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giovedì, 19 aprile 2007

I tratti di Lidia Croce e la lirica del maestro Principe per raccontare la forza di san Michele

L'Arcangelo del Gargano incanterà Milano

 TERESA MARIA RAUZINO 

 

 sei mesi dal battesimo ufficiale avvenuto nell’ambito di Aurea 2006, lunedì 23 aprile alle ore 16.00 il Parco Letterario “San Michele Arcangelo-Gargano Segreto” debutterà a Milano.  La Comunità Montana del Gargano, promotrice della sua istituzione, sceglie una sede mediatica importante, il Circolo della Stampa, e  presenta, in collaborazione con l’associazione musicale “Fisa Club”, uno dei “grandi  eventi” che connoteranno questo primo anno di vita del Parco Letterario: si tratta della prima nazionale dell’opera lirica "Alleluia San Michele", composta da Peppino Principe. A interpretarla, vi sarà un cast internazionale:  Cathrine Maruk (soprano), Galia Tchernova (mezzo soprano), Marco Ferrato (tenore), Alfredo Stefanelli (baritono), Gianfilippo Bernardini (basso) diretti da Simonetta Tancredi del Teatro della Scala di Milano.

Il programma prevede, infine, un concerto jazz a cura del maestro Peppino Principe con il trio Massimo Di Rocco (batteria); Marco di Natale (basso); Massimo Domenichini (pianoforte). Tra gli ospiti della serata, numerosi giornalisti della carta stampata e delle tv nazionali, il sindaco di Milano Letizia Moratti e l’attore Gerardo Placido, che introdurrà la serata con il prof. Giuseppe Maratea, assessore alla cultura dell’Ente Montano del Gargano.

«Il Parco Letterario - ha affermato Maratea - vuole creare le premesse per un turismo diverso; un turismo basato sulle risorse culturali del Gargano, che vuole attrarre un nuovo tipo di viaggiatore, interessato alla religiosità, ma anche all’arte, alla letteratura e allo spirito dei luoghi. Un progetto che nasce dal bisogno di destagionalizzare i flussi, per far arrivare sul Gargano, da ottobre ad aprile, 200.000 visitatori che, dopo aver visitato i luoghi “sacri” della Montagna del Sole, prolunghino la loro permanenza sul Promontorio, attratti dai nuovi itinerari offerti dal Parco Letterario. Parco che, oltre alla Fondazione Nievo, sarà collegato all’Opera Romana Pellegrinaggi, leader mondiale nell’organizzazione dei “viaggi dello spirito”.  Una proposta che va divulgata e fatta conoscere a tutti i potenziali “viaggiatori”».

Il primo “grande evento” è ispirato, e non poteva essere diversamente, al carisma dell’Arcangelo Michele, il principe delle Celesti Milizie che, fin dal Medioevo, attirò sulla Montagna Sacra  consistenti flussi di pellegrini provenienti dalla Via Francigena, da Benevento a Monte Sant’Angelo  denominata Via Sacra Langobardorum.

Principe contestualizza “Alleluia San Michele” al tempo della conquista longobarda del Gargano, esattamente alla seconda apparizione dell’Arcangelo, quella "della Vittoria", episodio della guerra combattuta nel VI-VII secolo tra il duca longobardo Godeberto e il duca di Benevento Grimoaldo contro i Bizantini di Costante II.

Il soprannaturale aiuto micaelico fu determinante per la vittoria dei Longobardi. Questo popolo, proveniente dal nordest europeo, desideroso di integrarsi con le popolazioni locali, cercò di farlo convertendosi al Cristianesimo, ma senza rinunciare alla propria identità. Ecco perché elesse a santuario nazionale la Grotta del Monte Gargano dov’era apparso quell’Arcangelo che li aveva aiutati a sconfiggere i Bizantini. Un santo vicinissimo, nel suo stile guerriero, alle loro antiche divinità. Nella sinossi dell’opera, Principe inserisce la storia (inventata) della principessa Gertrude, che innamoratosi perdutamente dell’Arcangelo, si converte al Cristianesimo e impossibilitata a realizzare il suo sogno d’amore, decide di sublimarlo nell’amore per Dio. Diventa la badessa- usignolo, che incanta con i suoi virtuosi gorgheggi tutti i pellegrini. Monte Sant’Angelo all’epoca era un agglomerato di conventi ed hospitalia, sorti intorno alla Grotta Angelica.

