimenticatoio della memoria collettiva, inserendo qualche gustoso aneddoto e curiosità al fine di insaporire il tutto e rendere la lettura piacevole e non eccessivamente faticosa».

 

Il volume contiene anche "tranches de vie". L’intento dell'Autore è di far uscire da queste pagine un racconto «che restituisca il gusto della lettura e immortali un’immagine di Mattinata, oleografica quanto basta, con un po’ di nostalgia da amarcord di famiglia raccontato a sera dai nonni ai nipotini davanti al focolare domestico, mai dimentico del domani che, nel giro di poche ore incombe: il nuovo Matino che nasce».

 

Proprio partendo dalla sua mattinatesità, Latino si è proposto di riscoprire e mettere nella giusta luce i Mattinatesi. Alcuni importanti, altri, la maggior parte, meno altisonanti, anzi piuttosto umili, «ma non meno meritevoli di un affettuoso ricordo».  

Non mancano anche alcuni mattinatesi di adozione che col lavoro o gli studi hanno legato il proprio nome a questa terra. Una ricca galleria di personaggi, resi presenti con sguardo che nello stesso tempo è indagatore e benevolo, che va dall’arciprete don Salvatore Prencipe, all’archeologo Matteo Sansone, al sacrestano Michele Mancini, a tanti altri che, con diverso ruolo e posizione, hanno fatto la storia della comunità di Mattinata.

 

 Fonte: http://www.mattinata.it

 

Clicca qui per acquistare online una copia del libro

 

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categorie: recensioni, eventi
venerdì, 28 dicembre 2007

 

 

Finalmente arriva il vincolo integrale per l’abbazia di Càlena

(in agro di Peschici-FG)

 

 

 

Ieri, 27 dicembre 2007, la Soprintendenza ai Beni Culturali della Puglia ha notificato ufficialmente al Comune di Peschici che l’abbazia di Càlena è stata sottoposta a vincolo integrale. E’ una notizia che attendevamo da tempo, visto che eravamo stati proprio noi del Centro Studi Martella insieme a Italia Nostra, a chiedere questa misura, facendo sottoscrivere l’istanza in primis all’arcivescovo Domenico D’Ambrosio e  a vari Enti, Istituzioni e studiosi che parteciparono al Convegno “Insieme per Kàlena” svoltosi il 26 febbraio scorso a Palazzo Dogana, sede della Provincia di Foggia.

Un passo senza dubbio importantissimo nel difficile iter che vede da dieci anni la nostra Associazione in prima fila per la risoluzione dell’annosa questione.

Lo stato attuale dell’Abbazia, di proprietà della famiglia Martucci, è così descritto nella nostra ultima comunicazione  (del 16 settembre scorso) al Soprintendente Ruggero Martines : «Càlena, lo abbiamo verificato l´8 settembre 2007, unico giorno dell’anno in cui è aperta al pubblico per la festa della Madonna, sta cadendo proprio a pezzi. E’ sempre più soggetta a vandalismi e a furti: lo stemma del portale del lato sud, chiuso e interrato, mostra segni abrasivi sui simboli dei Canonici Lateranensi; è appena sparito, nella chiesa nuova, quella con la campata principale en plein air, il lastrone di pietra che chiudeva l’ipogeo della cripta. Se non si agirà nel più breve tempo possibile, la copertura lignea dell’abside crollerà (una trave di legno è in bilico); il campanile a vela, che ospita un prezioso bassorilievo di Madonna orante risalente al 1393 è completamente ricoperto da vegetazione invasiva e sta letteralmente sgretolandosi. La chiesa antica, risalente all´XI secolo, segnalata da Emile Bertaux all´inizio del Novecento per una rarissima tipologia di cupole in asse, divisa in due ambienti separati, continua ad “ospitare” attrezzi agricoli».

E' dal 1997, anno della sua istituzione, che il Centro Studi “Martella” sta  sensibilizzando l'opinione pubblica al recupero dell’antica abbazia dell’872 d.C. Si è fatto portavoce di un forte movimento di opinione che chiede di “salvare dalla lunga agonia di pietra” questa importante testimonianza della cultura della Capitanata e del Sud Italia. Un movimento che ha raggiunto una dimensione nazionale, come hanno dimostrato le migliaia di adesioni alle varie petizioni “Pro Kàlena”, giunte anche via Internet da tutta Italia.

Vari convegni,  giornate di studio e il libro/denuncia del Centro Studi Martella “Salviamo Kàlena. Un’agonia di pietra”, hanno posto all'attenzione di tutti  la storia millenaria dell'abbazia, dando una visione d'insieme alle varie problematiche, per sensibilizzare le varie Istituzioni alla tutela del monumento, affinché cercassero, tutte insieme, le soluzioni concrete e più opportune per il restauro di questa notevole struttura architettonica.

