Uriatinon

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giovedì, 31 maggio 2007

Sull’ex  abbazia  di  Kàlena ancora bugie,  arroganza,  illegalità. Senza  vergogna

di  PEPPINO  TAVAGLIONE

Comitato “Peschiciani a Roma”

 

Per quanto tempo ancora questo fiume d’inchiostro scorrerà inutilmente su Kàlena?, forse per poco o per tanto. Dipenderà solo dalla resistenza nobile, devozionale, cosciente, d’amore, di rispetto per la cultura e dei padri della storia, che l’associazione Centro Studi “Martella” sarà capace di sostenere e di quanti singoli, nonché gruppi spontanei nati per questa causa, sapranno anche loro resistere a questo stillicidio di vergognoso non fare.

Questa ex Abbazia, oggi conosciuta anche a livello internazionale, soffre la vetustà dei secoli (si ritiene eretta nell’anno 872). Oggi viene martoriata e derisa dall’indifferenza dell’uomo, così detto civile, e dallo spregiudicato menefreghismo delle istituzioni, in particolare del Ministero dei Beni Culturali.

Da un decennio, a vari livelli, si parla di Kàlena. Il restauro dell’Abbazia è in forte ritardo, giacché diverse parti murarie, affreschi, capitelli e quant’altro, che avrebbero segnato il passaggio dei secoli e della storia, sono irrimediabilmente perduti per sempre.

Più convegni, contributi testimoniali per l’interesse culturale e storico, petizioni firmate anche da noti esperti di storia e arte, non hanno portato all’obiettivo finale, quello di restaurare l’Abbazia di Kàlena per riportarla ai vecchi splendori ed alla notorietà storico-culturale dei secoli passati.

L’ultima tavola rotonda, in ordine di tempo, è quella di Foggia – Palazzo Dogana, 26 febbraio 2007, promossa dalla Provincia di Foggia – Centro Studi “Martella” – Italia Nostra.

Per l’eccellenza dei soggetti politici presenti e delle istituzioni, nonché di Enti Territoriali e Locali, si percepiva nell’aria la svolta di avere imboccato la strada auspicata per salvare da morte certa questa millenaria Abbazia, centro socio-storico-culturale e di riferimento dei nostri predecessori, nonché l’augurio di riportare in auge le radici della nostra attuale esistenza.

Con delusione e rammarico dobbiamo registrare che quell’“aria percepita” si è materializzata in “aria fritta e fumo senza arrosto”.

Dal convegno di Palazzo Dogana era uscita all’unanimità la convinzione dell’imminente creazione della “Fondazione pro-Kàlena” alla cui presidenza l’assemblea aveva convenuto di designare  l’Arcivescovo Mons. Domenico D’Ambrosio.

Da Sua Eccellenza ci si aspettava l’implementazione di detta fondazione, purtroppo non è dato di capire i motivi per non averla realizzata e allo sfogo del prelato nel suo intervento di Foggia: «Parole, parole, parole! – non farò più convegni», oggi dobbiamo sommare a quelle parole il mancato progetto di fondazione che pure i convenuti a Foggia avevano deliberato.

Il Sindaco del Comune di Peschici dava notizia ai presenti al Convegno e alla Stampa che, su conforme delibera del Consiglio Comunale di Peschici, aveva presentato domanda di esproprio per Kàlena, al Ministero dei Beni Culturali.

Ora il primo cittadino di Peschici viene smentito dalla risposta scritta che il Ministero fa pervenire all’On. Di Gioia, dalla quale si apprende che il Sindaco non ha mai inviato richiesta ufficiale di esproprio del monumento in questione. Quiz da risolvere, “Chi è il bugiardo?”.

Tenuto conto che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, anche noi cittadini, come il Ministero, siamo desiderosi di rivolgere una domanda al Sindaco: “Dove e quando sono stati impegnati i 350.000,00 euro concessi dal Ministero dell’Economia a favore del Comune di Peschici, per le opere di risanamento e restauro di Kàlena?”.

Di tutto ciò chi se la ride e fa teatro sono i proprietari di Kàlena, che giocano a far finta di ottemperare agli occasionali e blandi richiami al restauro imposti fittiziamente dalla Soprintendenza di Bari.

I germani Martucci da anni fanno progetti su Kàlena che regolarmente vengono approvati, anche dai Beni Culturali. Concordano con la Soprintendenza di Bari di dare inizio ad alcuni lavori urgenti di restauro. Il Ministero promette anche contributi a fondo perduto del 50%, ma i Martucci tengono banco e prendono tempo, ridicolizzando le Istituzioni, con l’arroganza di chi crede essere proprietario della storia e della cultura del popolo che intorno all’Abbazia di Kàlena ha visto svolgersi la sua storia.

Il cittadino si chiede il perché di queste “bugie” e di questa sciocca “arroganza”.

Ma ancor più forte è la domanda del perché il Ministero dei Beni Culturali insiste nel perpetuare l’illegalità della non vigilanza sull’Abbazia di Kàlena sottoposta a vincolo di tutela.

L’Abbazia, sito di interesse particolare importante, sottoposto a vincolo di tutela, dovrebbe essere sorvegliato dal Ministero competente, a mente delle leggi in materia e da ultimo dal D.L. n° 42/2004.

Ci si chiede con convinzione, e ragionevole rabbia, perché il Ministero dei Beni Culturali non procede all’esproprio d’ufficio (art 95 del D.L. n° 42/2004).

A cosa serve una legge, a cosa serve il Codice dei Beni Culturali, a cosa serve l’articolo 18, c.1 del D.L. citato “La vigilanza sui beni culturali compete al Ministero”, se tutto ciò non viene fatto rispettare?

Questo è reato! Senza vergogna.

