MILLE ANNI DI STORIA IN GIOCO
Vincenzo, uno dei fratelli, presente alla celebrazione di Monsignor D’Ambrosio nella storica abbazia
Kàlena, magari è la volta buona…
Primi segnali di apertura da parte dei Martucci
di PAOLO LA ROTONDA
L'8 settembre potrebbe aver costituito una data importante, storica per certi versi, in merito alla vicenda riguardante l'abbazia dì Kalena. E’ vero, le stesse cose si dicevano anche l'anno scorso e quelli addietro senza però approdare a qualcosa di concreto, ma quest'anno pare che qualche elemento in più ci sia per sperare in una soluzione positiva della faccenda in grado di soddisfare le diverse parti in causa, dalla famiglia Martucci alla Diocesi e al Comune. «Io sono un inguaribile ottimista, sapete qual è il mio sogno, non l'ho fatto ma ve lo dico: che la buona volontà degli uomini, e mi appello agli eredi Martucci, ci farà un regalo. Poniamo fine a tutta questa diatriba: regalateci le chiese, mettetele a disposizione della comunità, il Signore che è Provvidenza vi restituirà il centuplo". Questo il sogno di monsignor Domenico D'Ambrosio, espresso in occasione della ricorrenza di S. Maria delle Grazie l'8 settembre, unico giorno in cui l'antica abbazia è aperta alla pubblica fruizione.
Un appello che pare non sia destinato a cadere nel vuoto, come nel recente passato. Anche se su questo vige la massima cautela tra i diversi soggetti interessati. Tanto dal Municipio della città garganica quanto dalla famiglia Martucci proprietaria dei terreni su cui sorgono i resti dell'antica abbazia trapelano segnali improntati all'attesa e alla riflessione. «Non ho ancora parlato con i miei fratelli» ha ammesso l'ingegner Vincenzo Martucci, unico rappresentante della famiglia ad essere presente al discorso di monsignor D'Ambrosio. Anche la sua sola semplice presenza è pur sempre un segnale, forse questo potrebbe essere l'anno giusto per registrare la disponibilità dei proprietari a trovare un'intesa. La faccenda è complessa, ma una via d'uscita dopo una querelle che si trascina da una decina d'anni potrebbe finalmente iniziare ad intravedersi.
Preferisce mantenersi cauto anche l'assessore al Turismo del Comune di Peschici, Donato Di Milo, ribadendo comunque “la disponibilità" dell'ente a trovare una soluzione in grado di valorizzare l'antica abbazia, che rappresenta un "fiore all'occhiello per la popolazione". Il punto principale riguarda la fruizione pubblica del l'abbazia, come sottolinea Teresa Rauzino, presidente del Centro studi Martella: «Auspichiamo una soluzione che consenta di trovare il modo più opportuno per consentire la fruizione dell'abbazia». Diverse le ipotesi allo studio, tra queste sullo sfondo anche l'idea di assicurare la fruizione della struttura alla pubblica cittadinanza rispettandone gli scopi religiosi in ossequio alla tradizione del luogo mantenendo la proprietà dei terreni in mano alla famiglia Martucci. Più probabile invece che alla fine si arrivi ad un esproprio concordato con i proprietan dei terreni che, rifacendosi alle parole di monsignor D'Ambrosio, saranno ricompensati dal Signore.
Alle porte dovrebbe esserci un incontro chiarificatore tra le diverse parti in causa, anche se al momento pare incerta non solo la data ma anche la presenza stessa dei convenuti. «Io apprendo da lei - ammette l'ingegner Vincenzo Martucci - sulle voci di un vis-a-vis tra Comune, Diocesi, famiglia proprietaria e Sovrintendenza dei Beni culturali». Fonti attendibili assicurano che dovrebbe tenersi entro la fine del mese di settembre ma è chiaro che deve esserne data comunicazione ai diretti interessati. E in ogni caso a breve il rebus dell'incontro dovrebbe essere risolto. «Desideriamo che in questo luogo così bello, così caro, così ricco di secoli di preghiera e di lavoro, in qualche modo almeno le chiese possano tornare ad essere luogo di preghiera dove venerare questa stupenda statua della Madonna di S. Maria di Kàlena. Ecco questa, è l'intenzione del Rosario che abbiamo recitato questa sera, questa è l'intenzione dell'Ave Maria che concluderà questa nostra preghiera» ha ricordato l'arcivescovo, monsignor Domenico D'Ambrosio, verso la conclusione dell'incontro con i fedeli in occasione della festività di S. Maria delle Grazie. «Questa sera queste pietre stanno parlando» ha aggiunto D'Ambrosio, rivolgendosi in particolare alla famiglia Martucci nel tentativo di lanciare un ulteriore segnale di pacificazione con l'auspicio di raggiungere un accordo di buona volontà.
Sono quindi riprese con slancio dopo l'8 settembre le relazioni tra le parti in causa: Diocesi, famiglia Martucci e Comune. Rimarrà utopia vederli tutti assieme seduti in torno ad un tavolo entro la fine del mese di settembre? Vedremo.
Articolo pubblicato su “L’Attacco” di martedì 11 settembre 2007.
