Il grido di Francesco Granatiero per i roghi del Gargano
Dalla poesia nel dialetto di Mattinata l'invito del poeta a non arrendersi

Il Sud, un’orrenda pira, un altare del Maligno, alimentato in modo sistematico. Sembra routine ed è un crimine che offende ciò che abbiamo di più sacro.
Uno scempio continuo a cui non ci si deve arrendere e tantomeno abituare. L’incendiario, il prezzolato barbaro autoctono, colpisce la madre terra e il padre ulivo, il nostro cuore mediterraneo.
La fortunata e fortunosa natura garganica è un patrimonio prezioso continuamente oltraggiato. I pini d’Aleppo delle sue coste e la maestosa flora dell’interno cedono ad un paesaggio spettrale. La sacralità del bello e del grande, che ha da sempre posto questa terra a un passo da Dio, sembra d’un colpo precipitare in una dolina di cenere, in cui si dissolve anche la fauna e oggi perfino la vita delle persone, immolate a un dio minuscolo e vigliacco chiamato profitto.
Quallu ngènete?
Aulive stùppele d’argínde, jàruele
jírte a vvínde favugne mbòrme fùffele,
jàcure zappine e ccurle jarse
– scesciarche, figghie ch’appìccene mamme! –,
qualla chépa vacande, quallu córe
chjine de vínde, qualla ména spòrche
a u trajòune dé lènde e a lli trijune
de fume – sand’Aléije, nzònne nínde
li nnùvele scazecavazze strutte
da segnuréije –, quallu uèrme, qualli
vírme fanne scì mbére li designe
lu Malevèrme, quall’angusce, qualli
pruggètte cremenéle de vetture
fanne tavute – ói fréte che da l’èstre
víne a ttruué la sèsse e vve ne scéte
lu munne vústre, Pèschece e i recúrde,
dajindre a ndrubbeché, fatte cravune –,
qualli sfascídde – sì, stídde fuquéle! –
de chése fanne e mmàchene fanóje,
de cammesande fúrchie ndussecuse,
de vúsche e vvèstie furne e cchianghe amëre,
quau sanghe mbètte mbítte, quallu ngènete,
– sckaunésche opure cchiù nnústre, d’abbréje! –
mó serpejèisce e cce fé turche a tturche,
ngúrpe a cchinèi, scesciarche, figghie a mmamme
tèrra de sòule, a ulive patre nústre
de cúrpe e àneme, mó fucuscèisce
fine a i rràteche, a u córe d’i zappine...
Quale larva?
Ulivi batuffoli d’argento, alberi
erti a vento di favonio come fuscelli,
aghi di pino e strobili riarsi,
– pigne secche, figlie che incendiano mamme! –
quale testa vuota, quale cuore
pieno di vento, quale mano sporca
al drago dà libertà e ai torrioni
di fumo – sant’Elia non sono niente
le nuvole di cavallette distrutte
da vossignoria –, quale verme, quali
vermi fanno realizzare i disegni
del Maligno, quale odio, quali
progetti criminali di autovetture
fanno bare – fratello che dall’estero
vieni a trovare tua sorella e ve ne andate
il mondo vostro, Peschici e i ricordi,
dentro a seppellire, fatti carbone –,
quali scintille – sì, stelle focaie! –
di case fanno e macchine falò,
di cimiteri cunicoli tossici,
di boschi e bestie forni e altari amari,
quale sangue infetto in petto, quale larva
– slava o anche più nostra, di ebreo! –
ora serpeggia e ci fa turco a turco,
in corpo a chi, pigna secca, figlia a madre
terra di sole, a ulivo padre nostro
di corpo e anima, ora arroventa
fino alle radiche, al cuore dei pini...