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domenica, 27 maggio 2007

Un ricordo di Stefano Capone

di Antonio Vigilante

Lo sentivi parlare, Stefano, e pensavi che questa città non è solo quel che sembra. Lo sentivi parlare col suo filo di voce, osservando le ombre, e ti dicevi che quell’uomo fragile non rappresentava solo sé stesso, che non parlava solo per sé stesso - che qualunque cosa dicesse, stava costruendo qualcosa per tutti. Qualcosa di non ben definito, forse. Qualcosa di fragile, quasi certamente. Ma qualcosa che era, per questa città di arroganti maneggioni, pioggia su campi arsi dalla sete. Basta forse poco, davvero poco, per sperare. Basta un uomo capace di parlare con un filo di voce mentre tutti urlano. Basta un intellettuale che fa la sua strada con umiltà e sacrificio mentre tutti sgomitano ed esigono poltrone.
Stefano Capone
è morto questa notte, dopo aver festeggiato, ieri sera, i quarantotto anni. Gli devo la presentazione delle mie Quartine. E tante altre cose, che sarà il tempo a dirmi.

http://minimokarma.blogsome.com 

Un profilo di Stefano

di Lucia Lopriore

Non si può parlare di “Cultura” senza pensare a Stefano Capone, venuto a mancare prematuramente il 27 maggio. Studioso di grande poliedricità professionale, si è distinto nel campo del sapere, spaziando da argomenti inerenti la storia moderna, il teatro, lo sport. Capone ha diretto numerosi spettacoli teatrali e collaborato con più case editrici, ricoprendo al loro interno incarichi importanti.  E’ stato direttore della prestigiosa collana editoriale: “Documenti, Studi e Ricerche sul Regno di Napoli”, delle Edizioni del Rosone “Franco Marasca” di Foggia.

Si laureò nel 1983 in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Napoli, riportando la votazione finale di 110/110, con una tesi in Sociologia della Letteratura: “Documenti dell'impresa teatrale del primo periodo dell'opera buffa” (relatore prof. Michele Rak).

Negli anni compresi tra il 1987-96 Capone fu docente ordinario di materie letterarie presso istituti superiori di secondo grado, ma la sua passione era insegnare all’Università. Tra le attività didattiche (svolte presso il Dipartimento di Filologia Moderna dell'Università degli Studi di Napoli nel corso di Sociologia della Letteratura), figurano la conduzione di un seminario su “I teatri della melocommedia” nell’anno accademico 1985-86 e nel 1986-87 su “La melocommedia e l'opera buffa nella Napoli del '700”. Nel 1993 animò un ciclo di lezioni su “L'impresa teatrale della commedia per musica” presso il corso di Storia della Critica Letteraria del Magistero di Arezzo (Dipartimento di Letterature Moderne e Scienze dei Linguaggi).

Già nella sua tesi di dottorato aveva disquisito sull'opera comica napoletana, di cui fu profondo conoscitore. Secondo Capone,  questa forma poco conosciuta di spettacolo musicale e teatrale era stata di fondamentale importanza nella storia della letteratura, della musica settecentesca e del melodramma ottocentesco. Le sue influenze avevano determinato varianti del gusto, del costume e del vivere, alimentando una maniera teatrale europea (l'opera buffa), il dramma giocoso goldoniano, il dramma per musica mozartiano e il mito della "scuola napoletana".

Questa ricerca di Capone, basata sull'indagine diretta delle fonti primarie verbali e musicali (libretti e partiture) e su documenti d'archivio, ricostruisce la storia di un genere unico e realizzabile solo a Napoli in un preciso momento storico (l'avvento del viceregno austriaco).  L'analisi dei reperti archivistici e della storiografia tradizionale consente all'Autore  di ricostruire anche il percorso imprenditoriale dell'opera comica, di tracciare i profili dei suoi autori, impresari, musicisti, addetti ai lavori, di delineare il suo spirito di opera moderna e collettiva, di identificare il suo pubblico e di stabilirne i costi di gestione. 

In questo mio ricordo, mi sembra giusto ricordare Stefano Capone, personaggio “chiave” della cultura cosmopolita e non solo foggiana, con una breve recensione di tre delle Sue opere più significative, dedicate al teatro, alla storia del Regno delle due Sicilie e della Rivoluzione partenopea del 1799. 

1) - Bello, interessante e avvincente per tutti coloro i quali desiderino cimentarsi nella conoscenza del teatro settecentesco il volume di Stefano Capone dal titolo “Piccinni e l’opera buffa, modelli e varianti di un genere alla moda”, (pp. 229, ill., Edizioni del Rosone Franco Marasca, Foggia 2002,  € 15,00). Il testo, annoverato nella collana editoriale “Euterpe” diretta da Pasquale Rinaldi, tratta con estrema puntualità un tema che per lungo tempo ha rappresentato l’alternativa al solito argomento proposto nelle rappresentazioni teatrali settecentesche.

«La Cecchina - esordisce  l’Autore -  è un’opera che riflette il razionalismo del secolo, la trasparenza di un gusto, la dimensione di una nuova e precisa sonorità. Nel 1760 il Settecento nobiliare feudale cominciava a denunciare il suo declino, a favore di altri gruppi sociali: la borghesia mercantile o intellettuale, il ceto medio dei togati».

La “Cecchina” del Piccinni esordiva al Teatro delle Dame di Roma nel lontano 1760, in una veste nuova e diversa da quella proposta fino ad allora: l’opera buffa. Dopo due secoli è ancora considerata di grande attualità e, con “La Nina pazza per amore di Paisiello” e “Il matrimonio segreto” di Cimarosa, è una delle opere universali del Settecento, definita il trait d’union tra Napoli e Venezia, rappresenta il passaggio dall’opera comica napoletana all’opera buffa veneziana, ovvero il modello-guida al quale aderirono molti operisti coevi.