IL DESTINO DI KALENA
LA BATTAGLIA DI DON MIMI’
Mon. Domenico D’Ambrosio vorrebbe utilizzare i fondi dell’8 per mille per eseguire i restauri
IL DEGRADO LA STA DISTRUGGENDO
Se non arriva una soluzione in tempi brevi, addio
di TERESA MARIA RAUZINO

Trasformare l'antica abbazia di Càlena in un luogo aperto alla fruizione pubblica per 365 giorni all’anno, e 366 negli anni bisestili. Le due chiese, risalenti all’XI e al XIII secolo, se fossero donate dai proprietari alla comunità, potrebbero essere restaurate dall’arcivescovo D’Ambrosio con i fondi dell’8 per mille e i contributi dei fedeli.
Forse è questa la soluzione per porre la parola fine a un aspro contenzioso che vede la Comunità di Peschici contrapposta ai Martucci che, dall’inizio dell’Ottocento, hanno acquisito non chiarendo mai “come”, la più prestigiosa e antica struttura benedettina del Gargano Nord (risale all’XI secolo e secondo Giannone addirittura all’872 d.C), per trasformarla in masseria.
Luoghi sacri, quelli di Càlena, da restituire alla loro antica funzione, e da riaprire finalmente al culto, come l’abbazia di Pulsano dove, dopo un lungo periodo d'abbandono, il 20 dicembre 1997 si è insediata una comunità monastica che pratica il rito latino-bizantino.
Sul resto della struttura, nessuna interferenza con i Martucci, comunque vincolati dal Ministero dei beni culturali nella ristrutturazione dei fabbricati “civili” del complesso monastico. Un vincolo integrale, esteso recentemente dalla Soprintendenza Regionale per contrastare eventuali operazioni di speculazione edilizia.
I Martucci si sono riservati la risposta. Una risposta che non può essere elusa come accadde in passato: l’Arcivescovo D’Ambrosio e tutti coloro che hanno lottato per Càlena, ne hanno il sacrosanto diritto, dopo 10 anni di “civili battaglie” per restituire dignità a un monumento nazionale.
L'antica abbazia, lo abbiamo verificato l’8 settembre, sta cadendo proprio a pezzi. E’ sempre più soggetta a vandalismi e a furti: lo stemma del portale del lato sud, chiuso e interrato, mostra segni abrasivi sui simboli dei Canonici Lateranensi; è appena sparito, nella chiesa nuova, quella con la campata principale en plein air, il lastrone di pietra che chiudeva l’ipogeo della cripta. Se non si agirà nel più breve tempo possibile, la copertura lignea dell’abside crollerà (una trave di legno è in bilico); il campanile a vela, che ospita un prezioso bassorilievo di Madonna orante risalente al 1393 completamente ricoperto da vegetazione invasiva, sta lentamente sgretolandosi. La “chiesa antica”, risalente all’XI secolo, segnalata da Emile Bertaux all’inizio del Novecento per una rarissima tipologia di cupole in asse, divisa in due ambienti separati, continua ad ospitare attrezzi agricoli.
Una struttura nel complesso ormai fatiscente e che, se non vi si porrà mano in tempi brevissimi, potrebbe essere soggetta a crolli, come è successo per un solaio.
Fuori dal muro di cinta sono accatastati rifiuti di ogni genere e mucchi di erba secca tagliata una volta all’anno, da un 8 settembre all’altro, per rendere accessibile l’abbazia ai fedeli che si ostinano, monsignor D’Ambrosio in testa, a improvvisare fiaccolate e a recitare rosari.
Peschici non può più assistere in silenzio alla progressiva distruzione di quello che doveva essere il suo fiore all’occhiello, “l'attrazione” culturale ed artistica del territorio.
Càlena non vuole più languire nell’agonia di pietra cui è stata condannata da troppi anni.
A noi piacerebbe che in alcuni locali a pianterreno si ricavassero un centro convegni, una biblioteca, un centro visite, e che nel chiostro si organizzassero concerti.
Luoghi di aggregazione culturale che a Peschici mancano. Qualificherebbero la vita dei suoi abitanti e dei “cittadini del mondo” che la scelgono come luogo dell’anima.
L’articolo è stato pubblicato su “L’Attacco” di mercoledì 12 settembre 2007.
L’appello di Monsignor D’Ambrosio ai Martucci nel giorno della festa di Santa Maria di Kàlena
Poniamo fine a questa diatriba:
regalateci le chiese!
L’8 settembre a Peschici significa festa di Santa Maria di Kàlena. Una festa in disuso e tornata in auge dopo la battaglia che ha visto la comunità di Peschici, guidata dal Centro Studi Martella e da Italia Nostra, rivendicare l’esproprio dell’antica abbazia, oggi aperta alla pubblica fruizione soltanto per un giorno, quello della festa della Madonna delle Grazie.
Nel giorno della festa, come nei due anni precedenti, c’è stata una fiaccolata cui erano presenti monsignor Domenico D’Ambrosio, le autorità civili e religiose con la banda cittadina.
Dopo aver recitato un rosario con i numerosi fedeli confluiti a Kàlena, D’Ambrosio ha lanciato un messaggio di pacificazione, rivolto in particolare alla famiglia proprietaria della badia.