L'autore dell'Opera "Alleluja San Michele", il maestro Peppino Principe, , è uno dei più celebri fisarmonicisti del mondo. Nato a Monte Sant'Angelo (Fg) nel 1927, figlio d’arte (il padre Michele era un apprezzato insegnante di musica), nel 1940 a soli 13 anni, dopo essersi trasferito al nord con il fratello Leonardo (clarinettista jazz) debutta come solista di fisarmonica classica nel Caffè Pedrocchi di Padova. Nel 1958 compone  la sigla dello Zecchino D'Oro, nel 1959 diventa direttore d'orchestra. Tanti i successi ottenuti: Oscar Mondiale della Fisarmonica (Pavia 1961); Premio Disma, una vita per lo strumento musicale (Rimini 1977). Protagonista con il maestro Gorni Kramer della "Storia della Fisarmonica" (Rai–Radio Uno (1969, 1971, 1974), Principe elabora le notissime arie del "Carnevale di Venezia", di "Occhi neri", del "Volo del calabrone" e tante altre composizioni. Quella che  l’ha più emozionato, e la cui stesura è durata oltre trent’anni, è senz’altro l’opera micaelica che presenterà nell’ambito del Parco Letterario “San Michele Arcangelo-Gargano  segreto”.  L’ha dedicata a suo padre Michele. A visualizzare, nell’ambito della kermesse milanese sul Parco Letterario, “la figura dell’Arcangelo Michele fra tradizione e modernità” ci penserà la scultrice Lidia Croce. Nelle trenta grafiche, che presenterà in mostra, quel che colpisce è lo sforzo  di innovare l’iconografia tradizionale dell’Arcangelo con la sensibilità contemporanea. Ancora una volta, la visione immaginifica dell’artista attinge liberamente all’ispirazione, partendo dall’idea che nel nostro tempo prevale la compresenza degli ossimori. San Michele, l’Angelo della giustizia è in  perpetua lotta-simbiosi con il demone Azazel. L’Angelo, che salva dalle epidemie, si  presenta come epifania di luce, energia, vortice di elettroni e fotoni diretti sul Promontorio del Gargano. La spada dell’Arcangelo diventa luce concentrata, laser, stimolante cortocircuito che fa diventare attuale anche l’iconografia classica più consolidata. Non a caso,  in alcuni disegni appaiono riferimenti a formule riguardanti la teoria della relatività di Einstein e quella elettromagnetica di Maxwell. «Religione, scienza ed arte – scrive il critico Simongini –  vengono riunificate nella presenza angelica per rischiarare l’uomo d’oggi, smarrito in un tragico deserto spirituale».

 

Lidia Croce

Lidia Croce, di origini canosine, ma senese di adozione, è un’artista eclettica: oltre ad un segno grafico deciso,  dipinge oli su tela e scolpisce soggetti a carattere sacro e mitico,  servendosi di varie materie, dall’argilla al bronzo. Il suo Diomede, realizzato nell’ambito del progetto Sperone d’arte della Comunità Montana del Gargano, è oggi postato a Peschici. Il sogno dell’artista è di realizzare, dopo il Diomede, un Arcangelo. Le 30 grafiche ad inchiostro e sanguigna altro non sono che un incessante studio per realizzare questo  bronzo  ispirato al simbolo della Montagna sacra. Ancora una scultura en plein air in un luogo emblematico del Promontorio, per contrastare quelle dozzinali su Padre Pio che stanno invadendo le piazze del Gargano e di tutta l’Italia. 