2) - Interessanti pagine di storia racchiude il volume dal titolo “Le nozze del principe”, pubblicato da Capone nel 2002 per le Edizioni del  Rosone. L’Autore “ricostruisce le circostanze in cui furono realizzati una Cantata, alcuni diari, suppliche e feste a Foggia, in occasione del matrimonio tra Francesco di Borbone e Maria Clementina d’Austria celebrato il 25 giugno 1797. Letterati e cortigiani, cuochi e musicisti organizzarono nella città della Dogana della mena delle pecore, […] una serie di festeggiamenti per celebrare queste nozze in un momento di gravi difficoltà per la dinastia dei Borboni[…]”.

Per un solo giorno Foggia fu capitale e per tutto il periodo di permanenza dei sovrani nel capoluogo daunio, furono celebrate feste, banchetti, intrattenimenti e quanto altro di consueto si era soliti svolgere a Napoli. I piaceri dell’aristocrazia napoletana furono adattati ad un ambiente che da secoli era ricettivo solo di regole ed usi propri della cultura agreste e bucolica.

Il lavoro è impreziosito nell’Appendice del volume dalla trascrizione di preziosi carteggi rinvenuti presso l’Archivio di Stato di Foggia e nella sezione di Lucera, riguardanti concessione di mutui, o dispacci e disposizioni Reali, bandi, ed infine anche dalla trascrizione della Cantata bucolica dal titolo “La Daunia Felice”, scritta in occasione delle regie nozze dal foggiano Francesco Saverio Massari e musicata da Giovanni Paesiello. 

3) - Prezioso e denso di interessanti notizie il volume dal titolo “I racconti della rivoluzione, Documenti per una storia del 1799 in Capitanata ”. In questo volume, Capone ricostruisce con puntuale precisione i moti rivoluzionari proiettati nelle dinamiche dell’Università di provincia tratteggiando gli eventi accaduti durante sei mesi di insorgenze, riportandone i conflitti tra comunità e parti del Popolo, commentati da vari testi e generi del racconto. L’Autore chiarisce le dinamiche sociali e politiche del regno di Napoli offrendo così ai lettori numerosi spunti di riflessione.

Storicamente il 1799 fu un anno che determinò grandi mutamenti nel Regno di Napoli. Il giacobinismo già da tempo dilagava nella capitale partenopea riscuotendo entusiastici consensi soprattutto tra gli aristocratici napoletani che, facendo propri gli ideali di libertà e fratellanza dettati dalla rivoluzione francese, cospirarono contro il sovrano borbonico, costringendolo per ben due volte all’esilio ed, in seguito, a prendere importanti decisioni che ebbero ripercussioni significative negli eventi storici successivi a tale periodo. Ne sono un esempio: l’abolizione degli antichi Sedili e l’istituzione del Supremo Tribunale Conservatore che raccoglieva l’elenco dei nobili conservandone la memoria. Anche la Capitanata non fu risparmiata e, di riflesso, subì l’onda di tali mutamenti storici. 

I CONVEGNI

Impegnato nelle attività di ricerca, Stefano Capone partecipò a vari convegni nazionali e internazionali: nell’ottobre 1987 relazionò su “I Conservatori nella Napoli barocca” durante il convegno “Centri e periferie del Barocco”; nel giugno 1988 disquisì su “Esotismo, Oriente ed India nei libretti di opere in musica napoletane della seconda metà del '700” al Convegno Internazionale “Napoli e l'India”. Nel settembre 1988 illustrò “I libretti d'opera per matrimonio” al Convegno Internazionale di Studi “Parma, i Borbone, l'Europa. Riformismo politico e modelli culturali”; nel maggio 1995 analizzò i “Caratteri e passioni nell'opera comica” al V Convegno Internazionale sulle “Utopie Passioni Caratteri Gestualità in Utopia”; nell’ottobre 1995 illustrò “Il sistema delle parti nel teatro comico” al VII Corso Internazionale d'Alta Cultura “Il gran teatro del Barocco: la scena e la festa” ; nel dicembre 1996 analizzò “Una raccolta di libri napoletani del '700 nella Biblioteca provinciale di Foggia” durante il Convegno di studi “Editoria e cultura a Napoli nel XVIII secolo”.

 

LA  PRODUZIONE LETTERARIA

Tra le più importanti opere pubblicate da Stefano Capone ricordiamo:

“Li stravestimiente affortunate: storia di un'opera proibita”, in "Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Napoli", Napoli, n.s. XIV (1983-84);

“I teatri della melo commedia”, Napoli 1986; “La struttura dell'impresa teatrale e la produzione buffa del Teatro dei Fiorentini: da Nicola Serino a Berardino Bottone”, in "Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Napoli", n.s. XVII (1986-87);

“Pirandello dopo D'Annunzio”, in "Dittico pirandelliano", Foggia 1989;

“I Conservatori nella Napoli barocca”, in AA. VV., "Centri e periferie del Barocco", Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1990;

“Esotismo, Oriente e India nei libretti di opere in musica napoletane della seconda metà del '700”, Napoli 1990;

“Autori, imprese, teatri dell'opera comica napoletana. Documenti per una storia del teatro napoletano del '700. (1709-1737)”, Foggia 1992;  

“Caratteri e passioni nell'opera comica”, in "Il mondo delle passioni nell'immaginario utopico, a cura di Bruna Consarelli e Nicola di Penta", Milano, Giuffré, 1997;

“Le nozze del principe. Diari, cantate, suppliche, bandi e altri generi letterari per le nozze di Francesco di Borbone a Foggia” (1797), Foggia 1997;

“Francesco D'Andrea e il rinnovamento culturale del Seicento a Napoli” (in occasione del rinvenimento di un manoscritto sconosciuto degli Avvertimenti ai nipoti), in "La Capitanata. Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia", a. XXXIV (1997), n. s., n. 5;

“I racconti della rivoluzione. Documenti per una storia del 1799”, in "Capitanata", Foggia 1999;  

“Una raccolta di libri napoletani del '700 nella biblioteca provinciale di Foggia” in “Editoria e cultura a Napoli nel XVIII secolo”, a cura di Anna Maria Rao, Napoli 1999.