«Questa sera - ha affermato D'Ambrosio - queste pietre stanno parlando, perché noi stiamo insieme per pregare, per onorare la Vergine Maria. Io sono un inguaribile ottimista, sapete qual è il mio sogno, non l’ho fatto, ma ve lo dico: che la buona volontà degli uomini, e mi appello agli eredi Martucci, ci farà un regalo. Poniamo fine a tutta questa diatriba: regalateci le chiese, mettetele a disposizione della Comunità, il Signore che è Provvidenza vi restituirà il centuplo. Ecco io sto sognando questo, al di là di tutti i problemi che da anni si trascinano. Desideriamo che in questo luogo, così bello, così caro così ricco di secoli di preghiera e di lavoro in qualche modo, almeno le chiese possano tornare ad essere luogo di preghiera dove venerare questa stupenda statua della Madonna di santa Maria di Kàlena. Ecco, questa è l’intenzione del Rosario che abbiamo recitato questa sera, questa è l’intenzione dell’Ave Maria che concluderà questa nostra preghiera e poi ci farà venerare brevemente la statua della Madonna e ritornare alle nostre case».
L’ingegner Vincenzo Martucci, presente a Kàlena in rappresentanza della famiglia, ha assicurato che riferirà al fratello e alle sorelle le parole dell’arcivescovo, e la sua personale disponibilità per la riapertura di un dialogo proficuo per le sorti dell’abbazia. Sarà la volta buona?
Tutti gli amanti delle sgarrupate “pietre” di Kàlena se lo augurano davvero.
L'Album fotografico (24 immagini) è sul sito del Centro Studi Martella:
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/abbaziadiklena8092007.msnw?Page=1
http://groups.msn.com/CentroStudiGiuseppeMartella/abbaziadiklena8092007.msnw?Page=2
L'8 e 9 settembre a Ischitella (FG)
grande rassegna di poesia in dialetto
Con il meeting nazionale di poesia dialettale “Altre Lingue” e l'assegnazione del Premio nazionale per le scuole elementari e medie “La Cruedda” e del Premio di poesia nei dialetti d’Italia “Ischitella-Pietro Giannone
Sabato 8 e domenica 9 settembre presso l’ex Cinema Pietro Giannone nel Centro storico di Ischitella si terranno la Rassegna nazionale di poesia dialettale “Altre Lingue” e le premiazioni del Premio nazionale per le scuole elementari e medie “La Cruedda” e del Premio di poesia nei dialetti d’Italia “Ischitella-Pietro Giannone.
L’iniziativa alla sua quarta edizione è organizzata dal Comune di Ischitella,e dalla rivista di poesia “Periferie”, in collaborazione con Rotary international-Club Gargano e con il patrocinio di Regione Puglia- Provincia di Foggia-Parco nazionale Gargano- Comunità Montana Gargano.
Sabato 8 settembre alle ore 17,30 la rassegna “Altre lingue si aprirà con un ricordo della poetessa dialettale torinese Bianca Dorato ed a seguire con le letture dei poeti dialettali vincitori del Premio Ischitella-Pietro Giannone: Rocco Brindisi (in dialetto lucano), vincitore del Premio stesso, Riccardo Sgaramella (dialetto di Cerignola, Foggia), secondo classificato e Gian Marco Pedroni (dialetto modenese) terzo classificato.
Le letture poetiche saranno intervallate da canzoni della tradizione dialettale italiana eseguite in voce e chitarra da Nicoletta Chiaromonte.
Domenica 9 settembre alle ore 17,30 si terranno le cerimonie di premiazione del Concorso nazionale di poesia 2007 per le scuole elementari e medie “La cruedda” (Giuria: Rino Francavilla, Vincenzo Sabetti, Rino Caputo, Teresa Maria Rauzino, Rocco Guerra, Vincenzo Luciani) e del quarto Premio nazionale di poesia nei dialetti d’Italia “Città di Ischitella-Pietro Giannone (Giuria: Franzo Grande Stevens, Dante Della Terza, Rino Caputo, Giuseppe Gaetano Castorina, Franco Trequadrini, Achille Serrao, Cosma Siani, Francesco Bellino, Franca Pinto Minerva, Vincenzo Luciani).
Silvia Squillace e Jessica Di Ganci dell’Istituto comprensivo di Castellana Sicula (Palermo) con la poesia “Oh! Nonna” hanno vinto il premio nazionale “La Cruedda” Sezione Medie inferiori, precedendo Borisova Zlatina, seconda classificata, dell’Istituto Comprensivo Pietro Giannone di Ischitella (FG) con la poesia in lingua bulgara “La mia terra”. Terza Giovanna Russi, della stessa scuola, con la poesia “A vita”.
Nella Sezione Elementari la vincitrice è Sabina Zapalela dell’elementare “Nando Martellini” di Roma con la poesia in lingua rumena “Osservo il mondo”. Seconda Giorgia De Luca con la poesia in romanesco “Er tratturo” e terza Marlene Socal con la poesia “Dopo l’incendio”, entrambe dell’elementare “Nando Martellini” di Roma.
Il verdetto è stato emesso dalla Giuria composta da: Rino Francavilla - Ufficio regionale scolastico (Presidente), Vincenzo Sabetti - Comandante provinciale FG Corpo Forestale dello Stato, Rino Caputo - Università Roma Tor Vergata, Teresa Maria Rauzino – Giornalista, Rocco Guerra – dirigente scolastico, Vincenzo Luciani - poeta.
Organizzata dal Comune di Ischitella in collaborazione con la rivista “Periferie” la quarta edizione del Concorso nazionale di poesia offriva la possibilità agli studenti di esprimersi in lingua italiana, in dialetto e nelle lingue originarie (per i bambini provenienti da nazioni comunitarie ed extracomunitarie) sul tema: la natura nei suoi diversi aspetti, con particolare attenzione a quello della difesa del paesaggio.