Per realizzare un sogno: che finalmente Càlena sia restituita alla fruizione collettiva non soltanto dei residenti, ma dei numerosi cittadini del mondo che scelgono il Gargano come meta preferita delle proprie vacanze non solo per il mare incontaminato e lo splendido paesaggio, ma per l'originale storia e cultura di cui è stato protagonista nel corso dei secoli.

 

 

Il presidente del Centro Studi "Martella"

prof.ssa Teresa Maria Rauzino

 

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categorie: salviamo kalena
venerdì, 28 dicembre 2007

3 liriche  di Domenico Sangillo

Alcune liriche di Domenico Sangillo sul Natale

http://www.splinder.com/myblog/edit/post/262883

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categorie: gli artisti
mercoledì, 26 dicembre 2007

L’opera di Domenico Sangillo analizzata  dalla  critica d’arte Santa Fizzarotti Selvaggi in una pubblicazione dell’Università degli Studi Bari interamente dedicata al grande artista di Rodi Garganico, insignito del “Sigillo d’argento” dell'Ateneo barese

 

Sangillo, il Pittore della nostalgia

 

di SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI 

 

 

 

 «Ciò che si è non lo si può esprimere».

Kafka

«E’ prestando il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura...» 

Maurice Merleau-Ponty

 

Domenico Sangillo, figlio della nostra terra, nasce a Rodi Garganico il 29 gennaio del 1922, si trasferisce giovanissimo all'età di 18 anni a Roma dove affina la sua vocazione per la pittura. Segue il Maestro Carlo Siviero. E’ accolto spontaneamente fra gli artisti come Mario Mafai, Francesco Trombadori (padre di Antonello), Giovanni Consolazione e partecipa da protagonista al dibattito culturale dei salotti capitolini. 

Interprete dì quanto lo circonda, Sangillo si è sempre attestato sul 'Tonalismo romano" sprofondando, anzi naufragando, come ci ricorda Leopardi, nel lirismo delle atmosfere indefinibili della Natura, della sua infanzia vissuta in Puglia. Gli anni romani sono per Sangillo fonte inesauribile di ispirazione, ma anche di nostalgia: desiderio malinconico e struggente di ritornare in patria, di rivedere i luoghi dell'infanzia, gli oggetti cari. 

Egli ha sempre sentito di «stare sulla terra», così come afferma Heidegger, per cui la sua nostalgia fu sempre intensa. E’ la Terra Madre - quale grembo di vita e di morte - che lo attira fatalmente: non a caso nella sua pittura grande assente è la figura umana che sembra persa nelle ombre, negli effetti nebbiosi e umidi delle vaste campiture cromatiche. Tra la parola e l'immagine si pone il gesto dell'artista alla ricerca di qualcosa dì perduto... E sono le ombre a tradurre in parte l'inesprimibile, il grido d'angoscia dell'artista dinanzi ad una Natura oltraggiata dagli interventi devastanti dell'uomo... Non a caso Cesare Vivaldi lo ha definito “Pescatore di ombre”. 

Ma dove è l'ombra è anche la luce, che nel Corpo delle Tenebre si nasconde per affiorare, a tratti, attraverso il discorso della Pittura, meglio nella Parola pittorica.

Negli anni '70 Sangillo sente un grande disagio e ritorna a Rodi. Al pennello aggiunge la penna. Non c'è contrapposizione tra Poesia e Pittura, bensì un intreccio proprio della tradizione umanistica. Molti grandi Pittori, infatti, hanno riconosciuto la necessità di dipingere con le parole. La poesia non prende il posto della pittura: colori e immagini si trasformano, invece, in folgorante Parola poetica. Non a caso Simonide di Iuli affermava che «la Pittura è Poesia muta e che la Poesia è Pittura cieca», così come ebbe a dire successivamente anche Leonardo.

Per Sangillo si aprono nuovi scenari, visioni della realtà fisica, naturale, mentre egli ascolta profondamente il suo mondo interno - il Sé -, la voce della sua anima di "bambino" stupito di fronte alla Natura, alla bellezza armoniosa del Creato, della luce che disperde le tenebre. Si tratta del luogo dell'origine. Il gesto dell'artista sta a significare la possibilità dell'uomo di riappropriarsi dell'incipit nella consapevolezza di giocare a ricreare il mondo.

Luciano ha definito Omero «il più grande dei pittori». E lo sguardo di Omero in un dipinto di Rembrandt dal titolo "Aristotele e il busto di Omero" è rivolto altrove. Forse verso quel luogo originario e misterioso dal quale nascono tutte le cose. L'Altrove indefinibile e sfuggente. 

Suoni, gesti, sguardi, odori e sapori si ritrovano nella poesia e nella pittura di Sangillo che così scrive: «Gocce di luna / merlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco di pescatori / si perde nel gorgo del mistero». Ed è in tale incontro misterioso dei sensi descritto dal Pittore che si strutturano la parola e l'immagine. D'altra parte così scrive Orazio: «... la poesia è come la pittura, che a volte si coglie da vicino e altre da lontano, ora in penombra e ora in piena luce...». 