 

L'articolo di Teresa Maria Rauzino è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 19 Aprile 2007.

postato da URIATINON alle ore 18:48 | link | commenti
categorie: parco letterario san michele arc
domenica, 08 aprile 2007

 

Alla pellicola prodotta dalla San Paolo negli anni Cinquanta partecipò tutto il paese

 

«Il figlio dell’uomo», un film su Gesù girato a Peschici

Mentre a Foggia la Magna Capitana ospita una rassegna di film dedicati a Gesù Cristo (Zeffirelli, Rossellini, Pasolini, Scorsese e Gibson), sarebbe  il momento di riscoprire e rivedere le immagini in bianco e nero de Il Figlio dell’uomo (Ecce Homo), un film di Virgilio Sabel sulla vita, la passione e la resurrezione del Cristo prodotto dalla San Paolo Film e girato nel 1953 a Peschici. Nei fotogrammi del film si distinguono chiaramente alcune location, dalla Torre di Monte Pucci all’abbazia di Kàlena, e alcuni volti:  la popolazione del paese partecipò in massa alle riprese.


 La pellicola della San Paolo Film fu girata negli anni cinquanta a Peschici e a Kàlena. Alle riprese partecipò tutto l’intero  paese

 

 

Le immagini in bianconero

del «Figlio dell’uomo»

una memoria da riscoprire

di TERESA MARIA RAUZINO

 Presso la Palazzina Multimediale della Biblioteca Provinciale “La Magna Capitana”, durante la settimana santa sono stati proiettati cinque film che raccontano le vicende, la vita e la morte di Gesù Cristo: il “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli (1977); “Il Messia” di Roberto Rossellini (1975); il “Vangelo secondo Matteo”, regia di Pier Paolo Pasolini, (1964); “L'ultima tentazione

di Cristo” di Martin Scorsese (1988) e “La passione di Cristo” di Mel Gibson (2004).

Un ciclo tematico sulla religiosità pasquale, selezionato dal direttore Franco Mercurio fra i 150  film sulla vita di Gesù realizzati in oltre un secolo di cinema. 

È del 1897 il primo film sul tema: il fotografo parigino Léar dirige “La passion du Christ”. Si tratta di alcuni “tableaux vivants” allestiti in occasione della Pasqua. Sono passati appena due anni dalla nascita della macchina da presa. I fratelli Lumière si rendono conto del grande impatto sul pubblico del tema religioso: ecco nascere il cortometraggio “Vues représentant la vie et la passion de Jesus-Christ (Vedute che rappresentano la vita e la passione di Gesù)”, ribattezzato “Passion Lumière”. Tredici episodi, dalla adorazione dei magi alla resurrezione, quasi statici, sull’esempio dei "tableaux vivants" teatrali. La supervisione alla regia di Hatot e Breteau è curata dal padre dei fratelli Lumiere, Antoine. La pellicola è lunga soltanto 230 metri. L’immaginario popolare trova in quei pochi spezzoni di celluloide la rappresentazione scenica di temi decisamente familiari.

Hollywood si butta a capofitto sul quel proficuo filone. Un‘attenzione mai venuta meno fino ai nostri giorni, confermata dal successo di tanti film sulla vita di Gesù, riproposti puntualmente in occasione della settimana santa.

Un radicale cambiamento nell’approccio ai temi della “passione” si registra con Il Vangelo secondo Matteo (1964): Pasolini ribalta canoni formali e stilistici, usando un linguaggio realistico in cui si fondono atmosfere arcaiche e riferimenti pittorici rinascimentali. Il tutto accompagnato da una colonna musicale a base di spiritual e blues. Subito criticato, il film guadagna credito col tempo. Un capolavoro, che oggi è possibile rivedere anche a Foggia grazie al restauro del Centro sperimentale di cinematografia.