LA PREMIAZIONE
La cerimonia di premiazione avverrà il 9 settembre 2007 alle ore 17,30 ad Ischitella, seguita da quella dei vincitori del Premio di poesia nei dialetti d’Italia “Città di Ischitella-Pietro Giannone”.
Il vincitore dell’edizione 2007 è Rocco Brindisi, 63 anni, di Potenza, con la raccolta inedita in dialetto lucano Morte de nu fra ca uardava (Morte di un amico che guardava). Brindisi ha preceduto Riccardo Sgaramella (Cerignola, FG), classificatosi secondo e Gian Marco Pedroni (Vignola, MO), terzo.
I tre vincitori Brindisi, Sgaramella e Pedroni oltre a partecipare alla premiazione del 9 settembre daranno vita ad un reading sabato 8 settembre alle ore 17,30 presso l’ex cinema “Pietro Giannone”. La loro lettura sarà intervallata con un recital di canzoni nei dialetti d’Italia di Nicoletta Chiaromonte (voce e chitarra).

I Premio – Sezione Scuole Medie
Oh! Nonna (In dialetto siciliano)
di Silvia Squillace e Jessica Di Ganci
(II A - Istituto Comprensivo Castellana Sicula PA)
Oh! Nonna, si ti vulissi cuntari
tutti stacissimu ad ascutari
anchi ppi cent’anni si ci vò
ppi sentiri a to vita comi fu.
Leggi o nonna ntà ’u cori
ddu gran libru
unni è scritta a to storia
ca nutri vulemu ascutari
finu a unni l’accumpagna a memoria.
A to menti è lucita
ma a to vucca è sicca
vogghia di cuntari nna picca
pirchì tu u sai, o nonna,
è bellu cuntaridi iuorni buoni
ma no chiddi brutti
ca su comi un timmurali chinu ’i truoni.
E accussi muta arriesti e stai
e fa scurriri ’nnamenti a tò vita
dall’iniziu a ora quarchi rimpiantu l’hai.
Oh! Nonna, si tu vulissi cuntari
tutti stacissimu ad ascutari.
Nun pinsari ’e passati dulura
si ’ssu passati ora sonnu tisura
pirchì ti ficiru ancora cchiù forti
cchiù abili a cummattiri cu ’a sorti.
Ed eccu ca la vuci si fa forti e felici
pirchì sapi d’aviri tramannatu
senza ’nganni,
’nnè cunti, nnè miti, nnè misteri
ma n’avvintura longa tant’anni.
Oh! Nonna, se volessi raccontare / tutti ti staremmo ad ascoltare, / anche per cento anni, se occorresse, / per sentire la tua vita come trascorse. // Leggi, o nonna, nel tuo cuore, / quel gran libro / in cui è scritta la tua storia, / che noi vogliamo ascoltare, fin dove ti conduce la memoria. // La tua mente è lucida / ma la tua bocca è secca / voglia di raccontare tu ne hai poca, perché sai, o nonna / che bello è parlare dei giorni buoni / ma non di quelli brutti / che sono come i temporali pien di tuoni. // E così muta rimani e stai, / a far scorrer nella mente la tua vita / dall’inizio ad oggi: qualche rimpianto l’hai. / Oh! Nonna, se tu volessi raccontare, / tutti ti staremmo ad ascoltare. // Non pensare ai passati dolori, / perché se son passati ora son tesori, / perché ti hanno fatta ancor più forte / più abile a combatter con la sorte. / Ed ecco che la voce si fa forte, / comincia, ora a narrar i suoi ricordi, / ci racconta di guerre e di dolori, / di fatiche, di feste e di amori. // Ora il cuore è forte e felice, / perché sa di aver tramandato, / senza inganni, / né racconti, né miti, e né misteri / ma un’avventura lunga tanti anni.
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II Premio – Sezione Scuole Medie
La mia terra (originale in lingua bulgara)
di Borisova Zlatina
(II B - Istituto Comprensivo Pietro Giannone, Ischitella FG)
La mia terra è la Bulgaria
che io amo come mamma mia.
L’ho lasciata tempo fa
e la vorrei tanto ritrovar.
Con i remi navigavo
sul Danubio, bene stavo.
Il lavoro a noi mancava
ed il cibo scarseggiava.
A Ischitella ora sto
tanti amici troverò.
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III Premio – Sezione Scuole Medie
A vit’ (In dialetto ischitellano)
di Giovanna Russi
(II B - Istituto Comprensivo Pietro Giannone, Ischitella FG)
Se ind’a vit’ fa tanda sbagli
putiss pur ev’tarl’ pur’ p’cchè
port’n scumpiglj ind’u cor’.
Putiss pur’ no jess’ accum’ jiv’
prim’ però ta ’r’curdà accum jiv’ cundend’.
pur’ p’cchè ji emozion’ ruman’n’ semb’
ind’a cap’ e soprattutt’ ind’u
cor’.
Se nella vita fai molti sbagli, / potresti evitarli anche perché / portano scompiglio nel tuo cuore! / Potresti anche non essere più come eri / prima però ti ricorderai di come eri contenta. / Anche perché le emozioni rimangono sempre / nella tua mente e soprattutto nel tuo cuore.
I Premio – Sezione Scuole Elementari
Osservo il mondo (originale in lingua rumena)
di Sabina Zapalela
(V D - Elementare “Nando Martellini”, Roma)
Osservo il mondo intorno...
Nei miei occhi solo case e colline
Alberi neri e grigi,
tronchi nudi e infelici...
Creature piangenti e gelate.