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categorie: i grandi intellettuali di capita
giovedì, 24 maggio 2007

Il Ministero chiarisce all’on. Di Gioia che il Comune di Peschici non ha mai richiesto ufficialmente l’esproprio dell’abbazia medievale.

Kàlena, finora, ha aspettato … Godot 

di Teresa Maria Rauzino

Spesso, in Capitanata, chissà perché, non si riescono ad attivare, nonostante i fiumi di parole spesi sull’argomento, concreti progetti di tutela e di promozione dell’immenso patrimonio architettonico che, ad onta dei depliant turistici e dei cartelli del Parco Nazionale del Gargano che pubblicizzano il nostro territorio come meta di  turismo culturale, si  trova in condizioni di degrado decisamente inaccettabile per un paese civile.  

L'antichissima abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (FG), scelta qualche anno fa  tra i primi “ luoghi del cuore” del Sud Italia, è chiusa da tempo immemorabile, soggetta agli agenti atmosferici che l’hanno ridotta in condizioni di estremo “sgarrupamento”, fra la latitante dimenticanza degli Enti preposti alla sua tutela e la colpevole indifferenza dei proprietari privati che, pur obbligati dalla normativa sui beni culturali, non effettuano, da tempo immemorabile, i lavori di ordinaria e straordinaria manutenzione di cui monumento ha estremamente bisogno.

Come i lettori ben sanno, l’abbazia di Kàlena è stata la protagonista delle cronache della stampa nazionale degli ultimi cinque anni: ha fatto versare fiumi di inchiostro ai numerosi quotidiani e periodici che da anni seguono la sua intricata vicenda, ricca di colpi di scena.

Limitiamoci oggi a riassumere l’ultima puntata della lunga cronistoria.

Due anni fa, oltrepassato il tempo di ragionevole attesa durante il quale fallirono vari tentativi di ricercare una soluzione concordata con i “germani” Martucci per la fruizione dell’abbazia, il  Consiglio Comunale di Peschici finalmente delegò il sindaco Franco Tavaglione ad avviare il procedimento di esproprio di Kàlena per motivi di pubblico interesse.

Oggi apprendiamo, da una fonte ufficiale ineccepibile come il Ministero dei beni Culturali, che il primo cittadino non ha mai inviato al ministro Rutelli alcuna richiesta ufficiale di esproprio del monumento.

Lo si evince dalla esauriente risposta scritta che il Ministero dei Beni culturali ha inoltrato l’8 aprile 2007 all’onorevole Lello Di Gioia presso l’Ufficio Legislativo della Camera dei deputati, e per conoscenza all’Ufficio del Segretario generale Area Beni  culturali e paesaggistici di Roma, alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le  Province di Bari e Foggia e alla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia:

«All'oggi – scrive la Direzione Generale del Ministero - nessuna specifica attività volta all'espropriazione dell'Abbazia di Càlena da parte del Comune di Peschici risulta agli atti d'ufficio (peraltro per le parti sottoposte a tutela le vigenti disposizioni richiedono la dichiarazione di Pubblico Interesse da parte del Ministero); non si hanno, inoltre, notizie aggiornate su eventuali restauri nel contempo effettuati dal Comune con il finanziamento di Euro 350.000 concesso dal Ministero dell’Economia,  né si conosce se la Soprintendenza abbia, infine, esteso la tutela all’intero complesso».

Illuminante anche questo passaggio:

«…. La Soprintendenza ha trasmesso l’esauriente comunicazione del Comune di Peschici, prot. 9373 del 29.12.2005 (che si allega unitamente alla delibera n.25 del 17.06.2005) dalla quale si è appreso che il Comune intenderebbe ricorrere alle procedure di esproprio previsto dal D.P.R. 8.06.2001 n. 37.7 soltanto in caso di mancata sottoscrizione del Patto di convenzione da parte dei germani Martucci».

Il deputato Lello di Gioia, il 27 febbraio 2007, aveva posto al Ministro  Rutelli un’interrogazione parlamentare a risposta scritta: gli chiedeva se riteneva opportuno procedere alla ristrutturazione dell'ex abbazia di Kàlena e, in caso positivo, quali misure il Governo intendesse  adottare e quale ammontare di fondi stanziare per far tornare il complesso benedettino agli antichi splendori.

Il quesito dell’on. Di Gioia era accompagnato da una breve scheda  sulla gloriosa storia di Kàlena e soprattutto della situazione di degrado in cui versa attualmente il millenario monumento: «L'ex abbazia di Santa Maria di Kàlena, sita in agro di Peschici, nella provincia di Foggia, è da annoverare fra le più antiche d'Italia. Le prime notizie dell'abbazia risalgono al 1023, ma si ritiene che sia stata eretta nientemeno che nel 872; il complesso monastico benedettino in questione si trova in uno stato di completo e preoccupante abbandono; Kàlena è diventata il simbolo della sorte dei numerosi, dimenticati e trascurati monumenti di Capitanata, per il quale la comunità peschiciana si è da tempo mobilitata attraverso una serie di iniziative; la più recente delle quali è il convegno «Insieme per Kàlena» del 26 febbraio 2007 presso il Tribunale della Dogana di Foggia».