Poesia in dialetto di Mattinata; scesciarche, dial. di Peschici, “pigna secca” [serbo-croato scisciarca ‘pigna’]; figghie ch’appìccene mamme, riferimento all’indovinello peschiciano della pigna; sand’Aléije, dial. e patrono di Peschici; scazecavazze, dial. pesch., “cavallette” [serbo-cr. skàkavats ‘cavalletta’]; segnuréije, pronuncia peschiciana; sèsse, dial. pesch. “sorella maggiore” [serbo-cr. sestra ‘sorella’]; chianghe amëre, dial. e toponimo viestano, a ricordo di un eccidio turco; abbréje, “traditore”; turche a tturche, “estraneo l’uno verso l’altro”.
Francesco Granatiero
I fuochi brutti di Peschici
TERESA MARIA RAUZINO
Dopo i fuochi belli di sant’Elia i fuochi brutti del 24 luglio. Quelli che hanno deturpato la bellezza di Peschici, portando morte e distruzione.
Quelli che pensavamo di aver scordato, da qualche tempo. Ricordo, come se fosse oggi, quando noi bambini scrutavamo dalle terrazze delle nostre case le notti incendiate di Montepucci. Dal promontorio le fiamme si levavano altissime, avvolgendo nel loro abbraccio mortale la fitta macchia mediterranea e le pinete d’Aleppo modellate dal grecale e dai venti onnipresenti in questo sperduto angolo di verde Paradiso.
Eravamo fiduciosi nel lavoro dei volontari che stavano contrastando il fuoco e salutavamo con un sospiro di sollievo l’arrivo del salvifico elicottero: segnava la fine di quell’interminabile incubo da cui desideravamo svegliarci.
Un promontorio, quello di Montepucci, in cui gli alberi hanno stentato a rinascere…. E quando, dopo molti anni, sono ricresciuti sono stati prontamente bruciati, in pochissime ore, da nuovi devastanti fuochi appiccati da mani assassine, avide di cancellare tanta bellezza.
L’incendio del 24 luglio non ha toccato questo fronte già depredato dal fuoco, non ha toccato la piana di Peschici martoriata dalle alluvioni anche per la mancanza delle radici protettive degli alberi bruciati: quella piana diventata, nel corso degli anni un agglomerato di case, un coacervo di insediamenti turistici di diverso stile, frutto della speculazione edilizia.
L’incendio ha toccato due zone residenziali: la 167, il nuovo quartiere di edilizia popolare abitato da tante giovani famiglie peschiciane; ha lambito pericolosamente le case abusive di Tuppo delle Pile.
Un incendio subdolo che si è propagato rapidissimamente, spinto da un vento vorticoso, nella baia di San Nicola, uno dei simboli internazionali di Peschici, sede di un grande campeggio e delle più belle strutture turistiche, Hotel e bellissime ville avvolte nel verde della pineta. Una pineta che oggi non c’è più… dopo essere riuscita a resistere e a passare indenne alla funesta alluvione avvenuta alla fine degli anni ‘60.
E’ spettrale il paesaggio che si presenta ai nostri occhi fino al trabucco Ottaviano, scampato alle lingue di fuoco solo perché costruito sulle rocce, in una zona con una rada macchia mediterranea. Eppure intorno ci sono tantissime auto incendiate, scheletri meccanici sotto alberi inceneriti dall’attacco del fuoco: la zona sembra un’enorme desolante sfasciacarrozze, se non fosse per la bellezza immutata della stupenda baia che le fa da sfondo.
Il panorama della costa fino a Manacore è anch’esso di una bellezza desolante: l’azzurro impassibile del cielo e del mare fa da sfondo alla costa con qualche sprazzo a macchia di leopardo ancora verde, nonostante tanti alberi carbonizzati.
I fumi per fortuna si sono diradati, i focolai sono sorvegliati e prontamente spenti da un elicottero che sorvola costantemente la zona. C’è da chiedersi perché per tante ore il cielo non sia stato presidiato, il territorio non sia stato difeso come lo è oggi. Il bilancio della catastrofe forse poteva essere contenuto.