Più lontano, davanti a loro,
su una collina marroncina,
vedo una fabbrica
e una sinistra colonna
di fumo grigio.
Il fumo... il fumomi annebbia la vista,
mi circonda,
mi rende triste.
Nessuno capisce ciò che accade...
Troppe cose ci ha dato Dioche non sappiamo conservare.
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II Premio – Sezione Scuole Elementari
Er tratturo (In dialetto romanesco)
di Giorgia De Luca, (V C - Elementare “Nando Martellini”, Roma)
Er tratturo è na via torta,
piena de sassi,
così torto che te ce acciacchi er piede,
ma meravigliosa...Ce passano le pecore,
e cor latte loro ce se fa er cacio, che è bono!
Quanto me piace!
Sto tratturo è pieno d’erbe aromatiche e profumate
e fiori d’ogni specie,
se sentono odori e ronzii de api grasse,
se vedono farfalle colorate...
Er tratturo nun lo scassate,
perché sta strada è preziosa,
nun ce devi da costruì!
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III Premio – Sezione Scuole Elementari
Dopo l’incendio
di Marlene Socal,
(V C - Elementare “Nando Martellini”, Roma)
Ed ecco gli alberi
avvolti nei loro mantelli di fumo,
cupi e misteriosi,
confusi, disorientati,
spogli, desolati!
Soli,
ombre immerse nel bianco più totale.
Dopo l'incendio, Kàlena va espropriata!

Comunicazione Italia Nostra e Centro Studi Martella su Abbazia Kàlena in agro di Peschici
All'attenzione
del ministro dei beni culturali Francesco Rutelli
dell'arcivescovo di Manfredonia-Vieste-san Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D'Ambrosio
del sindaco di Peschici Francesco Tavaglione
del soprintendente della Direzione regionale Beni culturali Puglia Ruggero Martines
del presidente della provincia di Foggia Carmine Stallone
del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola
del presidente della Comunità Montana del Gargano Nicola Pinto
del presidente del Parco del Gargano Giandiego Gatta
del rettore dell'Università di Foggia
Vogliamo informare le Gent.me S.V .
degli sviluppi seguiti alla Tavola Rotonda “Insieme per Kàlena” del 26-2-2007. Poiché su precisa richiesta di. Giovanni Losavio, presidente nazionale di Italia Nostra, il Ministero dei Beni Culturali ci comunicava che nessuna richiesta formale di esproprio è mai pervenuta da parte del Comune di Peschici, l’Associazione Italia Nostra e il Centro Studi Martella hanno ritenuto di chiedere a Ruggero Martines, direttore Regionale dei Beni culturali della Puglia, l’estensione del vincolo a tutto il complesso badiale per scongiurare quelle procedure già in atto, che vorrebbero Kàlena ridotta a casa rurale.
In data 5-07-2007, la Direzione regionale per i beni culturali ci comunicava che sono state avviate le procedure di vincolo da noi invocate, per cui l’Associazione Italia Nostra ha chiesto e ottenuto di partecipare al procedimento, già notificato alla famiglia proprietaria e al Sindaco di Peschici. Considerando gli ultimi avvenimenti di questa tragica estate (l’incendio di Peschici è partito dall’uliveto limitrofo all’abbazia) è più che mai urgente, da parte delle Istituzioni in oggetto, procedere all’esproprio del bene Kàlena, con finalità di pubblico utilizzo.
Questo gioiello di architettura medievale è un valore aggiunto per promuovere quel turismo di qualità che il Gargano attende da anni. L’associazione Italia Nostra e il Centro Studi Martella, per quello che è nei loro limitati poteri, hanno assolto il loro compito: ora il destino di Kàlena è in mano alle Istituzioni che dovranno, con atti concreti, dimostrare che “Insieme per Kàlena” vuole significare forze intellettuali e istituzionali unite sinergicamente per ridare dignità e tutela a un irripetibile bene culturale che il 24 luglio si è salvato dalla distruzione soltanto per la forza contraria del vento.
Menuccia Fontana
presidente Italia Nostra sezione Gargano
Teresa Maria Rauzino
presidente Centro Studi “Martella” di Peschici
Peschici, 5 settembre 2007
I santi patroni, tra culto e feste
La memoria è il miracolo ultimo dei santi protettori
Si è da poco conclusa a Putignano un’interessante mostra fotografica sui santi patroni dei comuni della Provincia di Bari organizzata dal Comitato Feste patronali che si è impegnato a lungo nella raccolta di numerose immagini di statue di santi e madonne, oggetto da secoli e secoli di devozione da parte delle relative comunità: tra i più “gettonati” San Rocco, San Michele e soprattutto tante madonne dai nomi, dai portamenti e dagli abiti più diversi perché legati a differenti Ordini religiosi ovvero ai luoghi di provenienza e alle località direttamente interessate dal culto.
Una mostra di questo genere, richiesta da altri Comitati e pertanto destinata come gran parte degli operatori e dei protagonisti delle nostre feste ad essere “da giro”, serve da un lato a farci riflettere sul peso e sull’importanza della memoria collettiva e sui legami che soprattutto in passato univano i santi alla cultura popolare, dall’altro a constatare le trasformazioni, le vere e proprie metamorfosi che la modernità ha imposto a qualcosa che solo a uno sguardo superficiale può sembrare fermo, immobile, irretito nelle pastoie della tradizione.