Sangillo ci invita a riascoltare i sensi, al "fare" che è un "pensare", alla rieducazione dello sguardo, alla costruzione di una diversa visione del mondo, di un nuovo ma antico discorso in grado di incontrare l'Altro nella dimensione della Memoria. Forse anche nella tragicità dell'esistenza. Nelle sue opere si percepisce il farsi e disfarsi dell'esistenza, di forme sempre nuove eppure già inscritte nel codice segreto della Natura: del Cosmo. L'Artista ci invita a coniugare parola e immagine, il visibile e l'invisibile per ritrovare il senso originario delle cose. Ed è l'Arte che permette la ricomposizione di quel mosaico della beatitudine che scaturisce dall'antica Memoria di un luogo Altro. 

Sangillo ha sempre viaggiato tra e con le immagini nel tempo e nello spazio, in luoghi sconosciuti, immaginando forse di recarsi ai confini dell'universo, tra le stelle, visibili e invisibili, che popolano gli spazi siderei, tra le lune...

Per l'Artista il Varano è «... specchio di antiche lune...». Vale a dire che il nostro passato ci impregna indicandoci il nostro futuro: «quella terra / è l'uva della mia fede: / il colore». L'Artista, infatti, attraverso il colore stabilisce un intimo dialogo con i luoghi, con l'anima dei luoghi e le memorie eterne del vento: ed è così che tra la terra e il cielo tenta di ritrovare legami riscoprendo la materia nel suo mistero, l'odore del fuoco, il sapore delle mele nell'orto, lo splendore di tronchi d'alberi e le loro ferite, graffiti e scritture del tempo. Visioni e paesaggi che l'artista ricompone in un unico grande scenario riflettente in ogni caso i frammenti dell'anima del mondo. A noi rimane la possibilità di intravedere il nostro volto riflesso nelle sue Opere e riconoscere in parte la nostra vera natura.

«La vera opera d'arte nasce dall'artista in modo misterioso, enigmatico, mistico», ha scritto Wassily Kandinsky. L'Arte è sempre un mistero che genera emozione e dunque nuove forme: ma è l'emozione a plasmare la nostra mente intessuta di affetti.

E’ stato scritto che «La longevità spirituale di Domenico Sangillo è sorprendente. Le sensazioni, le emozioni, le malinconie, riflessioni, memorie, ironie, si alternano tra loro, trascinandoci ammirati in un gioco di immagini e di ritmi incredibile. Dentro la sua anima vive l'eterno bambino». Quel bambino che gli fa dire: «Lacerata / dalla giuncaia / di rosso / si tinge lo stagno». Il rosso, il colore vibrante della passione, del sentimento, dell'amore, ma anche della rabbia, tinge la giuncaia. Ed è subito Pittura. 

Dal suo lavoro affiorano con prepotenza la gioia e il dolore, la nostalgia, attraverso la rarefazione del segno che invita a considerare la possibilità di godere dell'atto vitale nell'hic et nunc, come se il segno fosse testimonianza e memoria. Ed è così che Sangillo affronta con coraggio il nucleo profondo del problema dell'essere umano: la realtà del divenire.  Le sue Opere rappresentano le scene di un sogno. L'immagine viene così "ad arte" ricostruita da Sangillo tra rimemorazione e sensualità. Si tratta di luoghi nascosti e misteriosi che appaiono nel chiarore opalescente della Memoria. L'Artista appare rapito dalla Natura, si immerge nel luogo dell'inquietudine: ovvero in qualcosa che muove i sensi, turba e perturba. Ma dov'è ora la Natura? Dove possiamo incontrarla? Nell'Arte, nel Corpo dell'Arte, nel Volto dell'umanità smarrita? Nell'immobile bellezza del Varano? 

La dialettica tra aniconicità e iconicità, tra invisibile e visibile, forse è nucleo del suo discorso pittorico. I paesaggi, dal taglio severo delle strutture, vivono in uno spazio costruito dal colore. Assistiamo alla creazione di una sorta di spazialismo dinamico. In verità, in tutta la difficile ricerca di Sangillo affiora la costante presenza di un "io-poetico" in grado di meditare sull'elemento luce" che riguarda, come già affermato, il gesto dell'origine. Non a caso le Sacre Scritture narrano che: Dio disse: «sia Luce... » e la Luce fu. Di qui le grandi campiture cromatiche che vibrano in uno spazio misterioso - lo spazio della mente e del cuore -, all'interno del quale meravigliosamente palpita la "carne viva" del mondo. 