Possibile che in Italia siano sempre troppo pochi i presidi aerei e terrestri indispensabili per prevenire gli incendi boschivi? Dove sono finiti i progetti di monitoraggio del territorio che prevedevano il controllo satellitare delle zone a rischio del Gargano ?
La brutta giornata del 24 luglio ha scoperto tutti i nervi fragili del nostro territorio, che soltanto a parole si dice di voler proteggere. Un territorio privo di ospedali e di un serio piano di protezione civile.
Un territorio che vede partire i suoi giovani per mancanza di lavoro.
I residenti avevano trovato nel turismo una indispensabile, seppur precaria, fonte di reddito. Una fonte che rischia di essere preclusa, dopo quello che è accaduto.
Ora è tempo che gli Enti preposti, in sinergia, facciano tutti la loro parte. Bisogna avviare subito un piano di ripresa economica, affinché questa stagione turistica non sia definitivamente perduta. Pensare, appena possibile, alla riforestazione delle zone violate dal fuoco.
Ricordo che nei momenti più drammatici della nostra storia, noi Peschiciani ci siamo sempre rimboccati le maniche, mettendo a frutto le nostre residue risorse di intelligenza e di cuore, ripristinando i luoghi devastati.
Almeno stavolta, non lasciateci soli!
L'editoriale è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 26 luglio 2007
"CARPINO FOLK FESTIVAL" EDIZIONE 2007
In Piazza del Popolo, luogo sacro del Carpino Folk Festival, il passato diventa presente, ciò che accadde accade ancora, una nuova vita si acquista e il mondo ri-nasce dopo un anno di mortificazioni. Non mancare perderesti l'occasione di purificare il tuo corpo e la tua anima, basta che rinunci a portare, in questo luogo sacro, i residui del mondo profano.
Arriva quest’anno alla dodicesima edizione il festival della musica popolare e delle sue contaminazione, promosso ed organizzato dall'Associazione Culturale Carpino Folk Festival con la Regione Puglia, la Provincia di Foggia, il Comune di Carpino, la Comunità Montana del Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e in collaborazione con il GalGargano e l'Azienda di Promozione Turistica di Foggia. Sponsor ufficiale della manifestazione Birra Peroni.
Carpino Folk Festival 07 è, senza dubbio, uno dei più importanti festival folk d'Europa. Da quando nel 1996 fu inaugurata la prima edizione del Festival infatti si sono esibiti a Carpino i più grandi artisti italiani del genere.
Come sempre più ricca e densa di musica popolare, di eventi e di progetti speciali la rassegna di quest’anno.
Probabilmente la XII edizione si caratterizzerà per la forte, inevitabile quanto voluta impronta che deriva dalla presenza dell'ensemble più carismatica della scena musicale popolare degli ultimi anni. Il 2007, infatti, è l'anno della collaborazione dei due eventi più conosciuti sul territorio nazionale nell’ambito delle tradizioni musicali popolari, e soprattutto dello scambio musicale delle due aree geografiche Gargano – Salento con la partecipazione dell’ENSEMBLE NOTTE DELLA TARANTA il 7 agosto all’apertura della sezione concertistica del Carpino Folk Festival e dei CANTORI DI CARPINO all’apertura della serata conclusiva della Notte della Taranta il 25 agosto.
Ma il Carpino Folk Festival 07 è molto, molto altro ancora: nove le date del festival che si snoderà nel piccolo comune del Gargano ogni sera fino a notte fonda dall’3 al 11 agosto, oltre 15 i gruppi per un totale di circa 150 musicisti impegnati a coniugare innovazione e tradizione, 4 i progetti speciali nati come produzioni originali del festival, 3 le esibizioni dei Cantori di Carpino, 3 i laboratori didattici per i giovani musicisti che arrivano a Carpino da tutta l’Italia e anche dall’estero, 2 le produzioni che vedono come protagonista il Festival e i Cantori di Carpino, -20% la richiesta rivolta agli operatori della ricettività, ancora mostre fotografiche, escursioni per far conoscere le bellezze del Gargano, prodotti tipici e una goccia per la pace in Medio-Oriente.