E la memoria corre soprattutto a San Rocco che insieme a San Cristoforo e San Sebastiano difendeva intere comunità dal “tipo” di morte più temuta dagli uomini del Medioevo e dell’Età moderna, ovvero quella provocata dalla peste. Se infatti San Cristoforo proteggeva anche dalla fine improvvisa (di qui l’usanza soprattutto nelle regioni settentrionali di dipingere enormi immagini del santo anche sulle pareti esterne di chiese e case perché si riteneva che chi guardava quell’icona era sicuro di non morire in giornata - sì, era proprio così per quei tempi in cui la vita media dell’uomo oscillava sinistramente tra i 35 e i 40 anni!), il santo di Montpellier fu ripetutamente invocato in occasione delle pestilenze che attraversarono la penisola italiana e in particolar modo la nostra regione fino al 1815-16, quando a Noicattaro si verificò quello che ormai concordemente viene considerato l’ultimo grande episodio di peste bubbonica dell’Europa occidentale. Ed anche quando la terribile malattia fu definitivamente sconfitta, San Rocco riuscì a non perdere “potere” e credibilità perché interi paesi continuarono a rivolgersi a lui con speranza e devozione non appena all’orizzonte apparve lo spettro di un’altra malattia, ugualmente mortale e contagiosa, come il colera.
Insomma, carestie e guerre, eventi calamitosi e sofferenze di ogni genere fecero sì che il culto per i santi e le feste patronali si diffondessero sempre di più soprattutto nei ceti popolari, a tal punto che il calendario arrivò a prevedere un giorno festivo su tre: un vero e proprio sproposito che spinse tra gli altri il dotto arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati a scrivere una lettera a papa Benedetto XIV proprio per invocare la riduzione dei giorni festivi che – diceva – da un lato davano luogo a “riti” e usanze tutt’altro che religiose, dall’altro finivano per ridurre nel Mezzogiorno d’Italia le già scarse occasioni di lavoro. E le cronache del tempo narrano che il dotto prelato, per la convinta adesione alle tesi gianseniste e illuministe, pervaso da un vero e proprio atteggiamento iconoclasta, nottetempo si aggirava nelle chiese e nelle sacrestie della diocesi per distruggere immagini di santi e madonne diffuse soprattutto dai Gesuiti, dai Francescani, dai Carmelitani ecc. ovvero da quel clero conventuale cui
E tuttavia, nonostante l’impegno e lo zelo del vescovo tranese e di altri “illuminati” come lui, non venne mai del tutto meno la venerazione dei santi, visti come benevoli intermediari e intercessori ovvero come creature quasi sospese tra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini e, proprio come questi, destinati a conoscere momenti di gloria e di fortuna, per poi magari cadere in disgrazia quando non rispondevano alle attese delle comunità cittadine: questo spiega perché in molti comuni della nostra regione si venerano nello stesso tempo patroni principali e secondari, compatroni, protettori, protettrici ecc.
E la loro popolarità è comunque confermata dalla diffusione di alcuni proverbi “meteorologici” che soprattutto in passato, quando erano ancora di là da venire i disastri provocati sul clima da un insensato impiego della scienza e della tecnologia, accompagnavano l’arrivo e la partenza delle stagioni: basti pensare a “San Benedetto la rondine sul tetto” cui faceva eco “San Rocco la rondine fa fagotto” oppure ancora a “San Francesco il tordo al fresco”, un proverbio diffuso soprattutto tra le popolazioni della Murgia dei trulli e della Valle d’Itria molto esperte non solo nella caccia, con micidiali cappi, di questi saporiti uccelli migratori, ma anche nella loro conservazione: le “macchie” della zona, ricorda lo storico Michele Viterbo, “prendevano non meno di 240 mila tordi all’anno, di cui una metà, forse più, andava in America, ai nostri emigranti che ne erano avidi e che se li facevano spedire in barattoli di zinco, cotti e poi messi nel vino bianco”.
Oppure basti pensare anche a “Chi non compra gli agli a San Giovanni è povero tutto l’anno”, parole che ribadivano il carattere straordinariamente magico della notte del solstizio d’estate durante la quale secondo antiche credenze le streghe si radunavano in pericolose e diaboliche adunanze: raccogliere e conservare gli agli in quelle ore, per esporli poi sull’uscio o alle finestre delle abitazioni, significava respingere le forze e gli spiriti del male il più lontano possibile.
Per quanto riguarda invece la stagione invernale una notevole importanza era attribuita alla festività di Santa Lucia alla quale una diffusa tradizione orale fa corrispondere erroneamente il solstizio d’inverno e quindi il giorno più corto dell’anno: “Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia”; “Da Santa Lucia a Natale il dì allunga un passo di cane” (dalle nostre parti “allunga un occhio di gallina”); ma l’errore si spiega con il fatto che la coincidenza con il solstizio era prevista dal vecchio calendario giuliano e non da quello gregoriano introdotto nel 1582. Il periodo più freddo dell’inverno richiamava invece nell’immaginario collettivo le icone solenni e ieratiche di Sant’Antonio abate (17 gennaio), San Sebastiano (20 gennaio), San Biagio (3 febbraio): “Il Barbato, il Frecciato, il Mitrato, il freddo è andato”.
E il rapporto diretto e “amichevole” con il mondo popolare è anche confermato dal frequente ricorso a modi di dire e locuzioni che servivano a sostituire con nomi più facili e comprensibili quelli scientifici di piante, fiori e frutti (erba di san Giovanni, riccio di Sant’Andrea, mele di San Pietro) o di insetti ai quali si attribuivano generalmente attitudini e qualità positive e ben augurali (cicalina della Madonna, porcellino di san Vito o di Sant’Antonio).