Sangillo è il Pittore che dipinge la Natura nelle sue varie forme e manifestazioni. La sua mente è poetica. Ma la Poetica è un fare. “Pòiesis”: inventare, comporre, plasmare. In definitiva, si tratta della costruzione dell'Oggetto d'amore che appare tra la parola e l'immagine. Sangillo plasma il mondo attraverso la Parola poetica piena di luce - la stessa luce che genera l'immagine e la pittura. L'Artista, infatti, si esprime attraverso "universali fantastici", ovvero tramite le strutture archetipiche dell'immaginazione. Penetra nella realtà naturale per comprenderla non senza dolore. La sua pittura è un accadimento mistico, una trasfigurazione dell'esistente: la ricerca del corpo di luce che impregna tutte le creature. E un misterioso vento cosmico, proveniente da luoghi oscuri, ci avvolge.

Ma è sempre la Puglia a parlare alla sua immaginazione. 

Si tratta di un recupero di un'amnesia, della cura al nostro «disorientamento psichico dovuto alla distruzione della memoria del mondo» (cfr. J. Hillman). 

L'artista appare cosciente della condizione dell'essere umano: la figura si confonde spesso con lo sfondo. Si tratta della solitudine che domanda la scoperta di Sé e dell'Altro all'interno di una reciprocità senza fine. Ma questo intrecciarsi dell'Uno e dell'Altro avviene in un percorso intersoggettivo e fecondo che si chiama Amore. Ogni sua opera è un frammento della sua vita che incontra la nostra esistenza. Siamo parte di una grande e mutevole Opera che nella sua immagine cangiante ci restituisce il Volto composito dell'Essere. In questo senso forse possiamo comprendere la ricerca di un significato assoluto dell'esistere in quanto tale. Egli sente di vivere nella fiamma dell'Arte quale scintilla del fuoco divino, del roveto ardente.

Una sorta di dimensione celestiale che racconta le vicende dell'Essere senza tempo che dimora dentro di noi mentre si fa linguaggio: Pittura e Poesia. In ogni caso musica e canto si elevano al cielo, all'imperscrutabile mistero. Si tratta di una magia... Nel trasformare l'immagine in parola poetica e la Poesia in Pittura Domenico Sangillo diventa Alchimista. Trova, cioè, il senso dell'esistere che vibra dei sette colori dell'arcobaleno, delle sette note musicali, dei suoni dell'alfabeto, che altro non sono se non le emozioni inscritte nel cuore. 

Nei suoi accordi cromatici ritroviamo quanto Brahms scrisse a Max Klinger: «Vedo la musica e la bellezza delle parole ed ecco senza che me ne accorga, i Suoi magnifici disegni mi portano più lontano; guardandoli mi sembra che la musica continui a risuonare all'infinito e che esprima tutto ciò che avrei voluto dire». L’inenarrabile che la Pittura impietosamente disvela e nasconde. Un pulviscolo che l'Artista riordina ed offre all'Altro con la coscienza del tempo che inesorabile passa e che l'Arte rende interminabile ed eterno. Non a caso egli scrive: «Dentro di me una voragine. / La goccia del tempo ha scavato la pietra».

Ed io mi permetto di aggiungere: una pietra viva che respira e profuma come la Poesia e la Pittura. Metafore del corpo aperto, amato e violato della nostra Madre Terra.

 

Il saggio di SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI è stato pubblicato in AA.VV.“Omaggio all’artista Domenico Sangillo”, Quaderni d’Ateneo 12 dell’ Università degli studi di Bari, Servizio Editoriale Universitario, 2007. 

 

"L'Uliveto" di Domenico Sangillo

 

"Campagne romane" di Domenico Sangillo 

 

ALBUM "OPERE" DI DOMENICO SANGILLO:

http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/sangillo.msnw

http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/sangillo.msnw?Page=2

http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/domenicosangillo.msnw

 

SCHEDA WIKIPEDIA SU SANGILLO:

http://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Sangillo

 

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categorie: gli artisti
domenica, 23 dicembre 2007

Natale a Peschici

 

Tradizioni pugliesi degli anni Cinquanta

 

 

di TERESA MARIA RAUZINO

 

 

  

 

 

Come in tutta la Puglia, per tutto il tempo di Natale, le case di Peschici erano allietate da canzoni sul tema, intonate a varie riprese, da tutti i componenti della famiglia, e in particolare dai bambini. Oggi se ne ricordano quattro, in particolare. La prima era una nenia: "Ninna nanna /o Bammnell'/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin'/. Questa strofa era seguita da altre simili, a parte il capo del corredino che variava fino al completamento del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i'scarpitell'), la cuffietta (a' cuffiett'), il vestitino (u' vestitill') che la Madonna confezionava a mano, approfittando dei momenti in cui il suo bambino dormiva.