Ricordiamo che, proprio durante questa tavola rotonda, il sindaco Tavaglione dichiarò ripetutamente alla stampa che non era vero che dal Comune di Peschici non era partita alcuna pratica per l’esproprio di Kàlena. Anzi, era in ansiosa attesa della risposta del Ministero alla sua richiesta, inviata due anni fa.  

Ora, dal documento ministeriale, apprendiamo che tutto è fermo da due anni non per colpa del Ministero, ma perché il primo cittadino è rimasto inerte … ad aspettare Godot. 

Sembrano perse letteralmente le tracce del finanziamento di 350.000 euro stanziati per Kàlena dal Ministero dell’Economia nel 2005. Il Ministero dei beni culturali, pur avendone chiesto notizie agli Enti competenti, non è stato mai informato della fine che questo finanziamento, da spendere entro il 2007,  abbia fatto:

«Con nota prot. 3015 del 19.10.2005, la scrivente Direzione Generale richiedeva aggiornamenti sulla vicenda. Si richiedeva in particolare: se la proprietà avesse predisposto il progetto delle opere di risanamento, consolidamento e restauro del bene, come in precedenza concordato con la Soprintendenza; se il vincolo diretto fosse stato esteso all'intero complesso; se il finanziamento di Euro 350.000, da destinare al restauro del bene, nel frattempo concesso dal Ministero dell’Economia a favore del Comune di Peschici, nell'ambito delle misure dirette alla tutela dei beni Culturali ed usufruibile nell'esercizio finanziario 2005/2007, dopo la presentazione del relativo progetto, fosse stato effettivamente impegnato allo scopo».

L’attuale situazione di degrado dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici (FG), lo abbiamo ripetuto più volte insieme all’arcivescovo Domenico d’Ambrosio,  è  stata causata dall’ingiustificabile negligenza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’abbazia stessa.

Il Ministero chiarisce, nella sua risposta all’on. Di Gioia,  che da ben quattro  anni ha invitato la Soprintendenza a risolvere l’annosa questione, dando l’ok persino allo stanziamento della metà della somma occorrente per il restauro:

«Con nota prot. 17790 del l9.05.2003, la scrivente Direzione Generale, nel far presente che il Ministero, date le ben note difficoltà, non poteva sopperire direttamente alle necessitá di restauro e rifunzionalizzazione dell'immobile, rammentava alla Soprintendenza la possibilità dello Stato di concorrere alla spese effettuata dal proprietario, concedendo un contributo pari anche al 50% della spesa sostenuta»

Ma la cosa gravissima è il fatto che la Soprintendenza, sorda a tutte le richieste dell’opinione pubblica e alla normativa Urbani che vincola come “siti di particolare interesse” persino i paesaggi, non abbia ancora provveduto a vincolare l’intera abbazia, come più volte ha dichiarato di voler fare nelle sue note inviate al  Ministero dei Beni culturali, che ha richiesto ripetutamente conferme in proposito.

Potremmo dire che Kàlena è  rimasta imbalsamata nei vecchi limiti di tutela del 1951 limitati alle due ali dell’abbazia e non a tutto il complesso.

Come se nulla fosse accaduto in tutti questi lunghi 56 anni…  

Nonostante l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia da vari anni fortissima su Kàlena, l’Ente di tutela non ha ritenuto finora di imporre, se non sulla carta, le opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali, concordate con la famiglia Martucci fin dal 2003 e ancora nel gennaio 2006.

Di questi lavori di restauro nessuno di noi, a Peschici, ha mai visto nulla.

Kàlena è diventata invece, e questo è davvero sotto gli occhi di tutti, l’avamposto del Deserto Calenense in agro di Peschici, dove l’unica conservazione (sott’olio) è quella delle piante di capperi che, sempre più invasive e  rigogliose, sgretolano inesorabilmente i conci millenari dell’antica abbazia.

 

 

 

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domenica, 20 maggio 2007

Oggi, 20 maggio 2007, è  il 150° anniversario della nascita dell’inflessibile giudice istruttore del processo Matteotti, originario di Rodi Garganico

Mauro Del Giudice

il magistrato che fece tremare il Duce

di TERESA MARIA RAUZINO

 Il Foglietto”, giornale della Daunia, il 22 giugno 1924, nell'editoriale “La commossa indignazione della Capitanata per l’orrendo assassinio dell’on. Matteotti”, commenta così il delitto più eclatante del Ventennio, che farà vacillare il governo fascista: «Un crimine truce e fosco senza precedenti nella storia politica del nostro paese - la barbara uccisione dell’onorevole Matteotti – ha intensamente commosso la nazione tutta. Anche perché dall’istruttoria vengono giorno per giorno fuori gravi e tremende responsabilità, dirette e indirette, di personaggi del partito dominante che occupavano posti eminenti nelle gerarchie del Partito e nella Politica».

L’editorialista del foglio lucerino informa i lettori che la grave e delicata istruttoria del processo è stata avocata dalla sezione di accusa di Roma, presieduta da Mauro Del Giudice, un magistrato di “altissimo valore morale e giuridico”. L’insigne magistrato, autore di numerose, apprezzate pubblicazioni, è un comprovinciale, pubblicista del settimanale.

Del Giudice era nato il 20 maggio 1857 a Rodi Garganico, in provincia di Foggia, da un’agiata famiglia borghese che aveva basato la sua ascesa sociale sul fiorente commercio agrumario. Il padre Luigi gestiva un magazzino in prossimità della Galleria ferroviaria e possedeva un veliero di 400 quintali di stazza – denominato “Il Gargano” – che gli serviva per il traffico sugli abituali mercati di Trieste, Fiume, Pola e Spalato (Jugoslavia). La famiglia era imparentata con i Ciampa, noti armatori ed esportatori campani, proprietari, in quel periodo, di due piroscafi, di cui uno di 5.000 tonnellate.