E parlare della centralità e dell’importanza dei santi significa pensare anche all’esagerato, spropositato culto delle reliquie diffuso e favorito dalla Chiesa per ragioni tutt’altro che spirituali: non essendo questa la sede per stilare vere e proprie graduatorie di gradimento e di ottusa credulità da parte dei fedeli, è forse sufficiente ricordare che uno dei più venerati era senza dubbio Santo Stefano al quale sono legati i nomi di 15 paesi della penisola italiana, che solo a Roma ben 30 tra chiese e cappelle erano intitolate a lui e che sempre nella città eterna nel Settecento si veneravano ben tre braccia del protomartire in altrettante chiese. Per non parlare poi dell’arrivo a Martina Franca nel 1646 di reliquie “anonime”, di fronte alle quali la popolazione locale, tra scetticismo e credulità, incominciò ad usare formule rassicuranti del tipo “come sia sia” dalle quali nacque addirittura una “nuova” santa di nome Comasia, non contemplata dai calendari e dai martirologi dell’epoca.
E religiosità popolare in Puglia significa anche santi neri e madonne bizantine, statue e icone venute da un mare come l’Adriatico che ha sempre favorito approdi e partenze, incontri tra culture, religioni e popoli diversi: come dire, insomma, che il problema dell’interculturalità e del “meticciato” non nasce con l’arrivo sulle nostre coste di gommoni carichi di disperati e di povericristi, ma risale a tempi ben più lontani, quando la vita degli uomini ruotava intorno a chi con un occhio benevolo guardava alla terra e agli uomini e con l’altro supplichevole al cielo e alle stelle.
1. Continua
Dalle nostre parti parlare di santi, significa soprattutto occuparsi di feste patronali, di cerimonie e riti collettivi che negli ultimi tempi hanno perso gran parte del loro significato più autentico e originario. E’ andato quasi del tutto smarrito, per es., il ricordo di quegli eventi luttuosi che “paradossalmente” dettero vita ai festeggiamenti: il tripudio sottolineato da riti religiosi e civili in alcuni casi copriva (se non addirittura si confondeva) quelli ben più tristi e dolorosi con i quali si seppellivano i corpi delle vittime di pestilenze, carestie, terremoti ecc. Non pochi inoltre i cambiamenti che sono stati introdotti dall’invenzione della luce elettrica che ha trasformato gli appuntamenti festivi in eventi essenzialmente serali e notturni: a dare il senso di queste trasformazioni bastano forse alcuni particolari decorativi delle attuali luminarie che riproducono archi trionfali, fontane, festoni di piante e fiori ovvero quelli che dal Rinascimento in poi sono stati gli elementi, concreti e simbolici al tempo stesso, della “festa grande” civile e religiosa.
E qualcosa di analogo si può anche dire a proposito dell’introduzione delle bande da giro, di quei concerti musicali che, nati prevalentemente per esigenze militari o addirittura funerarie, tra Otto e Novecento riuscirono, compiendo quasi un vero e proprio miracolo, a far “scivolare” le note e le melodie di Verdi, Donizetti, Puccini dai palchi vellutati dei teatri e dai salotti aristocratici e borghesi nelle strade e nelle piazze, tra lo stupore e la meraviglia della povera gente.
Del resto anche gli stessi fuochi d’artificio sono, per certi aspetti, una “novità”: prima dell’invenzione della polvere da sparo e soprattutto del perfezionamento delle relative tecniche, il compito di illuminare il cielo e di vincere le tenebre era affidato a grandi e piccoli falò, a riti semplici e poveri che erano direttamente connessi con i principali lavori agricoli (raccolta delle olive, potatura degli alberi ecc.), che servivano quasi ad “aiutare” la terra a riscaldarsi in attesa dell’arrivo della primavera o più in generale ad allontanare insieme al buio le forze diaboliche e tutto quanto poteva essere di ostacolo alla produttività dei campi e al benessere dell’intera comunità.
Oggi tutto questo non esiste più: gli spazi religiosi della festa si sono andati progressivamente restringendo, rosicchiati dall’incalzare di costose sagre gastronomiche che sembrano quasi esorcizzare la miseria e la fame di un tempo appese agli alberi della cuccagna, dal frastuono e dai rumori dei lunapark che ospitano ottovolanti, montagne russe, navi dei pirati e altre “diavolerie” del genere, insomma dalla logica del dio denaro, del divertimento e del business a tutti i costi. Alla partecipazione corale, sentita e raccolta dell’intera popolazione di una volta, fa ora riscontro la presenza attiva di gruppi sempre più limitati di fedeli e quella passiva di concittadini sempre più numerosi, disposti a interpretare il ruolo di semplici spettatori di un rito che, nel migliore dei casi, svolge il compito di unire e collegare idealmente vecchie e nuove generazioni.
Tutto questo è il segno innegabile, e nello stesso tempo più che comprensibile, della “crisi” e del disagio in cui versano i santi che faticano a ricoprire i ruoli e competenze di una volta: i miracoli di santa Lucia sono stati sostituiti dagli interventi degli oculisti e i fastidi dell’herpes zoster vengono efficacemente combattuti da farmaci appositamente prescritti dai medici e non dal “miracoloso” unguento ricavato dal lardo del maiale che i monaci di sant’Antonio abate allevavano liberamente nelle strade pubbliche; e quando i comuni vengono colpiti da disastri ambientali le autorità non fanno ufficialmente e solennemente appello a santi, madonne e crocifissi, ma si premurano subito di contattare la prefettura e la protezione civile.