A Rodi Garganico al via una rassegna di Domenico Sangillo
È in programma dal 20 al 29 luglio prossimi a Rodi Garganico, presso la hall della Villa Americana, una rassegna di opere dell’ultimo periodo artistico del Maestro Domenico Sangillo, “…uno tra gli artisti più significativi e importanti nella storia della Capitanata - come ha avuto modo di affermare il Presidente della Provincia di Foggia, Carmine Stallone - Un intellettuale il cui contributo di primissimo piano è stato fondamentale nel dare lustro al Gargano e a tutta la nostra provincia.

Quelle di Sangillo sono opere di grande rilievo, che rappresentano un’ulteriore evoluzione di qualità nella sua ricca parabola artistica. Si tratta di un contributo culturale tra i più alti a nostra disposizione. Egli è un cittadino di Rodi Garganico e della Capitanata che, attraverso le proprie opere, ha saputo raggiungere risultati di primissimo piano in tutta Italia”.
CHI E' Domenico Sangillo
Nato a Rodi Garganico nel gennaio del 1922, pittore e poeta, Sangillo (detto “Mimì”) si trasferisce giovanissimo a Roma nel 1939, dove affina la sua vocazione per la pittura, seguendo nella ricerca pittorica Carlo Siviero, direttore dell'Accademia Nazionale di San Luca.
Nella capitale partecipa, da protagonista, al dibattito culturale dei salotti, frequentando i maggiori artisti contemporanei e ispirandosi a pittori del calibro di Mario Mafai, Scipione e Walter Lazzaro e al tonalismo romano, di cui diviene uno dei principali interpreti.
Ottiene ambìti riconoscimenti, sia di pubblico che di critica, soprattutto alla Mostra Internazionale dell'Agricoltura, alla Mostra Internazionale di Pittura nel Piccolo Formato (organizzata da Cesare Zavattini), alla E-53, alla Mostra dell'Arte nella Vita del Mezzogiorno d'Italia, al Premio nazionale "Enrico Toti", alla X e XI Fiera d'Arte di Via Margutta, alla VII e VIII Quadriennale di Roma. Inoltre partecipa alla III e IV Rassegna di Arti figurative di Roma e del Lazio. Vince il Premio Città di Alatri, il Premio Università di Roma - Istituto Orto Botanico e la medaglia d'oro al Premio Città di Amalfi.
Le sue personali, tenutesi a Foggia, Ancona, Macerata, Roma (gallerie Il Camino, L'Albatros, La Fontanella, San Marco, Stagni) e Milano (galleria Gussoni) sono recensite nelle terze pagine dei principali quotidiani nazionali e alla RAI-TV dai critici Valerio Mariani, Raffaele De Grada e Carlo Barbieri. Valerio Mariani presenterà Sangillo a Milano alla Gussoni, personale che sarà seguita con grande interesse da Carlo Carrà.
Le opere di Sangillo figurano in importanti collezioni pubbliche (quali Banca d'Italia, Museo Civico di Roma, Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste) e private. Una copertina della rivista del Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste (V, X 1961) è la riproduzione di una tela del pittore garganico.
Dopo circa un trentennio l'artista lascia la città capitolina per tornare alla sua città natale, dove dai primi anni ‘80 del secolo scorso ha rivelato un'ispirazione poetica, scrivendo liriche che sono state pubblicate nelle raccolte citate in bibliografia. La sua attività poetica è stata recensita da Pasquale Soccio, Giuseppe Cassieri, Mario Petrucciani, Filippo Fiorentino, Elio Filippo Accrocca, Aldo Vallone. Nel 2004 Raitre gli ha dedicato un servizio a firma di Raffaele Nigro.