 

La seconda canzoncina faceva rivivere una scena di vita quotidiana della "sacra famigliola": "Maria lavava e Giuseppe spandeva/ Suo figlio piangeva/ piangeva così./ Sta zitto mio figlio / che ora ti piglio/ le fasce e le bende/ le ho messe a scaldar./". Il neonato, piangendo, reclamava con insistenza il cambio dei pannolini, che tardava ad essere effettuato. In pieno inverno, Maria e Giuseppe non riuscivano in tempi brevi a lavare, spandere, asciugare i "pannicelli", e spesso erano costretti a stemperarne l'umidità al calore del camino sempre acceso.

 

Non esistevano allora i pratici pannolini usa e getta, tipo Lines o Pampers, che rendono tutto più facile alle mamme moderne. Una particolarità interessante è il ruolo familiare collaborativo di san Giuseppe: la scena rievoca momenti realmente vissuti dalle giovani coppie di Peschici in cui il padre, pur impegnato nel faticoso lavoro, trovava il tempo per aiutare la madre dei suoi figli che, da sola, in assenza delle comodità odierne, non avrebbe avuto la forza di attendere ai vari lavori domestici. Questi, non bisogna mai dimenticarlo, si aggiungevano ai lavori contadini cui quasi tutte le donne attendevano, per contribuire all'economia familiare di sussistenza.

 

"San Giuseppe jé jute all'ort'/ jè jute à coggh' li ch'nforte/ li facev' a mazz'tell' / e li purtav' ò bamm'nell " (San Giuseppe è andato all'orto/ E' andato a cogliere generi di conforto,/ li faceva a mazzettini/ e li portava al Bambinello) è un'altra filastrocca che metteva in risalto l'attento e sollecito amore paterno con cui San Giuseppe cresceva Gesù.

 

Una canzoncina cantata da mia nonna, originaria di Vico del Gargano, recitava: "Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a' fest' di quatràre/ e nà pett'l e nà ranoncke/ mamma li stenne e tate l'acconcke". (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ e una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro forma). La "ranoncke", come ci documenta Giovanni Tancredi in "Folklore garganico", era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione della festa di Natale.

 

Il conto alla rovescia dell'attesa della festa principale si esprimeva con i seguenti versetti: " Joggie jè sante Nicole/ e Natale diciannoue./ Joggie jè à Cuncette/ e Natale dicissette./ Joggie jè Santa Lucia/ e Natale dudicine." (Oggi è San Nicola/ e mancano 19 giorni a Natale./ Oggi è la Concetta/ e mancano 17 giorni a Natale./ Oggi è Santa Lucia/ e mancano dodici giorni a Natale).

 

Intanto nelle pinete e nei boschi che circondavano Peschici, il capofamiglia andava in cerca dell'albero di Natale. Il più adatto era un alberello pungente di colore grigiastro (u' smuri'cke). Le sue decorazioni dovevano dare l'idea dell'inverno. Per "imbiancarlo", le donne utilizzavano i fiori delle piante di cotone, che allora era coltivato nel nostro territorio. I batuffoletti venivano "aperti" sui rami dell'albero, coprendoli magicamente di fiocchi lucenti di neve. Caramelle, cioccolatini, biscottini fatti a mano, e piccoli mandarini, tutti appesi ai rami con fili di cotone, arricchivano con semplicità l'albero. Il presepe veniva tappezzato, letteralmente, di zolle di terra ricoperte di una brillante erbetta vellutata (i' lippe).

 

Iniziavano le funzioni religiose e tutta la popolazione di Peschici vi partecipava con trasporto, affollando la chiesa madre di Sant'Elia profeta. Chi non poteva permettersi di pagare l'affitto di una sedia al sagrestano, ovviava portandosela da casa. Gli inginocchiatoi strettamente riservati alle poche famiglie nobili o ricche, portavano incisi i loro nominativi. La novena era integrale, ed era suonata e cantata. Echeggiavano le melodie di "Astro del ciel" e della "pastorella": "Tu scendi dalle stelle". Non è documentata la rappresentazione della "Santa Allegrezza", vita e la passione di Gesù, che certamente era proposta, come in tutti gli altri centri garganici, dai pochi zampognari che dagli Abruzzi raggiungevano anche il nostro paesello, anticamente compreso nell'itinerario del tratturo del Candelaro.

 

Intanto, nelle ampie cucine fervevano i lavori. Si preparavano i dolci tipici degli altri paesi del Gargano (crustle, cav’ciune, struffle), ma la specialità peschiciana erano le "pettole". Le massaie erano abilissime nello stendere la massa lievitata di questo dolce, al massimo. Queste frittelle raggiungevano lunghezze considerevoli , e Saverio La Sorsa in "Usi, Tradizioni e costumi del popolo pugliese" ce lo documenta:"A Peschici le donne fanno pettole lungo mezzo braccio". Tutte seguivano l'invito di un proverbio a non saltare questo rito natalizio per eccellenza: " I pett'le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch' à Cap'danne" (Le “pettole” che non si fanno a Natale, non si faranno per tutto il resto dell'anno). Queste frittelle erano friabili e gustose, intinte calde calde nel mostocotto di fichi. Un'altra specialità , la "scarola" , frappa con un filo di costoso miele e una spruzzatina di cannella , era il dolce dei ricchi.