Di fronte alla perdita della loro dimensione più autentica ed originaria, le feste patronali possono allora assolvere a un altro importante compito, quello di mantenere vivo il ricordo di antiche cerimonie, di collegare i miti e e riti della modernità con una cultura e una civiltà che comunque ci appartengono, quelle delle vecchie generazioni, degli antichi mestieri scomparsi o in via di estinzione come gli sparafuochi, i costruttori di luminarie e palloni, i madonnari e gli artigiani capaci di realizzare pregevoli statue in cartapesta o esili manichini in legno da ricoprire con eleganti abiti ricamati in oro ecc. Riti, cerimonie e credenze che anche per questo dovremmo guardare come grandi beni culturali, sia pure “atipici”, diversi dagli altri perché immateriali e sempre in continua, profonda trasformazione. Non sarebbe perciò del tutto sbagliato pensare all’istituzione da parte degli enti locali più direttamente interessati (Regione, Province, Comuni) ad uno o più centri di documentazione sulle feste patronali nei quali raccogliere testimonianze di ogni genere da mettere a disposizione degli studiosi. Sarebbe questo, forse, il modo migliore per ringraziare comitati, gruppi di fedeli e singole persone che nonostante le difficoltà di ogni genere e le immancabili polemiche che spesso accompagnano l’organizzazione degli eventi, continuano a “fare il proprio dovere”: in una realtà come la nostra sempre più confusa, volgare e violenta, in un mondo nel quale non sappiamo più a quale santo votarci per risolvere i nostri problemi quotidiani, per fortuna ci sono loro che sanno ancora a chi rivolgersi, in cielo e soprattutto in terra, per mantenere in vita qualcosa che ci ricorda l’importanza dello stare insieme, la centralità della piazza come luogo privilegiato d’incontro, l’antica vocazione della gente del Sud a trasformare i vicoli e le strade dei paesi in grandi palcoscenici illuminati dal sole o da migliaia e migliaia di lampadine iridescenti e animati da un “esercito” di personaggi multicolori che avanzano sulla scena tra alte e basse uniformi, tra gioielli preziosi e poveri ex voto, tra rappresentanti più o meno penitenti delle istituzioni locali: vere e proprie icone mobili, moderne e passeggere di un potere laico in cerca di consensi e clienti all’ombra della Chiesa e di antichi riti. Che continuano a richiamare numerose “comparse” femminili, donne in gramaglie pronte a biascicare litanie e a sgranare rosari per “tirar giù i santi dal cielo” ovvero ad esibire, come recita un consolidato e diffuso adagio popolare, virtù e qualità più presunte che reali: “La donne son sante in chiesa, angele in strada, diavole in casa, civette alla finestra e gazze alla porta”.
E sì, perché nonostante l’onda lunga della modernità continui ad abbattersi con violenza sulle rive della tradizione, i vari San Rocco, San Michele, San Nicola ecc. continuano, un po’ indispettiti e un po’ noncuranti, a ricordarci che è ancora possibile traghettare nella società postmoderna usi e costumi del mondo agricolo-pastorale soprattutto attraverso processi di rifunzionalizzzazione e adeguamento: anche per questo, forse, continuano a venir fuori da chiese e cattedrali, caracollando sulle spalle di confratelli bruciati dal sole, ondeggiando su barche e barconi vestiti a festa in ricordo di un tempo ormai lontano che non ci appartiene più, del cuore antico di paesi e “piccole patrie” che in quelle statue e in quei riti trovavano le ragioni più forti e profonde della propria identità. Osservando tutto questo, ricordando e parafrasando due grandi scrittori del Novecento, per origini e formazione tutt’altro che meridionali, vien fatto di pensare che anche nel passato è il nostro futuro e che paese, festa di paese, può ancora voler dire non sentirsi mai soli.
La mostra “I santi protettori dei Comuni della Provincia di Bari”, organizzata dal comitato feste patronali di Putignano con il patrocinio di Comune, Regione e Provincia e in collaborazione con l’Associazione culturale Porta Maggiore, a partire dai prossimi giorni sarà ospitata in diversi comuni della provincia in occasione delle feste patronali ancora in programma il cui ciclo, come è noto, si conclude nel mese di novembre ad Adelfia con la festa in onore di San Trifone.
E’ ormai consistente la bibliografia relativa alle feste e alla sagre pugliesi. Per saperne di più si vedano tra gli altri: Angiuli E., Garzia C., Rossano A., Puglia festante, Bari 1989; Angiuli L., Giorni di festa da un Natale all’altro, Fasano 2002; CRSEC BA/16, Santi di casa nostra, Monopoli 1996 (ristampato in coedizione con Schena, Fasano 2000); Bronzini, G.B.,
Per problemi di carattere generale relativi al culto dei santi e dei patroni in Italia si vedano soprattutto: Bellotta I., I santi patroni d’Italia, Roma 1988; Cattabiani A., I santi d’Italia, Milano 1999; Id., Lunario, Milano 2002.
Per la presenza del sacro e del diabolico nei dialetti, nella lingua e nella cultura popolare italiana cfr. G.L. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Torino 1995.
Il saggio del prof. Pietro Sisto è stato pubblicato su "La Gazzetta del mezzogiorno" del 28 agosto e del 4 settembre 2007.