Mauro Del Giudice, come i coetanei appartenenti a ceti sociali emergenti, seguì gli studi classici presso il seminario di Molfetta (Bari) e quelli universitari a Napoli, dove nel novembre del 1880 si laureò in Giurisprudenza. Dirittura morale e lucida analisi politico-sociologica già connotano le sue pubblicazioni giovanili. Nel primo decennio del Novecento scrisse “Il Fenomeno Giuridico nella Scienza Sociale”, vero e proprio trattato di sociologia basato su una rigorosa analisi dei sistemi di Comte, Spencer e Marx. E' però l'opera successiva "La scuola storica italiana del Diritto", che induce il Consiglio Superiore della Magistratura Italiana, nello scrutinio del 1920, a promuovere per “merito eccezionale” il magistrato rodiano alla Corte di Cassazione.

Dopo 14 mesi lo troviamo alla Corte di Appello, come Presidente della IV sezione Penale e della Sezione di Accusa del Tribunale di Roma. Fu questo il periodo più drammatico della sua vita di magistrato. Del Giudice, sessantottenne, assunse personalmente il grave peso e la terribile responsabilità dell’istruttoria del processo Matteotti; la portò avanti con coraggio, resistendo a ogni pressione esterna, finché fu rimosso dall'incarico su diretta pressione del Duce, che temeva di essere inquisito per la sua contiguità con gli assassini. Il magistrato fu promosso (promoveatur ut amoveatur) e costretto a lasciare il suo ufficio romano per quello di Catania. Mussolini, tramite il segretario del PNF Roberto Farinacci, avvocato difensore di Amerigo Dumini, principale sicario di Giacomo Matteotti, ottenne che il processo fosse trasferito a Chieti «per ragioni di ordine pubblico». Con sentenza del 24 marzo 1926, la Corted’Assise teatina, addomesticata dal regime fascista, mise fine alla vicenda processuale dell’assassinio Matteotti: condannò Dumini, Volpi e Poveruomo a pene lievi che un provvido decreto di amnistia e indulto, preventivamente emanato, cancellò del tutto. La tragedia del delitto Matteotti finì in una farsa.

Le vicende del 1924-1926 toccarono profondamente Mauro Del Giudice. Gaetano Salvemini lo comprova negli Scritti sul Fascismo”: «Non solo furono messe le camicie nere invece dei soldati a far la guardia a Regina Coeli, affinché chi andava e veniva capisse chi era il padrone del vapore; ma due agenti furono messi alle costole di Del Giudice e altri due in borghese alla portineria di casa. I fascisti cominciarono a far dimostrazioni sotto le sue finestre: “Viva Dumini!” “Viva Volpi!” “Morte ai nemici di Mussolini!”. Poi vennero le scritte sui muri del Palazzo di Giustizia. Anche i giornali fascisti, tra i quali il più facinoroso era “L’Impero”, moltiplicarono le minacce: «E’ inutile alludere più o meno velatamente a Mussolini per il Delitto Matteotti; il Duce salvatore della patria non si tocca; il fascismo non lo permetterà mai a nessun costo. Chi tocca il Duce sarà polverizzato. Sarebbe la notte di San Bartolomeo!». Conclude Salvemini: «I fascisti riprendevano le spedizioni punitive e la polizia stava a guardare. Del Giudice e Tancredi erano avvertiti!».

«Ignobili tentativi – scrive l’insigne giurista Alberto Scabelloni – furono messi in opera, per ottenere la deviazione del processo e il salvataggio dei mandanti; gli si propose il laticlavio, la nomina a Presidente di Sezione alla Cassazione, altri onori e utilità materiali, ma la sua retta e indomita coscienza resistette eroicamente. Per punire cosiffatta irriducibile intransigenza, il fascismo, togliendogli la garanzia dell'inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia, assegnandogli le funzioni di Procuratore Generale a Catania, trasferendolo così dalla giudicante alla requirente, con palese e prepotente arbitrio. Da quel momento la carriera di Mauro Del Giudice fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo».

Il magistrato che, tornato dapprima nel suo paese d’origine si era poi stabilito a Vieste,  alcuni anni prima di morire, volle documentare la triste vicenda dell’istruttoria Matteotti. Il 9 febbraio 1947 scriveva ad Alberto Scabelloni, suo fedele allievo:

«Carissimo Alberto, a novant'anni di età e torturato da un esasperante esaurimento nervoso, lavorando nei due mesi di gennaio e febbraio, ho completato la “Cronistoria del processo Matteotti” da me istruito nel biennio 1924-25, con questo titolo: “Note e ricordi di Mauro Del Giudice”. Vi premetto le parole di Francesco Domenico Guerrazzi, apposte al suo lavoro storico su Beatrice Cenci: “La storia non si seppellisce coi cadaveri dei traditi; essa imbraccia le sue tavole di bronzo, quasi scudo che salva dall'oblio i traditi e i traditori”».

Fu proprio Scabelloni a curare la prima edizione del volume. Il suo compito non fu affatto agevole, incontrò molti ostacoli per coprire le spese editoriali. Alcune personalità, cui si rivolse per ottenere le sottoscrizioni, pur definendosi avverse al regime fascista, negarono il loro contributo.

In una lettera indirizzata nel 1950 «all'adorato maestro», Scabelloni denunciò il pesante clima di trasformismo: «La informo che ho spedito in tutta Italia ben 240 schede di sottoscrizione e ha gentilmente aderito soltanto l'onorevole Mario Berlinguer. Che nazione di eroi e di coraggiosi!».