 

Anche a Peschici, come a Vico del Gargano, la sera della Vigilia si gustavano tredici specialità di magro, a base di pesce e verdure: cavolfiore (a’ vroccle) con baccalà, anguille e capitoni arrostiti o fritti, alicette, grugnaletti fritti, baccalà in pastella di farina, uovo e prezzemolo fritto, zucca rossa fritta, cavolfiore lesso condito con olio e limone, patate "arracanate" (gratinate senza carne, con pane raffermo sbriciolato, pecorino, aglio, prezzemolo e un filo d'olio). Venivano cotte in una tortiera (u’ rot'), su una fornacetta o nel camino, “con fuoco sopra (carboni roventi sul coperchio e sotto il piccolo treppiedi (u’ trapp’telle)”.

 

Il pranzo di Natale era a base di maccheroni con il ferro (i' maccarune) con ragù di pancetta e polpette di pane, formaggio e uova, precedentemente fritte. Il secondo era costituito da bistecche di maiale alla griglia (i' tacche). Finocchi, carote e sedano dei floridi orti peschiciani; pere, sorbe, mele cotogne, uva “mennavacca” (conservate per l'inverno e appese a coppie alle travi del tetto) completavano il pasto insieme ai dolci.

 

A Santo Stefano trionfava il bollito di "Cape e pede" testa e piedi di maiale, che comprendeva anche le orecchie e la coda, con verdure varie (cicoria, scarola, verze, sedano, finocchi, lessate e insaporite con olio e formaggio pecorino). La carne di maiale bollita si disossava. Con le verdure, era aggiunta al brodo, leggermente sgrassato, che condiva il pane raffermo (u’ pane m’puss), posto nei grandi piatti di creta di quel tempo. Questi bastavano per tutta la famiglia.

 

A Capodanno tutti i bambini, sulla falsariga della strofetta "Cap'danne iè cap' d' mese/, rape a' vorscie/ che te mette u' tornese./" (Capodanno è capo del mese,/ apri la tasca, /che ti metto un soldo), giravano per le case di parenti, zii e compari per ricevere la buona strenna (a' bona strenne). Era l'unico giorno dell'anno in cui il regalo era elargito in danaro.

 

Tutte le sere di vigilia (Immacolata, Natale, Capodanno, Epifania), grandi falò (i’ fanoie) illuminavano i vari quartieri del paese. Una tradizione rimasta viva solo in occasione della vigilia di sant’Antonio del 12 giugno, quando davanti alla chiesa si accende un enorme falò.

 

Per i viandanti, che osservavano da Montepucci il costone di roccia riverberante di fiamme, Peschici assumeva la suggestiva immagine di un presepe.

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categorie: il natale
sabato, 22 dicembre 2007

legambienteGARGANO 2007

L'ANNO DA DIMENTICARE

 


Il Gargano ha conosciuto, nel 2007, il momento più nero degli ultimi dieci anni. Devastato dagli incendi boschivi, dilavato dalle piogge battenti, vittima anche di una recrudescenza dei fenomeni criminali legati alla mafia garganica.

Un’emergenza figlia anche delle carenze di un Parco Nazionale ostaggio della politica e incapace di condurre a termine i processi necessari a dotare il Parco stesso di strumenti minimi di gestione.

Il Piano del Parco è latitante, vittima del fuoco incrociato dei comuni, sempre più insofferenti a qualsiasi strumento di pianificazione nella gestione del territorio. Vittima anche del “parolismo” di una gestione inconcludente e troppo attenta alle campagne elettorali nelle quali il Presidente si espone oltre il dovuto per chi rivesta cariche istituzionali. Il Piano nella sua versione definitiva è stato consegnato da più di due anni dalla società incaricata della sua redazione che, a valle di tutti gli studi, le concertazioni e le consultazioni, ha elaborato un documento che merita solo di essere adottato in via definitiva. Cosa che, come è evidente, non accade.

A questo si aggiunge la mancanza di iniziative sul fronte del contenimento dell’abusivismo edilizio: da quattro anni giacciono 500mila euro nelle casse del parco in attesa di essere utilizzati per gli abbattimenti degli immobili abusivi. I soldi non vengono spesi e, nel frattempo, il parco non avanza richiesta per incassare ulteriori somme che il Ministero dell’Ambiente gli ha messo a disposizione. Tutto questo aggravato da irresponsabili dichiarazioni rese dai vertici del parco, evidentemente mirate a tranquillizzare il popolo degli abusivi.