Nella rassegna foggiana,  avremmo volentieri inserito “Il Figlio dell'Uomo (Ecce Homo)” un film in bianco e nero di Virgilio Sabel della durata di 92 minuti, prodotto in Italia nel lontano 1954 e girato interamente a Peschici un anno prima. Nel cast degli interpreti, attori professionisti come Fiorella Mari, Eugenio Valenti, Franca Parisi, Jenny Magetti, Antonio Casale, recitano con gli attori dilettanti di Peschici, scelti dopo un provino: tra di essi spiccano Elio Del Duca (Pietro), Tommasina Vera, Raffaele Costante (Giuda), Gaetano Diana (Giuseppe) e Antonio Vigilante (Caifa).  

Tommasina Vera in una scena del Figlio dell'uomo (foto tratta da Peschici nella memoria di Michelino Esposito e Rocco Tedeschi, Edizioni Stauròs, 2004)

La sinossi del film parte dalla Genesi per arrivare ai giorni della vita, della Passione e della Resurrezione di Gesù Cristo: dopo la caduta di Adamo ed Eva, Iddio promette un Redentore. La visita dell'Angelo alla Vergine Maria, sposa di Giuseppe, segna l'inizio del mistero dell'Incarnazione.  Gesù, nato in una stalla di Betlemme, dopo trent'anni di vita anonima, inizia il suo ministero di redenzione e d'amore; attraverso la predicazione e i miracoli entusiasma il popolo. Catturato al Getsemani, viene condannato a morte ed ucciso sul Calvario. La resurrezione segna il trionfo di Gesù, che ascende al cielo per sedere alla destra del Padre.

Proponiamo, a chi vuole saperne di più sul “clima” del set garganico, uno stralcio di “Pèschici come la Palestina”, tratto dalla recensione di Domenico Ottaviano e Raffaele D’Amato, studenti del Liceo Scientifico di Pèschici, pubblicata sul Giornale interscolastico "Ottoetrenta", Anno II, n. 2:

 

 “Nel film – scrivono i ragazzi – sono visibili parti dell’antico paese; si riconoscono scene girate nell’antica Abbazia di Kàlena (l’Annunciazione e il Tribunale) o nella Chiesa della Madonna di Loreto (l’Ultima Cena), mentre le prediche fatte da Gesù Cristo (impersonato dall’attore professionista Eugenio Valenti) sono state ambientate sulla Torre di Monte Pucci, da dove è visibile la costa che va fino a Rodi Garganico. Insieme a pochi attori professionisti, Sabel ha utilizzato molte comparse di Pèschici. Altre persone del posto appaiono in ruoli secondari, come, ad esempio, i centurioni. La trama e la recitazione sono per l’epoca molto avanzate e propongono una realtà ancora sconosciuta di un piccolo villaggio di pescatori, che si cimentò per la prima volta nella recitazione di un film. Forse anche per questo, “Il figlio dell’uomo” ha suscitato nella popolazione grande interesse e disponibilità. Il film ha un grande valore documentale, perché mostra come era Pèschici cinquanta anni fa, nel suo incontaminato splendore, con le piccole casette a cupola di Via Kennedy e del Borgo di S. Nicola, con le rispettive grotte per gli asini e le bestie da latte, che rappresentano il profilo ormai perduto del nostro paese”.




 

Alcune recensioni, presenti sui siti specializzati Internet, sottolineano che alcune vicende del film come la nascita nella grotta di Betlemme, la predicazione, il martirio del Cristo sono narrate con “discreta dignità artistica”. Non ce ne stupiamo: la sceneggiatura è opera di don Giacomo Alberione (1884-1971), il fondatore della Famiglia Paolina, che aveva affidato come mission alla Parva-San Paolo Film "l'evangelizzazione con i moderni mezzi di comunicazione".