E in un’altra missiva, datata 24 marzo 1950, scrive ancora a Del Giudice: « Un turpe speculatore mi offriva due milioni di lire per acquistare il manoscritto con il pretesto di pubblicarlo in francese e in spagnolo, ma con il malcelato disegno di impadronirsi e togliere l'incomoda e tremenda testimonianza da qualsiasi circolazione. Risposi che nessuno avrebbe potuto piegarmi. Cronistoria si pubblicherà quando potrò coprire le spese di stampa». Siamo nel 1950. Erano trascorsi sette anni dalla caduta del fascismo. Dopo le elezioni del 1948 vi era stata la piena riaffermazione dei principi di libertà, ma dovettero passare ancora quattro anni prima che Scabelloni potesse finalmente pubblicare lo scottante manoscritto. Il libro uscì, postumo, soltanto nel 1954, per i tipi dell’editore Lo Monaco di Palermo.

Mauro del Giudice, ahimè, non ebbe la soddisfazione di vederlo: aveva già raggiunto le celesti dimore nel 1951.

Cosa aveva scritto di tanto eversivo nella sua “Cronistoria”, da intimorire non solo gli epigoni e i simpatizzanti del disciolto Partito Nazionale Fascista, ma anche gli “homines novi” della prima Repubblica?

«Rileggendo la cronaca di quel processo scritta dal magistrato inquirente - osservò Matteo Matteotti quando ripubblicò il volume nel 1985 - le responsabilità dei capi del regime fascista ne escono rigorosamente illustrate in una requisitoria che parla con la crudezza della verità fin nei dettagli. E’ utile e avvincente leggerla a sessanta anni di distanza, come espressione del pensiero di un magistrato imparziale e coraggioso che ha fatto fino in fondo il suo dovere. Egli conclude la cronistoria con un giudizio molto severo sulla classe politica e sul popolo italiano che solo un uomo integerrimo può permettersi di scrivere».

Del Giudice non perdonò mai agli intellettuali e agli uomini della sua generazione di aver avallato il fascismo con la connivenza e la passività, e continuavano a farlo nella nascente “Repubblica Italiana”. La chiusa della “Cronistoria” è lapidaria: «Quella corruzione si è ancora più aggravata sotto questo regime che si dice repubblicano, ma non è né repubblicano, né monarchico, né socialista, né comunista; è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro allo scopo di sfruttare il potere, come né più né meno faceva il fascismo».

 

L’articolo è tratto dal saggio di TERESA MARIA RAUZINO, “Mauro Del Giudice, un magistrato scomodo”,  in “Figure egemoni del Novecento”, Ori del Gargano a cura di Giuseppe Cassieri, Schena, Fasano 2006.

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categorie: mauro del giudice
martedì, 15 maggio 2007

CONVEGNO SUL TURISMO SOSTENIBILE

NEL PARCO DEL GARGANO

Convegno promosso da Università degli Studi di Foggia, Facoltà di Economia - Fondazione Siniscalco Ceci

In collaborazione con Legambiente

Con il Patrocinio di Comunità Montana del Gargano - Provincia di Foggia, Assessorato al Turismo - Città di Monte Sant’Angelo

"Turismo sostenibile come fattore di competitività"

Sabato 19 maggio 2007 - Monte Sant’Angelo, Museo Tancredi

PROGRAMMA

Inizio ore 9.00

Saluti

Filippo Reganati, Preside Facoltà di Economia Università di Foggia

Francesco Andretta, Presidente della Fondazione Siniscalco Ceci di Foggia

Giuseppe De Leonardis, Assessore al turismo della Provincia di Foggia

Nicola Pinto, Presidente della Comunità Montana del Gargano

Giandiego Gatta, Presidente del Parco Nazionale del Gargano

Introduce e coordina

Giuseppe Martino Nicoletti, Università di Foggia

Relazioni

Matteo Fusilli, presidente nazionale di Federparchi

Turismo sostenibile: trend ed esperienze nelle aree protette

Riccardo Beltramo, Università di Torino

Stakeholder a diverse altitudini, longitudini e latitudini

Luigi Rambelli, presidente nazionale di Legambiente Turismo e Presidente internazionale di Visit

Esperienze di certificazione e reti di qualità delle strutture ricettive

Interventi

Massimo Russo, Università di Foggia

Flussi turistici effettivi e problemi di sostenibilità

Nunzio Angiola, Università di Foggia

Turismo, qualità e ambiente: ruolo e responsabilità della Pubblica Amministrazione.

Biagio Merola, Università di Foggia

Verso la qualificazione del Gargano come sistema territoriale a vocazione turistica

Giulio Volpe, Università di Foggia

Archeologia, Beni culturali, Paesaggio

Roberto Di Vincenzo, Amministratore delegato di Compagnia dei parchi e Presidente di Carsa

Ospitalità diffusa e nuove forme di turismo

Carmine Lamanna, DNV

Certificazione di territorio per lo sviluppo del turism

Franco Salcuni, responsabile del Laboratorio mediterraneo delle buone pratiche

Il turismo degli eventi culturali e dello spettacolo

Workshop preparatori

Il giorno precedente al convegno (il 18 maggio 2007) si terranno una serie di incontri con gruppi di operatori per discutere delle esperienze che sono in corso di realizzazione e della fattibilità di nuove iniziative di sostenibilità

Segreteria organizzativa:
Laboratorio Mediterraneo delle Buone Pratiche, info@buone-pratiche.it, tel e fax 0884 56 55 33
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categorie: eventi
giovedì, 10 maggio 2007

L’opera è stata presentata a Monte Sant’Angelo il 27-28-29 aprile 2007, durante un convegno sulla Via Sacra Langobardorum organizzato dal Parco letterario "San Michele Arcangelo-Gargano segreto" e dalla Comunità Montana del Gargano

 

LA FRANCIGENA DI LIDIA CROCE…

NEL SEGNO

DELL’ARCANGELO

 di TERESA MARIA RAUZINO

Una grande tela di 10 metri quadri per visualizzare l'epopea della Francigena, ovverosia la Via sacra Langobardorum, il cammino verso il Monte Gargano dove nel 490 d.C apparve l'Arcangelo Michele.