L'articolo è tratto da Culttime:
http://www.culttime.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1850&Itemid=1
CAGNANO VARANO TRA AGONIE FEUDALI E SCALATE DI GALANTUOMINI
Esce in libreria il nuovo libro di Leonarda Crisetti Grimaldi
“Quasi due secoli di storia di una comunità, Cagnano Varano, sono analizzati attraverso due fonti (il Catasto onciario e il Murattiano) e una Questione (quella demaniale). Di questo - e d’altro, compresa la storia feudale della comunità e il ruolo dei Brancaccio - si occupa il lavoro di Dina Crisetti che si segnala per la vastità della ricerca, per l’attenzione per il territorio e per le emergenze architettoniche che la fatica degli uomini vi ha edificati, per la passione civile che anima i due tomi”. È quanto scrive Saverio Russo, docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Foggia, nella prefazione al libro “L'agonia feudale e la scalata dei galantuomini - Cagnano - L'onciario, il murattiano, le questioni demaniali”, ultima opera di Leonarda Crisetti Grimaldi pubblicata dalle “Edizioni del Rosone” di Foggia che verrà presentata il prossimo 23 luglio, alle ore 19:30, in Piazza Pietro Giannone a Cagnano Varano (nella foto una veduta).
Per Carmine Stallone, Presidente della Provincia di Foggia, “…la pregevole opera di ricerca storica che ha permesso all’autrice di pubblicare “L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini” è degna di lode. Attraverso una narrazione precisa, puntuale, mai prevedibile, si snodano eventi che hanno contrassegnato circa due secoli (1741-1914) nella vita della comunità di Cagnano Varano. Il lavoro della Crisetti ci conforta e ci stimola a seguire nel nostro impegno per il recupero e la tutela dell’identità storico-culturale di Capitanata”.
Nicola Pinto, Presidente della Comunità Montana del Gargano, riconosce il grande impegno profuso dalla storica di Cagnano Varano in questa sua ennesima ricerca: “Studiosa attenta e sensibile alla storia e alle tradizioni del territorio, la Crisetti è alla sua ottava pubblicazione. Da sempre al centro dei suoi interessi vi sono il Gargano e la sua gente, da sempre ogni sua opera è nata a scuola in seguito ad un lavoro serio e puntuale svolto in classe con gli alunni, da sempre convinta che la scuola dovesse dilatare le sue pareti e incontrarsi con il territorio e la comunità. L’opera è importante perché, insieme alle conoscenze utili allo sviluppo e all’economia del luogo, offre l’opportunità di far riflettere e stimolare, di far nascere e alimentare quel legame necessario tra l’uomo e il territorio, indispensabile per preservarlo da ulteriori danni e farlo godere alle nuove generazioni”.
Infine, Teresa Maria Rauzino, Presidente del “Centro Studi Martella”, che nella sua postfazione al libro afferma: “Quello che ci colpisce è l’estrema varietà e ricchezza delle fonti utilizzate dall’autrice, per ricostruire a tutto campi il quadro storiografico, il contesto socio-economico e le vicende che lo connotano. Il metodo comparativo utilizzato è encomiabile, visualizzato da puntuali elaborazioni grafiche.
Una ricognizione cui è sottesa la finalità di fermare l’esodo in atto: con la dipartita degli ultimi anziani che ancora coltivano i terreni marginali e praticano l’allevamento brado, questa fetta di territorio sarà condannata ad un destino di completo abbandono. Se l’economia della zona resterà al palo - ci avverte la Crisetti, facendo parlare i diretti protagonisti - questi luoghi del Gargano si spopoleranno sempre più: urgono misure per incentivare i giovani a restare, a non abbandonare questi ultimi paesi che conservano intatti i saperi, i sapori, gli odori connotanti l’identità di questo sperduto pezzo del Sud Italia. Su questo accorato allarme non possiamo che concordare”.
L'articolo è tratto da Culttime:
http://www.culttime.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1835&Itemid=1