Un Parco drammaticamente inattivo sul fronte dell’accoglienza turistica. Nonostante la propaganda che mira a far credere il Parco del Gargano un modello da imitare, ascrivendo a merito della gestione del parco i flussi storici di turismo religioso legati ai culti di Padre Pio e di San Michele e quelli consolidati del turismo balneare sulla fascia costiera, l’amara verità è un’altra: i centri visite per l’accoglienza dei visitatori del parco sono tutti chiusi,fatta eccezione per quello di Monte Sant’Angelo. Chiuso quello di Manfredonia. Nonostante la società Oasi Lago Salso si sia fatta avanti per una gestione competente, il Parco non si decide per l’affidamento del servizio, e la struttura patisce l’inattività. Ha chiuso i battenti anche il centro visite di Lesina, il primo ad aver iniziato l’attività una decina di anni fa. Non decolla quello di Borgo Celano, affidato a trattativa privata a una associazione vicina al presidente. Non apre più neanche quello di Rodi Garganico, inaugurato in pompa magna. La mancanza totale della rete infrastrutturale di accoglienza turistica del parco è alla base del crollo di occupazione degli operatori dei servizi turistici ed educativi legati alla fruizione dei beni ambientali e culturali del Gargano: delle decine di imprese di servizi fondate negli anni dell’istituzione dell’area protetta ne sopravvivono poche, e con grandi difficoltà.

Una gestione completamente inadeguata e colpevolmente involuta in dinamiche politiche di parte, che purtroppo, in alcuni casi, fanno essere il Parco Nazionale del Gargano il contrario di quello che dovrebbe essere.

Sul fronte della speculazione edilizia le cose non sono più confortanti. Crescono gli interventi di cementificazione selvaggia, con operazioni speculative di grandissima portata, che si affiancano alla piccola speculazione.

Esplode il caso San Giovanni Rotondo con 1400 abusi edilizi tra accertati e presunti, secondo le stime del politecnico di Milano incaricato della redazione del nuovo PUG, che si aggiungono ai 101 alberghi costruiti in deroga nell’anno del giubileo nella città di San Pio, con molti imprenditori che fanno pressione sulla politica affinché sia reso possibile un cambio di destinazione d’uso da turistico ad abitativo. Legambiente è contraria che, dopo uno scempio come quello perpetrato ai danni del paesaggio, si finisca per legittimare, con il cambio di destinazione, la strategia dei furbi.

Saltano agli occhi il caso Monte Sant’Angelo, con un boom edilizio degno degli anni cinquanta in un periodo di evidente decremento demografico, e quello di Cagnano Varano, che decide di non bloccare l’iter che potrebbe portare alla costruzione di due ecomostri senza precedenti proprio sulle rive del lago costiero di Varano. Mattinata, Vieste e Peschici, che continuano ad approvare lottizzazioni in luoghi ambientalmente e paesaggisticamente rilevanti. Con un caso scandaloso come quello di Peschici, in cui si continua ad utilizzare, senza volontà alcuna di procedere all’elaborazione di un nuovo strumento urbanistico, un piano di fabbricazione anni ’70, che prevede l’edificazione indiscriminata, specie nelle aree adiacenti a quelle costiere.

Una novità per quanto riguarda il caso di Torre Mileto, il più imponente abuso edilizio italiano, che con l’approvazione del PIRT da parte della Regione Puglia, dovrebbe subire centinaia di abbattimenti di villette abusive, con azioni di riqualificazione naturalistica e urbanistica dei luoghi. La vicenda dell’abusivismo a Torre Mileto non ha mancato di mettere in evidenza, anche in tempi recentissimi, il sistema di complicità e connivenza tra il popolo degli abusivi e importanti segmenti della politica locale, che hanno sfruttato gli umori degli abusivi a fini elettorali. E’, per questo, importante che non si abbassi la guardia, affinché il PIRT non resti lettera morta.

Nulla di nuovo per quanto riguarda gli ecomostri storici: il Centro direzionale a Baia dei Campi, di proprietà della Regione Puglia e la Masseria Pilota Agropolis di proprietà della Comunità Montana del Gargano rappresentano due monumenti allo sperpero del denaro pubblico e allo sfregio del paesaggio. Vanno abbattuti, senza tentennamenti.

Evidente il ritardo delle istituzioni anche nelle iniziative di salvaguardia dei beni culturali. Nelle vicende dell’abbazia di Càlena a Peschici, dell’abbazia di San Leonardo nei pressi di Manfredonia, del centro storico di Monte Sant’Angelo e del sistema delle masserie fortificate della zona nord del Gargano, specie in territorio di Sannicandro Garganico, Legambiente ha lamentato più volte l’assenza della Soprintendenza ai beni culturali e paesaggistici, che ha giocato un ruolo non del tutto convincente, lasciando mano libera ai comuni ed ai privati.