Dietro la forte spinta della leadership di don Alberione, che affermava: "La macchina, il microfono, lo schermo sono nostro pulpito; la tipografia, la sala di produzione, di proiezione, di trasmissione sono la nostra Chiesa", la San Paolo Film divenne la più grande organizzazione cattolica esistente al mondo per il cinema. Il grande successo della San Paolo Film ricevette il definitivo riconoscimento il 2 giugno 1957, quando Giovanni Gronchi, presidente della Repubblica Italiana, conferì a don Alberione il diploma di prima classe quale “bnemerito della scuola, della cultura e dell'ate”, col diritto di fregiarsi della medaglia d'oro.

 

Don Alberione e la “via paolina” al cinematografo

 

Don Alberione si era lanciato nel mondo della celluloide il 18 marzo1938; fino ad allora aveva limitato il suo campo d'azione apostolica nella carta stampata. In quell'anno in Italia le sale cinematografiche erano 4049 e i cattolici ne gestivano quasi la metà. Le organizzazioni cattoliche non avevano ancora un proprio spazio in un ambito di importanza strategica come quello della produzione e distribuzione del film, limitandosi  a interventi censori e moralistici sulla “nuova arte”, ormai divenuta un fenomeno di massa. La parola d'ordine di Don Alberione fu deporre le forbici della censura e prendere in mano la macchina da presa.

Negli anni del secondo dopoguerra, le 70 Librerie delle Edizioni Paoline furono attrezzate per diventare luogo di distribuzione delle pellicole ma anche centri di consulenza, di assistenza tecnica e di irradiazione sul territorio della nuova proposta. Le riviste della Società San Paolo, soprattutto "Vita Pastorale", scatenarono una formidabile campagna di convincimento nelle parrocchie perché appoggiassero in modo concreto la nuova “via paolina” al cinema. Il 19 dicembre del 1947 venne costituita una nuova società, la Parva Film, che aveva tra i suoi scopi, oltre alla produzione, acquisto, vendita e sfruttamento dei film, anche quello di realizzare e gestire "stabilimenti per la produzione e riduzione di film da passo normale a passo ridotto". L'idea consisteva nell'acquisire dalle Case cinematografiche di produzione i diritti di riduzione a passo 16mm della pellicola originale a 35mm già sfruttata nei normali circuiti delle sale cinematografiche; per proporre al mercato uno strumento più duttile e snello rispetto alla pellicola in 35mm.

Nell'arco dell'anno 1948, la Parva Film, con un catalogo di 40 film, era già diventata leader del mercato; “Vita Pastorale" nel gennaio 1949 registrava che la società aveva approntato "il gruppo di film più numeroso, più buono moralmente ed artisticamente che esista in Italia... e l'organizzazione di noleggio più vasta, più comoda, più economica, più comprensiva".

La Parva Film specializzò l’ambito della sua produzione nel settore del cinema religioso. L'esperienza deludente nell'uso del colore suggerirono alla casa cinematografica (che nel 1952 adotta la ragione sociale Parva-San Paolo Film), di girare due film in bianco e nero: "Il Figlio dell'Uomo" (1953), che abbiamo qui analizzato, ed "Ho ritrovato mio figlio" (1954), la storia di un dramma familiare. Entrambi furono distribuiti sia in 16 che in 35mm.

Fu in questo periodo che nacque la "scheda filmografica", uno strumento indispensabile per la presentazione, soprattutto in sede di cineforum e di pubblico dibattito, dei film di una certa levatura artistica. La scheda, oltre a contenere tutti i dati tecnici della pellicola e il giudizio del Centro Cinematografico Cattolico, forniva chiavi di lettura a livello morale, estetico e di linguaggio cinematografico, necessari per una più profonda comprensione del film.

Presente oggi in tutti e cinque i cinque continenti, la Società San Paolo si serve di riviste, libri, cinema, radio, televisione, dischi, musicassette, compact disc, siti Internet e di ogni tecnologia comunicativa per cristianizzare le masse lontane dalla vita parrocchiale.

 

 

L’articolo di Teresa Maria Rauzino è stato pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno- Corriere della sera del 5 aprile 2007. 

postato da URIATINON alle ore 22:06 | link | commenti
categorie: la storia e la memoria

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