E' l'ultima opera di Lidia Croce. L’eclettica scultrice canosina, senese d’adozione, sembra aver eletto il Gargano come fonte di ispirazione. Un luogo, il promontorio, denso di inesauribili suggestioni fin dai primi anni del suo esordio artistico: il primo concorso lo vinse con un’opera ideata proprio in questo luogo dove il sacro e il mitico vivono da secoli la stessa dimensione. Un Gargano “ottimo pubblicista” di se stesso se già dal Medioevo è riuscito a creare un mito “forte”, mai scalfito dalla modernità: quello dell'Arcangelo.

L'attrazione che la Grotta di san Michele esercita da lungo tempo sull’immaginario di Lidia Croce non deriva dal mistero di fede, ma dalle opere d'arte presenti in quel luogo "terribilis". L’opera che l’affascina da sempre è l'audace architettura sovrastante lo speco naturale: testimonia l’immane opera dell'uomo medievale che, pur avendo pochissimi mezzi tecnici, riuscì a fare questo piccolo miracolo d’ingegno.

Ma l’artista, in questa tela, non vuole celebrare il singolo particolare dell'architettura dei santuari della Francigena quanto il mistero di questo infinito peregrinare verso l'Arcangelo. Ha sentito l'urgenza di fissare, in un'opera di grande respiro narrativo e simbolico, il fluire di questa inesauribile forza coinvolgente.

Un “cammino” che da Stignano va a san Giovanni Rotondo, attraversando la  Foresta Umbra.

Si notano inserimenti moderni come le chiese di Padre Pio, quella antica e quella nuova, con arcate in simbiosi. Non sono un anacronismo. Sono il frutto moderno della fede antica... Ed ecco Monte Sant’Angelo: San Giovanni in Tumba con le bifore e il portale che si interseca al grifone di Acceptus. A sinistra il portale di santa Maria Maggiore con le arcate romaniche; l'ultima a punta, è nascosta da un grande libro. Ancora più in alto  c'è il Castello, e tante casette a schiera svettanti nell’infinito. Nel ripetersi in quel modulo all’infinito, si staglia l'equazione della luce.

L'ubicazione delle due chiese di san Michele è realistica: c’è quella longobarda a crociera e quella ipogea, sotto la grotta. Qui si vedono gli interni, la torre campanaria, gli eremi.

Al centro del quadro, verso il basso, campeggia la Madonna di Pulsano. L'icona originale è a mezzo busto, ma l’artista  l’ha resa intera, inserendola nel vivo della roccia del promontorio. Un'icona contemporanea ispirata a un'icona antica.

Due gli Arcangeli presenti nella tela: il primo richiama l'opera del Sansovino, presenza perfetta, bellissima. Lidia Croce non l'ha voluta emulare, il suo riferimento è soltanto uno schizzo. Tutta la sua creatività l’ha riservata al "nuovo" Arcangelo, diamante traslucido, prova dell’artista per una scultura bronzea del Santuario.

Un Arcangelo che sovrasta il campanile angioino, prolunga l'ala per tutta la tela per racchiudere, proteggere ad attrarre tutto il fluire del pellegrinaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Un Arcangelo connotato dal mistero, al di là della possibile cognizione umana, che attrae come un grande magnete diversi campi: infinite personalità, pellegrini di ogni estrazione sociale: poveri, ricchi, stranieri. 

Pellegrini che continuano ad affluire ancora oggi sulla Via Sacra: quelli nudi, quelli in ginocchio sulla scalinata sono i più antichi, poi giungono i cavalieri, i longobardi, i re, gli imperatori.  Federico II è appena abbozzato con le corone e la croce di cristallo di rocca con la scheggia di legno della vera Croce. Non è solo, c'è una donna con lui, forse Costanza.

Dietro lo Svevo, la terza ondata, quella dei pellegrini moderni che arrivano sulle auto, motorizzati.

Un fluire di pellegrini e di immagini generanti tante opere d'arte: un rosone, un'arcata, delle crociere. Un capitello esce da un'icona per formare un cavallo, da una zampa di un altro si genera una bifora. I cavalli sono sempre più stilizzati, ma l’artista fissa la sua attenzione su una curiosa scena di vita quotidiana: un cavallo non vuole salire le scale, si rifiuta di obbedire al suo padrone.

Tantissimi i simboli: in alto e in basso  Azazel che precipita in fondo alla roccia, il braccio, le mani reggono l'elsa della spada. Il diagramma del DNA ricorda che il demone ha la stessa origine dell’Arcangelo buono, è frutto della creazione divina. Un ossimoro che ritorna.

Nella tela prevalgono varie tonalità “celestiali”. Unica eccezione: il verde della Foresta. Gli alberi, stilizzati come capitelli e fusti di colonne, formano una foresta architettonica felicemente inserita nello stile del quadro.

Le rocce del promontorio sono a picco sul mare, sfaccettato come una gemma.

Tre velieri si stagliano nell’azzurro in rotta per la Terrasanta.

Il viaggio verso la salvezza prosegue…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Croce durante la prima fase del suo lavoro sulla Francigena

 

L'articolo di TERESA MARIA RAUZINO è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 1 maggio 2007

Il reportage fotografico completo è sul sito del Centro Studi Martella   

Sito personale di LIDIA CROCE

 

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