Nelle aree interne crescono i fenomeni dei tagli abusivi del patrimonio boschivo, la pressione venatoria dovuta al bracconaggio, mentre continuano fenomeni di sconfinamento da parte di allevatori senza scrupoli, che rendono difficile la crescita delle economie sostenibili legate al Parco. Il numero dei forestali nel Gargano è ampiamente sott’organico e resta un evidente mancanza di presidio del territorio interno. Occorrono azioni di più forte contrasto del controllo criminale sulle aree rurali, che rende ancora oggi insicure le campagne e le aree boschive, e finisce per scoraggiare dinamiche di sviluppo sostenibile.

In tutto questo scenario merita particolare considerazione il caso di Manfredonia, un vero campionario di disastri ambientali. Con i ritardi della bonifica della zona ex enichem e la condanna UE per la mancata bonifica delle discariche. La condanna UE per gli effetti della reindustrializzazione voluta con il Contratto d’Area in pieno SIC Steppe pedegarganiche. Gli errori evidenti nelle scelte industriali del contratto d’area, che vedono oggi una parte delle imprese chiudere e licenziare dopo aver incassato i finanziamenti dello stato, e un’altra fetta consistente sopravvivere a stento, a volte anche a danno del rispetto dei diritti dei lavoratori, in un quadro economico globale facilmente prevedibile che avrebbe potuto ispirare iniziative di sviluppo più solide. Non mancano iniziative industriali convincenti sia sul piano economico produttivo che su quello ambientale, ma nel complesso il contratto d’area rimane in una situazione di criticità generale. Sempre tra le iniziative del Contratto d’Area il finanziamento e la costruzione di alcuni alberghi, paesaggisticamente impattanti e poco utili alla collettività, e di due porti turistici a poco più di un chilometro e mezzo l’uno dall’altro che ci si accinge a costruire su un fronte mare che già contiene infrastrutture portuali inutilizzate e fatiscenti. A proposito della portualità di Manfredonia Legambiente si è sempre espressa per la riqualificazione e l’utilizzazione razionale dell’esistente porto di Manfredonia, più che sufficiente per supportare il traffico peschereccio e turistico, se opportunamente ammodernato, e nel contempo ha sostenuto la necessità di rilanciare in tempi rapidi il porto industriale, con l’utilizzo delle aree retroportuali ad esclusivo vantaggio dell’infrastruttura. Il nuovo porto turistico di Manfredonia in procinto di essere costruito risponde a evidenti spinte speculative, alimentate anche dalla presenza di ingenti risorse provenienti dai finanziamenti messi a disposizione dal contratto d’area.

Il quadro è fosco. Speriamo in un futuro immediato capace di donarci novità interessanti. Sul Gargano è importante inaugurare una nuova fase di protagonismo in cui la gente di buona volontà, le imprese, le istituzioni, il mondo delle associazioni contribuiscano alla creazione di una vasta rete virtuosa per promuovere azioni sociali di vasta portata, per alzare il tiro contro il degrado sociale e ambientale del territorio, e contro i fenomeni criminali.
Che l'anno 2008 sia quello giusto per risalire la china!


dal sito di Legambiente Gargano:

http://legambientegargano.splinder.com/

 

 

 


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categorie: editoriali
sabato, 22 dicembre 2007

"IL GARGANO NUOVO"  DICEMBRE 2007 E' ON LINE:

 http://files.splinder.com/304594843abc37dea0c13e8ed3248d1f.pdf

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categorie: gargano nuovo
venerdì, 21 dicembre 2007

Punto di stella

La voce della Confraternita

Mensile d'informazione del Gargano

direttore editoriale: PIERO GIANNINI  

direttore responsabile: ROBERTO VIOLANTE

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categorie: punto di stella
giovedì, 20 dicembre 2007

Il mito di Ralph De Palma

rivive su RAI TRE

Uno speciale andrà in onda sabato 22 dicembre

 Rai Tre, con il programma televisivo "Il Settimanale", nella puntata di sabato 22 dicembre 2007 in onda dalle ore 12,30 alle 13,00, dedicherà un lungo servizio a Ralph De Palma, il mitico pilota e campione automobilistico originario di Biccari, detentore dei più straordinari record nel campo dei motori.  

L'ampio servizio televisivo, curato dal giornalista di Rai Puglia Enzo Del Vecchio, comprenderà anche interviste realizzate a Foggia e a Biccari e un vasto collage fotografico del campione foggiano, le cui gesta sportive hanno fatto la storia dell'automobilismo tra gli anni '10 e '30 del secolo scorso, quando De Palma vinse la storica 500 Miglia di Indianapolis (1915), due volte la Coppa Vanderbilt (1912 e 1914), due volte il Campionato americano - corrispondente per importanza alla attuale Formula Uno - e superò il record del mondo di velocità sulla spiaggia di Daytona alla incredibile velocità di 241 kmh, superiore a quella degli aerei del tempo! 

A Ralph De Palma il giornalista foggiano Maurizio De Tullio ha dedicato lo scorso anno - in occasione del 50° anniversario della morte - la prima biografia italiana, con la prefazione dell´ex campione di